Val sempre la pena di fare una domanda, ma non sempre di darle una risposta (O. Wilde)

Venire fino in Cile e andare ad Iquique e non a San Pedro di Atacama è un po’ come visitare l’Italia e saltare Venezia preferendole Treviso.

Con tutto il rispetto per Treviso, naturalmente.

Atacama è un’altra delle superstar del turismo sudamericano, con i suoi geyser e le sue formazioni geologiche. Era anche sulla mia, di mappa. Ma sono rimasta più del previsto in Peru, conquistata dalla sua storia e dalle sue bellezze naturali. Mi sono trovata a dover scegliere tra il nord e il sud del Cile. E per arrivare in Patagonia, la cui natura mi chiama fin da prima della partenza, preferisco evitare tentazioni. Eccomi sulla costa, quella fascia pianeggiante chiusa tra l’Oceano Pacifico e l’arida precordigliera, che sembra scorrere tutta uguale fuori dal finestrino dell’autobus.

Arrivo ad Iquique in un giorno festivo e le strade sono desolate (e desolanti). 

Le vacanze di europei e americani sono terminate, Argentini e Cileni si muoveranno a partire da inizio dicembre, con le festività e l’inizio dell’estate. Così ogni volta che arrivo in ostello scopro di avere a disposizione un sacco di spazio, ma molte strutture turistiche stanno approfittando di questo periodo per prendere fiato o rinnovarsi. Chiedo un suggerimento a Ivan, il proprietario che mi sta rimpinzando con la colazione che è il vanto della sua ospitalità. Mi racconta del passato minerario della città, della madre nata in uno degli agglomerati sorti per ospitare i lavoratori e le loro famiglie.

Arrivo ad Humberstone, e mi chiedo chi mi abbia catapultato nel selvaggio west senza nemmeno passare dal via.

In realtà l’avevo intravista lungo la strada da Arica, ma metterci piede fa un’altro effetto. Volendo fare un paragone, si potrebbe dire che è la Crespi d’Adda cilena: nel boom del salnitro come fertilizzante per l’agricoltura, ecco apparire dal nulla queste cittadine. Non semplicemente case per operai ed impiegati. A Humberstone ci sono ancora oggi il teatro dove hanno recitato artisti internazionali e l’albergo dove ogni weekend si ballava, la piscina con gli spalti per le competizioni di pallanuoto e i portici per passeggiare all’ombra.

Di La Serena mi dicono che è la città dell’eterna primavera, che ci sono 320 giorni di sole all’anno. Stamattina ci sono 12 gradi e il cielo è plumbeo.

Verso ora di pranzo inizia anche una pioggerella sottile. Risalgo la Valle Elqui, famosa per i vigneti dove viene prodotto il pisco e per gli osservatori astronomici da cui ammirare il cielo stellato di questo emisfero (nei 320 giorni di tempo sereno,  naturalmente). Faccio un giro in cantina con la spiegazione d’ordinanza, passo davanti alla casa di Gabriela Mistral, prima donna cilena premio nobel e vanto di Vicuña. A Coquimbo cammino nel Barrio Inglés, edifici oggi polverosi in cui i coloni cercavano di sentirsi meno lontani da casa, abbandonata per inseguire i sogni di ricchezza delle miniere di rame. Risalgo la via costiera, dove di molte case resta solo la facciata.

Come le quinte di uno spettacolo lasciato a metà.

Sono i segni dell’ultimo tsunami, nel 2015. Case in cui la natura sta riprendendo possesso di ciò che era suo, una nave adagiata nella baia e su cui riposano i pellicani. Capisco che chi è stato colpito in prima persona non ci veda niente di poetico. Ma è, in qualche modo, il primo contatto con quella natura che aspetto di trovare più a sud. Indomabile, impetuosa. Non crudele. Semplicemente, una natura in cui l’uomo è un elemento come tanti.

Ce lo siamo raccontati noi, di essere speciali.

Ma prima, mi aspetta Santiago.

Che non è nemmeno così bella, al primo sguardo. La vertigine, quando ciò che vedi è così bello da farti vacillare, l’avevo provata piuttosto a Valparaíso. Mi era bastato camminare fino all’ostello per restare folgorata. Le case aggrappate sulle pendenza delle decine di colli che lasciano solo una lingua sottile di pianura prima del mare. La Plaza Sotomayor aperta direttamente sul molo, dominata dall’edificio dell’Armata del Cile, con la sua facciata celeste. E i murales, su intere facciate trasformate in tavolozze giganti, arrampicati su uno spicchio di muro abbandonato, disegni e parole che trasformano in poesie i gradini di una scalinata.

Mi era successo solo una volta, prima di oggi. Ma avevo vent’anni, e si sa che queste cose succedono quando si hanno vent’anni. Dicono.

Metto piede a Santiago e penso “Potrei vivere qui“.

Senza averla visitata, esplorata, conosciuta. Uscita dalla metropolitana, con ancora in spalla lo zaino. Una sensazione totalmente irrazionale e ciò nonostante (o forse proprio per questo) netta e chiara. A Santiago splende il sole della primavera e i parchi e le piazze sono affollati di persone che suonano, ballano, leggono, chiacchierano. 

Non si può capire un Paese da una sola città, ma Santiago sembra mi chieda di provare a comprendere il Cile attuale. Dove la storia pesa, perché la dittatura è un capitolo tutt’altro che chiuso. Ne conoscevo ben poco, a parte qualche nome, qualche data. Ma trovarsi di fronte un ragazzo di meno di trent’anni che racconta i fatti e soprattutto gli impatti sulle famiglie, divise ancora oggi dalle opinioni e dai punti di vista, è un’altra cosa. Un Paese polarizzato tra esaltazione e demonizzazione. Che però finisce per non agire. Siamo in piena campagna elettorale, si vota tra pochi giorni. E scopro che la costituzione è ancora quella scritta negli anni della dittatura. Terminata sì da quasi trent’anni, ma che ha lasciato l’impostazione di istruzione, sanità, organizzazione sociale.

È difficile comprendere, da fuori.

Visito Londres 38, un’abitazione nel pieno centro città che per due anni è stata centro di interrogatori da parte della polizia investigativa creata dalla giunta militare. C’è la possibilità di una visita guidata, sono sola, diventa un dialogo. La casa è stata recuperata su iniziativa dei sopravvissuti e delle famiglie. Non c’è stato, come in Argentina o Peru, un processo di riconoscimento ufficiale di quanto avvenuto. D’altra parte, non ci sono ufficialmente nemmeno colpevoli. Non ci sono state condanne. L’esercito, grazie al Patto del silenzio, mantiene riservati i registri di quanto avvenuto.

La ragazza che mi guida mi dice con rammarico che i ragazzi delle scuole sanno poco o niente di quello che percepiscono come un passato remoto, ma che è stato il presente dei loro genitori e nonni. Non è in fondo così strano, penso a quanto poco anche noi sappiamo degli anni delle Brigate Rosse.

Il Cile è il più ricco dei Paesi sudamericani, quello dall’economia più stabile grazie alle ricchezze minerarie. Arrivando dal Peru è inevitabile sentire la nettezza del cambio. Dopo l’indipendenza, qui hanno giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo gli interventi inglesi e americani. La cultura è cresciuta in una mescola latino-anglosassone fatta di serietà e cumbia, té pomeridiano e empanadas vendute per strada. Lo stile di vita appare completamente occidentalizzato.

Ma chiacchierando scopro che il divorzio è stato regolamentato nel 2006.

L’aborto è stato depenalizzato lo scorso mese. Depenalizzato, non legalizzato.

E solo in casi limite di violenza o rischio di vita. Nei parchi i pololos, come vengono chiamati gli innamorati non ancora ufficialmente fidanzati, si scambiano sguardi e sembrano più zuccherosi che mai. Ma la società è ancora fortemente maschilista, in pieno centro puoi imbatterti nei Café con Piernas dove procaci signorine in bikini servono il caffè a impiegati in giacca e cravatta. Locali essenziali, bancone e nemmeno una sedia, tutto è pensato per un’occhiata mordi e fuggi. Così, in pieno centro, in pieno giorno, in orario di ufficio.

Non si può capire un Paese da una sola città, ma certamente da Santiago mi porto via infinite domande.

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