Il piano B non mi basta

Se è vero che i clienti che ti arrivano sono una delle prove che la tua comunicazione è autentica e ti rispecchia, mi dico da sola che sono sulla buona strada. La maggior parte delle volte che mi ritrovo a fare una chiacchierata conoscitiva con un nuovo cliente, è come se ci riconoscessimo. Non che siano tutti uguali: ho parlato con donne e uomini, con chi era alla ricerca della prima esperienza di lavoro e con chi di esperienza ne aveva 20 anni, con chi voleva trovare spazio per sé e con chi non aveva idea di cosa voleva fare da grande.

Ma la domanda resta sempre la stessa.

È possibile?

E sì, me lo chiede allo stesso modo chi ha solo bisogno di fare qualche aggiustamento e chi vuole stravolgere la vita che ha condotto fino a quel momento. Perché in qualche modo quando ci approcciamo al cambiamento, qualunque sia l’ambito e qualunque sia la dimensione, quello che cerchiamo è una conferma, una garanzia.

Sgombriamo subito il campo da qualsiasi dubbio. Io non posso garantire niente (e infatti non lo faccio).

Però anche io ho passato tanto tempo a guardare il mio piano B senza fare niente. E quindi so come ci si sente. Conosco le storie che ci raccontiamo, le illusioni a cui ci aggrappiamo.

Non ho la chiave giusta. Quello che ho sono strumenti da condividere.

Avevo 35 anni, non potevo più…” “È giusto che i bambini sognino in grande, ma poi bisogna essere pratici!” Me lo raccontano, mi guardano. Io li ascolto, ma resto in silenzio.

A volte vogliono una promessa, e allora so che non è il caso di lavorare insieme.

Io non mollo il colpo, vado fino in fondo, e quando mi imbarco in un’impresa impossibile questo è un boomerang che finisce con il fare male più a me che all’altro. Il (non) cliente magari se ne andrà pensando che io non so fare il mio mestiere, ma per me è meglio così della frustrazione di non essere riuscita a mostrare un punto di vista differente.

La maggior parte delle volte, però, chi è seduto di fronte a me vuole qualcosa di diverso.

Vuole il permesso.

Lo so, sembra assurdo, ma lo dico perché (appunto) ci sono passata anche io. Cambiare ci sembra egoista. Cambiare ci sembra terrificante. Cambiare ci sembra superiore alle nostre capacità.

Cambiare ci sembra una follia.

Poi però raccontiamo cosa ci gira in testa a una persona che è lì per ascoltarci, e nel suo sguardo cerchiamo un qualsiasi indizio di scetticismo, di perplessità.

Qualcosa che ci autorizzi a rimettere via il piano B, a dirci che ecco, lo sapevamo, non era possibile. Solo che non è vero.

Nella maggior parte dei casi è possibile. A dirci il contrario sono un sacco di cose che non c’entrano niente.

Tipo, la classica paura del “non ho tempo”.

A questa obiezione propongo di fare un esperimento: provare per una settimana a tracciare come utilizziamo le ore che abbiamo a disposizione. Senza barare, senza edulcorare. Che sì, certo, abbiamo il lavoro e la casa e la spesa e la famiglia. Ma abbiamo anche la sveglia spenta e rispenta, la televisione che magari nemmeno ci interessa, i social che non ce ne accorgiamo ed è passata un’ora.

Non che io sostenga che tutto il tempo debba necessariamente essere efficiente. Solo che, a un certo punto, se vogliamo essere onesti con nei stessi dobbiamo guardare con spirito critico  la distanza tra quello che diciamo (anche solo a noi stessi) e quello che facciamo.

Se vogliamo che il piano B diventi la nostra realtà, se è davvero prioritario, dobbiamo ricordare che, nel quotidiano, il tempo per quello che vogliamo non si trova, si crea.

Scegliendo ogni giorno, chiedendo aiuto, dicendo no. Affrontando la paura di fallire, apparire vulnerabili, scontentare qualcuno.

Se poi volete un’altra prova che non è vero che “è troppo tardi per”, prendete una calcolatrice e seguite il ragionamento.

In una giornata ci sono 24 ore (o forse venticinque).

168 in una settimana, 8760 in un anno (in questo otto di bonus, anche se so che qualcuno potrebbe dire che ne avrebbe anche fatto a meno,) in una vita 650mila abbondanti.

Male che vada, posso contare su altre 300mila ore a mia disposizione.

Vi sembra ancora poco?

Forse guardare un lunghissimo conto alla rovescia come questo ci mette anche un po’ a disagio, ma a quanto pare l’abitudine a non pensare al tempo come qualcosa di finito non è che sia così vantaggioso, se invece che darci speranza sembra ancor più autorizzarci all’inazione. A rimandare, o a non osare.

Possiamo non avere grande dimestichezza con i numeri, ma detto così davvero non ci sono scappatoie. 

Abbiamo qualche centinaio di migliaia di ore a disposizione, cosa ne vogliamo fare?

Abbiamo ore in abbondanza. Abbiamo ore preziose.

O, per lo meno, possiamo renderle tali.

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