Non di soli obiettivi (e risultati) vive l’uomo

Domenica mattina sono uscita a correre.

È ancora un’abitudine, anche se non è esattamente la stessa cosa. Senza gare, senza obiettivi, senza una vera tabella di allenamento, corro poco, ma corro sempre

Un po’ è il bisogno di una costanza di riferimento, un po’ la risposta alla necessità di muovermi ogni giorno, un po’ è il ritmo delle gambe che sembra aiutare anche la mente a fluire, a tornare lucida e pronta al prossimo compito.

A volte, però, non funziona. 

Come domenica mattina, appunto. Nonostante il sole e nonostante un’intera giornata a disposizione davanti a me, che avrebbe dovuto essere la perfetta premessa alla possibilità di concentrarsi solo su un passo dopo l’altro, senza pensieri.

Invece i pensieri c’erano, e belli aggrovigliati tra loro.

Per un po’ ho provato ad andare avanti, cercando di convincermi che potevo resistere, che non c’era motivo di fermarsi, appellandomi all’automatismo della disciplina.

Ma così come ho preso consapevolezza del legame inestricabile tra il movimento del mio corpo e quello della mia mente, ho anche imparato che non tutto il movimento, e non tutti i pensieri, funzionano allo stesso modo. L’efficienza della corsa è perfetta per focalizzare, per trovare soluzioni, per stimolare idee mirate a un obiettivo.

Per sciogliere e tornare a far scorrere le emozioni devo rallentare. E mettermi a camminare.

Certo, camminare in una via periferica di Milano non è proprio la stessa cosa di percorrere un sentiero nel silenzio di un bosco, ma si fa quel che si può.

Gennaio si è chiuso, e tendo a concordare con Austin Kleon che forse il problema dell’inizio di un nuovo anno è proprio nel caricare tutte le nostre aspettative sul primo mese, attraversarlo chiedendoci ogni volta se è stato infinito o troppo veloce, e domandarci poi cosa possiamo fare di Febbraio.

Ecco, forse gennaio è il mese degli obiettivi, ma febbraio è quando possiamo guardare in faccia le nostre aspettative, e chiederci non solo se raccontano veramente quello che vogliamo, ma soprattutto quanto corrispondono alle nostre aspirazioni.

Un pezzo della sensazione di rabbia e frustrazione che sentivo nello stomaco, infatti, stava proprio lì. L’aspettativa è una costruzione mentale, che si proietta in avanti cercando di definire come ci muoviamo verso un obiettivo, creando a volte sovrastrutture che imbrigliano la nostra attenzione, disperdendo energie in cose che in realtà non possiamo controllare, oppure impedendoci di vedere alternative e opportunità diverse, solo perché non rientrano nel disegno che ci siamo immaginati.

Crediamo che l’aspettativa ci avvicini al nostro obiettivo, ma la sua attenzione focalizzata è uno strumento necessario ma non sufficiente a raggiungerlo, se non abbiamo chiarito l’aspirazione a cui corrisponde.

L’aspirazione è la prospettiva, è il perché da cui ogni obiettivo dovrebbe derivare.

Questo era uno dei problemi, ma non il solo.

Correndo domenica mattina avevo ancora sulle spalle, nella pancia, nella testa, il carico dei pensieri del giorno prima. Del bilancio di un mese in cui mi sono sentita troppo spesso in balia delle pressioni esterne, troppo in rincorsa e comunque in ritardo. Troppo “ho appena iniziato e già non funziona“.

Se ho raggiunto i miei obiettivi, ma non ho rispettato le mie aspirazioni – sono gli obiettivi a essere sbagliati o sono io a non essere abbastanza?

Eppure lo sapevo, che questa domanda era solo una scusa.

Che giusto/sbagliato è una categorizzazione di comodo, per difenderci dalla paura del fallimento e darci una scappatoia di fronte alla consapevolezza che la responsabilità della direzione che diamo alla nostra vita è solo nostra.

Che abbastanza non è una quantità ma una sensazione, in costante lotta con il perfezionismo che ci spinge a guardare più all’approvazione esterna che al coraggio di seguire noi stessi.

Non la stavo più nemmeno cercando, ed è allora che mi è arrivata la risposta. Guardando un film che, per altro, parla proprio di corsa.

Guardavo la storia di Jesse Owens e delle sue quattro medaglie alle Olimpiadi di Berlino del ’36 e all’improvviso, mi sono resa conto quale pezzo mi mancava.

Owens aveva un obiettivo, le medaglie erano il risultato. Ma in mezzo, cosa c’era?

Ora, chiariamo.

Non ho mai avuto dubbi che per arrivare dall’obiettivo al risultato siano necessari tempo, fatica, lavoro.

Cerco di non lasciarmi confondere (troppo) dall’illusione ottica dell’urgenza, e pianifico non solo sulla tattica immediata ma anche sulla strategia in prospettiva. Non ho la pretesa che le cose si realizzino immediatamente, anzi mi sono spesso interrogata sul valore sempre meno riconosciuto della pazienza.

Quella che mi mancava non era la quantità (del tempo impegnato), ma la capacità di riconoscere la differenza di qualità (del tempo dedicato).

Nella mia agenda ogni azione entra in un ciclo costante di obiettivo e risultato, in una tensione in cui anche i passaggi intermedi cercano di (cor)rispondere alle aspettative.

Così facendo, però, a volte dimentico il valore intrinseco che sta nei momenti di sviluppo, nell’impegno necessario a mettersi in discussione, nello spazio che ci prendiamo per rivedere, correggere quello che non va, cambiare idea.

Febbraio “è un buon mese per scegliere di fare ogni giorno qualcosa, anche di piccolo. È un buon mese per ridurre lo spazio tra chi siamo e chi vogliamo essere”.

Febbraio è un buon mese per aspettarsi l’inaspettato.

Riprendo il calendario con gli obiettivi dell’anno, e per una volta invece di resistere provo ad ascoltare.

Questa volta il mio anno inizia a febbraio.

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