Abbiamo sempre fatto così (ma non è mai stato così)

Mia madre ha sempre avuto un buon rapporto con la tecnologia. Negli anni ’80 era stata scelta (o si era offerta, chissà, in effetti non gliel’ho mai chiesto) per essere tra i primi dell’ufficio a utilizzare un computer. Ho ancora una ricordo di quei manuali voluminosi e scritti troppo fitti, con cui stava imparando a usare il DOS.

Allora più che altro mi divertiva poi poter giocare ai primi videogame, in quella mezza’ora in cui mi doveva tenere in ufficio quando non sapeva dove piazzarmi. Oggi sono molto grata di questa sua dimestichezza – perché se a volte la strapazzo un po’ quando mi dice “il computer ha fatto”, dall’altra vederla che si destreggia così bene tra una chiacchierata via whatsapp con le amiche e un (per me pesantissimo, ma contenta lei contenti tutti) seminario via zoom ha reso senza dubbio meno complicato la trasformazione che abbiamo attraversato negli ultimi dodici mesi.

Alla fine mi viene da dire che si sia dimostrata più adattabile lei di me.

Che, certo, online ci devo stare per lavoro. Ma che in generale mi sento talmente saturata da sottrarmi poi a quello che non sia strettamente necessario di questa che continuo a percepire come una vita surrogata

Di Zoom fatigue si è parlato quasi subito: nel confronto mediato dallo schermo e complicato dai vincoli della linea dati, dobbiamo impegnare uno sforzo aggiuntivo per cogliere (spesso in un quadratino di pochi centimetri di lato) segnali non verbali, espressioni e inflessioni della voce, dobbiamo gestire la dissonanza tra la sensazione di essere insieme con la mente ma non con il corpo.

Dopo la battuta d’arresto della primavera e le montagne russe a cavallo dell’estate, con l’autunno molti dei progetti lavorativi che erano rimasti in sospeso sono arrivati a concretizzarsi: nel giro di qualche settimana sono stata catapultata da giornate piene di pensieri e spunti proiettati al futuro, tanto coinvolgenti quanto poco tangibili, a passare rapidamente da un’attività operativa all’altra, affrontando dubbi metodologici e ben più prosaici problemi tecnici.

Nell’ultimo trimestre del 2020 ho dovuto rielaborare da capo i contenuti che avevo preparato per l’aula, così da renderli adeguati agli strumenti virtuali, ho cercato nuovi strumenti e ho imparato a parlare con un tono intellegibile anche quando i vicini del piano di sopra decidevano di dedicarsi alla ristrutturazione di casa senza pensare di avvisare nessuno, mi sono confrontata con la difficoltà di chi non era dotato di videocamera o microfono (leggi, parlare per sei ore con uno schermo grigio e cercare di stabilire un dialogo con la chat) e con quella di chi non era mai rientrato in ufficio da marzo e aveva ben chiara la differenza che intercorre tra la teoria (dello smart working) e la pratica (del lavoro da casa).

Nell’ultimo trimestre 2020 ho lavorato tanto, e ho imparato di più.

Soprattutto ho (re)imparato la curiosità di provare le cose, invece di decidere a priori che non fanno per me. 

Quella che in viaggio mi viene naturale, forse perché do per scontato che in un luogo nuovo e che non mi appartiene non possono valere regole “usate” e che ho codificato su parametri diversi.

Seduta al tavolo della cucina, mi ero trovata senza nemmeno rendermene conto a recitare una litania che assomigliava un (bel) po’ troppo a quel “abbiamo sempre fatto così” che non mi sono mai tirata indietro dal criticare

Certe attività si possono fare solo in aula.

Non credo gli possa interessare.

Non sono capace, non mi piace, non mi va.

Come un bambino che fa i capricci e che non vuole neppure assaggiare un nuovo gusto. Forse è il nostro meccanismo di difesa più vecchio, quello di ricorrere alla ripetizione. L’automatismo di gesti di cui conosciamo l’esito, e che in un momento di rivolgimento di ogni parametro ci sembrano coincidere con “la soluzione migliore”.

L’automatismo non è giusto o sbagliato. La sua unica caratteristica certa è quella di essere – appunto – confortevole.

Perché volete mettere, in certi momenti in cui tutto si muove, scivola, sfugge alla nostra comprensione, gli indubbi vantaggi di qualcosa di statico?

E allora cosa è cambiato, in pratica, per farmi smettere di stare sulla difensiva, e iniziare a ripensarmi?

Una cosa piuttosto semplice. Sono arrivata a quello che Amy Hoy chiama “F** This Moment”.

Sono bravissima a mettermi in discussione, ad analizzarmi, a riconoscere quando mi sto infilando in una strada senza uscita. Solo che, a volte, il risultato di tanta bella consapevolezza è quello di continuare a scavare, sezionare, cercare cause e spiegazioni.

Per fortuna a volte mi annoio da sola, della nuvola grigia in cui mi avvolgo.

“Non sei un albero, se non ti piace dove sei – spostati”.

E, in sostanza, è quello che ho fatto. 

Prima di tutto ho spostato la prospettiva dal come al perché. Che faccia consulenza in azienda o che tenga un corso di formazione, per me quello che conta è sempre lo stesso: aiutare il cambiamento, condividere qualcosa di valore, che sia immediatamente utile e applicabile.

Subito dopo, riflettendo che con i miei capricci non stavo realizzando quello che potevo, per me e per le persone con cui entravo in contatto.

È bastato quello. Non per trovare la soluzione a tutto, ma certo per mettere in movimento. Per mettere a fuoco la mia direzione.

E per tornare a pensare che faccio il lavoro più bello del mondo.

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