Who’s gonna ride your wild horses?

You’re dangerous ’cause you’re honest
You’re dangerous, ‘cause you don’t know what you want

(U2)

È cominciato tutto poco più di un anno e mezzo fa. Un’estate in cui, all’improvviso, quella vena di irrequietezza sopita da così tanto tempo, è tornata a manifestarsi dirompente.

E quando dico dirompente, intendo mollo-tutto-e-sparisco.

Lo avevo fatto davvero, un’altra estate di tanti anni fa. Ferie prenotate e tutto pronto a partire in tripla coppia. Invece ho buttato tre cose in una borsa, ho messo a tutto volume il cd di Achtung Baby e sono partita in giro per mezza Italia con quell’amica insieme a cui a 20 anni sei Thelma & Louise.

Lo ricordo come un agosto epico, naturalmente.

Un paio di migliaia di km senza aria condizionata, nessun orario né obbligo, amici assortiti da visitare lungo la strada.

Forse è quello, il primo viaggio che ha risvegliato la mia fame costante di scoperta.

Avanti veloce, uno scenario di partenza decisamente differente. Non più un’universitaria squattrinata, senza pensieri e con tutto il tempo del mondo. Ma una donna teoricamente adulta, teoricamente responsabile, teoricamente con le idee chiare. Una casa, un lavoro, una vita da persona seria.

Non si molla tutto, non si fa, non sta bene.

Ma l’irrequietezza era lì. Non si era estinta nemmeno nelle giornate di cammino solitario lungo la Via Francigena. Anzi. Stare con se stessi è un’arma potente. Si parte quasi sperando che la stanchezza permetta di accedere a quella valvola che compensa il turbine dentro lo stomaco. Mentre quel che succede è proprio il contrario. A ritmo lento ma inesorabile ogni passo sembra scrollare, uno dopo l’altro, gli strati di polvere che nascondono i desideri dimenticati, i sogni lasciati nel cassetto.

Così, qualche settimana dopo, ho varcato la soglia di Accademia della Felicità per partecipare a quattro incontri dedicati a questo tema. Serate in cui confrontarsi sui condizionamenti culturali che ci fanno troppo spesso associare questa aspirazione ad un senso di futilità o egoismo, in cui allenarsi all’autoironia, alla presenza nel momento ed alla gratitudine, in cui fare il primo passo per arrivare a se stessi.

Da lì al Master in Coaching il passo è stato breve. L’assaggio di un incontro con me stessa non mi era bastato, anzi mi aveva solo suscitato ulteriore curiosità.

E io non so resistere al richiamo della scoperta.

Non potevo nemmeno lontanamente immaginare il viaggio che stavo intraprendendo. A dirla tutta, se l’avessi saputo forse non mi ci sarei nemmeno imbarcata. La tentazione di chiudere ancora una volta gli occhi e raccontarmi va bene così probabilmente avrebbe avuto il sopravvento.

Ricordo ogni dettaglio della prima giornata di lezione, la carrellata di presentazioni di diciotto individui estranei tra loro, che un mese alla volta avrebbero imparato a svelarsi nel profondo, agli altri e a se stessi. Pensavo di aver iniziato un percorso che avrei portato nella mia esperienza professionale, mi raccontavo agli altri nella mia lucida immagine pubblica di professionista tosta e sicura di sè.

L’unica che permettevo agli altri di vedere. E a me stessa di guardare.

Un anno dopo, non ho mollato tutto scappando a bordo della mia Polo (che, ci tengo a dire, nonostante i 20 anni di onorata carriera è ancora viva e funzionante nelle mani di mio padre). Ma non per questo la lezione di cambiamento è meno potente. Al contrario.

Trasformarsi e trasformare il proprio mondo è forse la vera scelta radicale.

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo che mi ha allo stesso tempo colpito, affascinato, incuriosito — le parole che veicolano la sensazione di felicità in 26 lingue del mondo.

Il linguaggio è una delle mie passioni.

Che avevo in buona parte accantonato dopo la laurea in lingue, accontentandomi di vedere le parole più come strumento pratico che come mistero da approfondire. Ne ho riscoperto tutta la potenza utilizzandole come strumenti da proporre ai miei coachee nei loro percorsi individuali. Le parole come porte di accesso ai nostri valori o bisogni profondi, le parole che ci rivelano i desideri e ci guidano a realizzarli. Ma anche, le parole che possono costruire un ponte o sancire l’incomunicabilità tra gli esseri umani.

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo. (Lev Tolstoj)

Tim Lomas, docente di Psicologia Positiva della University of East London, non è così d’accordo. Da anni lavora infatti a «The Positive Lexicography Project», raccolta di parole che descrivono esperienze, stati d’animo e tratti personali positivi nelle diverse lingue del mondo. Con una sola regola: queste parole non devono avere una corrispondenza diretta in inglese.

Adoro l’aborigeno dadirri che significa “dare voce alla primavera dentro di noi”. Riscopro il senso di quiete dato dall’immagine di una passeggiata a fine giornata. Ecco l’hygge, di cui avevo sentito parlare anni fa dall’amica che studiava in Danimarca, e che con le sue connotazioni di atmosfera calda e accogliente pare essere diventata la parola di questa stagione invernale. Mi sento in perfetta sintonia con il “piacere delle piccole cose” che in serbo è racchiuso nella parola mepak. E che dire della meraviglia di iktsuarpok, termine inuit che racchiude «il momento in cui si aspetta qualcuno e non si riesce a smettere di controllare se sta arrivando», esattamente come la Volpe emozionata in attesa del Piccolo Principe?

Siamo tutti profondamente diversi, siamo tutti fondamentalmente uguali nella nostra umanità.

Questa verità appare ancora più evidente in questo weekend, a un anno esatto da quella giornata in cui eravamo solo sconosciuti. Attorno a un tavolo a raccontarci le ultime settimane, camminando sulla spiaggia mentre la giornata si illumina, scrutando l’orizzonte all’ombra di un faro, nel vento del tramonto.

I sorrisi non richiedono traduzione.

 

My happy Playlist

Pharrel Williams — Happy

U2 — Beautiful Day

Maroon 5 — Moves like Jagger

Mika — Relax, Take it Easy

Katrina & The Waves — Walking on Sunshine

(To be continued)

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