Another turning point, a fork stuck in the road

..so make the best of this test and don’t ask why/ it’s not a question but a lesson learned in time…

A fine 2014, ho deciso di cambiare lavoro.

Come nelle migliori storie, ero arrivata in azienda in modo del tutto fortuito. Avevo accompagnato mio fratello a fare un colloquio in un’agenzia per il lavoro e mi ero trovata, una settimana dopo, seduta dall’altra parte della scrivania. Nel settore erano anni pionieristici, in cui si poteva mettere alla prova una persona che, come me, di colloqui ne aveva fatti ben pochi, e tutti come candidata. Ma sono sempre stata sveglia e testarda, e loro avevano bisogno di qualcuno che occupasse immediatamente quel posto vuoto. E così, in qualche modo, ci siamo buttati entrambi.

E ce l’abbiamo fatta.

Sono stata fortunata.

Sono rimasta in azienda dodici anni, vivendo almeno cinque vite differenti. Ho trovato un lavoro grazie al quale ogni mattina la domanda “Cosa ho da fare oggi?” non era ansia, ma curiosità di scoprire cosa mi aspettava, chi avrei incontrato, che risultati sarei riuscita a portare. Ma nata e cresciuta nello stesso contesto, per quanto piacevole e stimolante, ad un certo punto ho sentito che non stavo più imparando, non mi stavo più evolvendo. Il che non significa che facessi il mio lavoro con meno impegno, passione o divertimento. Più che altro, quei giorni in cui invece di correre verso l’obiettivo successivo mi capitava di soffermarmi un istante a riflettere sulla direzione in cui mi stavo muovendo… ecco, mi rendevo conto che in realtà non c’era una direzione.

Ero nel mio mondo, conosciuto e consolidato.

Ogni giorno restava nuovo e diverso, perché lavorare nelle Risorse Umane significa occuparsi di individui, e quindi delle infinite combinazioni di storie ed esigenze che ne derivano. Ma ero adagiata nella mia comfort zone, con attività che portavo avanti ad occhi chiusi ed altre che passavo abilmente a chi le sapeva gestire meglio di me. Per l’azienda ero una garanzia che le cose sarebbero state fatte nei giusti tempi e pure bene. Ma, dentro, mi sentivo ferma.

Quando ho comunicato che me ne sarei andata, ho ricevuto una piacevole valanga di messaggi. Tra tutti, mi aveva colpito particolarmente quello di una collega che mi salutava con una favola:

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo, fece una stranezza.
Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi. “Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?” (…)

Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti! Io avevo dato il segnale di — via libera — per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.” (Gianni Rodari, Il Semaforo Blu)

In realtà, non so se il mio sia stato veramente coraggio. Più che altro, capacità di cogliere l’occasione che mi si presentava davanti. Se sono onesta, in fondo è così che sono successe tante cose nella mia vita, in particolare in ambito professionale. Certo, ho spesso alzato la mano quando c’era un nuovo progetto, una nuova occasione. Quindi immagino di avercela pure messa, la mia dose di iniziativa.

Ma se penso al coraggio, io vedo qualcosa di diverso.

Quella spinta potente che ti fa scegliere coscientemente una direzione, che ti fa analizzare e progettare ogni passo che ti può avvicinare al tuo sogno, che non mette in discussione la prospettiva di mesi e tentativi e dubbi prima di arrivare.

Quello che Elle Luna, autrice di un post Medium diventato poi anche un libro, definisce The Crossroads of Should and Must.

Le alternative, le sliding door, i bivi davanti ai quali dobbiamo scegliere — seguire le aspettative del mondo o inseguire i nostri desideri? Conformarci allo Should, che sembra così confortevole, la cui ricompensa appare così chiara, le cui opzioni così ricche? O seguire invece il Must, che rappresenta chi siamo profondamente, ciò in cui crediamo, il nostro io più autentico, quello che non accetta compromessi?

La maggior parte di noi rimane nel proprio Should non tanto per pigrizia o mancanza di coraggio, ma ancora prima perché

“Se sei un prigioniero e vuoi scappare dalla prigione, qual è la prima cosa che devi sapere?”

“Be’… devi conoscere le guardie” (…) “Devi trovare la chiave” (…)

“No, la prima cosa, se vuoi scappare dalla prigione, è che devi sapere che sei in prigione. Finché non lo sai, ogni possibilità di fuga è esclusa”

Non credo esista una ricetta su cosa serva per arrivare ad aprire gli occhi. Ognuno ha i suoi ostacoli e i suoi tempi in tutto, figuriamoci per un percorso difficile come quello verso la consapevolezza. C’è chi guarda dritto e chi preferisce voltarsi, chi confonde il desiderio con l’obiettivo, chi affronta la paura e chi resta ad osservare da lontano.

So però che il Vaso di Pandora, una volta aperto, non si può richiudere.

E allora il Must deve trovare uno spazio per esprimersi. Non significa necessariamente rivoluzionare la propria vita o mettere in discussione ogni scelta che si è fatta. Ma, più realisticamente, creare uno spazio sacro a cui dedicare il proprio impegno, in cui costruire il proprio mondo autentico. Dieci minuti di solitudine. Fare quella domanda. Mettere per iscritto l’idea che ti gira in testa. Suonare il primo accordo.

Scegliere Must è dire sì ad un duro lavoro e ad uno sforzo costante, ad un viaggio senza una mappa tracciata e senza garanzie e, allo stesso tempo, dire sì a ciò che Joseph Campbell definì “l’esperienza di essere vivo”. (…) Qual è un’azione — solo una, anche per cinque minuti — che puoi mettere in atto oggi per rendere onore alla chiamata del tuo Must?

Per tanto tempo invece di ascoltare la voce dentro, ho risposto a chi mi chiamava da fuori.

E mi sono anche divertita, nel vortice di azione che ne è derivato. Ma ora ho aperto il vaso.

Da qui, dove mi porta il mio Must?

My Must Playlist

Oasis — Champagne Supernova

Coldplay — Viva la Vida

One republic — I lived

Chemical Brothers — Go

Foo Fighters — Learn to Fly

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