Confessioni di un’apprendista freelance

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È arrivato dicembre.

Il mese delle luminarie, dei mercatini, del “se non ci vediamo più inizio a farti gli auguri”. Il mese in cui inizi a riflettere sull’anno passato, sui progetti che avevi e su quello che hai effettivamente realizzato. Il mese dell’ansia del tempo, già veloce nei mesi precedenti e che adesso sembra scorrere come un fiume in piena, che nella sua corsa travolge tutti i programmi, e te nel mezzo.

Ancor più se sei un freelance.

Sono stanca. Sono settimane che prometto e mi riprometto di fermarmi e fare il punto della situazione. Di quest’anno diverso da tutti gli altri, di quest’anno libero.

Essere liberi è bellissimo, ma non è così semplice come sembra.

All’inizio, è stata euforia. Ogni giorno era mio, da inventare, da creare da zero. Stimoli e persone e proposte da costruire. Uno dei dubbi nell’affrontare una nuova vita come freelance era come sarebbe stato lavorare da sola, invece che essere integrata nelle dinamiche e nell’organizzazione di un’azienda. Questa sembrava la risposta: la possibilità di scegliere ogni giorno dove lavorare, con chi prendere un caffè per condividere un’idea, con chi iniziare un progetto nuovo.

Lo stupore e la scoperta di comporre la mia quotidianità con tessere sempre differenti.

Diventando freelance mi sono data la possibilità di attingere alla mia esperienza nelle risorse umane, mescolarla con la specializzazione come coach, caratterizzarla con l’esperienza del viaggio, contaminarla nello scambio con interlocutori  differenti, per un punto di vista obliquo o ancor meglio diametralmente opposto al mio, su cui mettere in discussione i presupposti di partenza per costruire qualcosa di nuovo.

Il bilancio dell’anno è positivo, probabilmente anche oltre le mie aspettative.

Anche solo per la consapevolezza di essere partita con la mia cassetta degli attrezzi e poco più, con l’esperienza acquisita e la rete di contatti, ma senza un’idea chiara di che forma avrebbero potuto prendere una vola mescolati.

È bello essere degli entusiasti e buttarsi nelle cose. Ma è anche vero che c’è chi ha bisogno di dire di sì e chi di dire di no.

Ho iniziato a gennaio nella mia veste di apprendista freelance e ho provato a mettere in pratica al meglio delle mie possibilità tutte le informazioni che avevo raccolto su come si inizia a lavorare in proprio. Il business model, il cliente ideale, il business plan. Armata di fogli A3 e pennarelli ho cercato di mettere su carta quello che avevo in testa.

Scrivere è un esercizio potente.

Finché le idee sono solo nella tua testa è difficile capire se hanno senso, se possono prendere vita, se hanno abbastanza forza da restare in piedi e camminare sulle proprie gambe. Invece scrivere implica dare un nome alle cose, verificare se i singoli concetti si trasformano in frasi coerenti, se le aspirazioni hanno il coraggio di diventare numeri.

A un anno dal rientro dal mio (primo) trimestre sabbatico, inizio a fare la mia personalissima lista di spunti da tenere a mente per programmare il prossimo anno.

Magari è utile anche a voi, o magari ne avete altri da suggerirmi.

  • Da “Ogni lasciata è persa” a “Cosa dovrei lasciare per prendere quest’opportunità?”

Non sono avventata nelle scelte, ma se un’idea mi piace sono presa dal timore di perdere un’opportunità, se non accetto al volo. Spesso dimentico che dire di sì a qualcosa vuol dire automaticamente rinunciare a qualcos’altro

Quasi sempre proprio a quello che invece dovremmo proteggere maggiormente, come il riposo, il tempo per le nostre passioni, i sogni nel cassetto.

  • Da “Bisogna provare tutto una volta nella vita” a “Perché lo voglio fare?”

Essere aperti, non accontentarsi solo di ciò che conosciamo, non significa che dobbiamo provare tutte le opportunità che ci vengono offerte. Proviamo nuove strade, nuove soluzioni, nuove attività. Ma non solo per sfidare la paura di non essere all’altezza e il vago malessere di sentirci impacciati in qualcosa di mai provato. Sperimentiamo per divertirci a imparare.

Se in fondo allo stomaco sentiamo solo resistenza, siamo autorizzati a dire “No, grazie”. Davvero.

  • Da “La sindrome della gazza” a “A cosa mi serve?”

Le novità sono attraenti come oggetti luccicanti, ci attraggono e abbagliano assumendo un apparente valore che sembra eclissare quello a cui ci stavamo dedicando solo un attimo prima. Ma cosa succede se ci lasciamo distrarre da tutto ciò che troviamo in giro? Dovremo suddividere le nostre energie, il nostro tempo, la nostra attenzione. Faticando su tutti i fronti per tenere insieme i pezzi e sentendoci alla fine frustrati dalla sensazione di non aver concluso niente.

Proviamo a valutare il nuovo stimolo vedendo se in qualche modo può integrarsi e andare ad arricchire ciò che stiamo già facendo.

  • Da “Ora o mai più” a “Lo metto in agenda”

Per chi è fortemente orientato al fare, sembra essere una dicotomia inevitabile. O le cose si iniziano subito o non si faranno mai. Vero, ma solo in parte. Ora o mai più è il corollario di Ogni lasciata è persa. Ma la bellezza di essere un freelance, che per me sta in quella dichiarazione di libertà data dal nome stesso, è che davanti a noi possiamo abbiamo non solo la prospettiva immediata, ma anche i progetti a lungo termine.

Se alle cose possiamo dare un nome, dobbiamo anche dargli una data. Non rinunciare ma incasellare tra i “Non adesso” (perché non gli dedicherei l’attenzione necessaria) o i “Non ancora” (perché non siamo pronti, o perché richiedono prima altri passaggi che dobbiamo ancora fare).

È dicembre, l’anno finisce. Ce n’è uno nuovo di zecca tutto da inventare.

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