Ho voluto la bicicletta

La cholita continua a passare pacchi, il guidatore li incastra in un castello colorato che si innalza sopra alle fondamenta costituite dalle valigie degli altri passeggeri.

Penso che nel mio ultimo trasloco c’era meno roba.

Seguo lo sguardo poco convinto di uno degli altri viaggiatori e concordo che sì, la regolamentazione sul carico massimo trasportabile non deve essere in cima ai pensieri dell’autista. Per non parlare della sagoma, avvolta strettamente nella cerata blu.

Poi, il colpo di scena. Non ci sono abbastanza posti a sedere.

La cholita cerca di convincere l’autista a far stringere gli altri passeggeri. Lui è dubbioso. Gli sguardi sono eloquenti.  Nessuno pensa di poter di passare sei ore di tornanti più stretto di quanto già sia, con il bagaglio a mano in grembo e a malapena il posto per le gambe. Così la danza riprende. I pacchi colorati scendono uno alla volta. Io spero che non ci finisca in mezzo anche il mio zaino, cerco di guardare dallo specchietto retrovisore. Finalmente, si parte.

Ma alla fine, esattamente, perché sono finita su questo minibus sperando che non si ribalti alla prima curva?

Ayacucho non era sulla mia mappa, come non lo è per la maggior parte di chi attraversa il Peru. Poi, ancora una volta, i puntini hanno iniziato ad unirsi, disegnando la rete di civiltà, contatti, incontri e scontri che hanno contribuito alla formazione dell’Impero Inca. Così, per arrivare fino a nord, a Trujillo e Chan Chan, niente volo. La strada delle Sierras, invece. Ero preparata alle lunghe ore, quando duecento km diventano mezza giornata di una strada che si snoda faticosamente. Meno a piani di viaggio non esattamente conformi alla realtà.

Sono partita con la promessa di un percorso diretto, seduta al mio posto su un autobus di linea fino alla destinazione finale. E mi sono invece ritrovata a dover recuperare le mie cose alle cinque di mattina, per evitare di rimanere ferma non so nemmeno esattamente dove. Magra consolazione rendermi conto di non essere la sola a trovarsi spiazzata. Non è un problema di lingua, ci hanno proprio venduto una cosa per un’altra. In ogni caso, ormai siamo qui.

Ad Ayacucho ci si arriva in questo minibus oppure a piedi.

Se il quadro non fosse già sufficientemente comico, la metà dei passeggeri è reduce da una convention di prodotti dietetici che si è tenuta  a Cusco. Commentano fieri che almeno siamo tutti sufficientemente magri da starci. Io in realtà, avendo saltato la cena, in questo momento sogno più chicharrones che beveroni, ma mi devo accontentare di una barretta residua in fondo allo zaino.

Alla fine, l’autista decide arbitrariamente di depositarci al parcheggio della sua compagnia di trasporti invece che al terminal bus ufficiale. Meglio così, mi risparmio un bel pezzo di strada perché siamo ad un passo del centro.

Vediamo cosa c’è fuori dalla strada battuta. 

Scopro che ci sono parecchie cose. Ayacucho sarà fuori dai circuiti turistici degli stranieri, ma in questa città in un solo giorno puoi attraversare un millennio di storia peruviana.

Ayacucho delle rovine Wari, una delle civiltà guerriere che hanno preceduto e contributo a formare le fondamenta del Tahuantinsuyo. Jorge, la guida, ci aiuta a dipanare la complessa simbologia della loro divinità principale, così simile a quella scolpita un migliaio di anni prima sulla Stele Raimondi della cultura Chavin e che si ritroverà cinquecento anni dopo rappresenrata nella divinità superema degli inca, Viracocha. Gli elementi dello spazio e del tempo organizzati e resi tangibili in forme che si ripetono, unendosi e contrapponendosi ad esprimere la complessità del cosmo: l’anno lunare espressione del femminile, il sole e i felini portatori di forza, i tre livelli coesistenti deĺla realtà, dalle profondità al cielo passando per la terra su cui camminiamo ogni giorno.

Ayacucho che mantiene il legame con le espressioni artistiche della tradizione. Le ceramiche del villaggio di Quinoa, a forma di piccole chiese, poste sul tetto di ogni nuova casa a protezione della famiglia che la abita. I retablos, nati dalle rappresentazioni preparate per mesi in vista delle celebrazioni per la marchiatura del bestiame e diventati poi una nuova forma d’arte, che riesce ad integrare pienamente gli elementi della religiosità cattolica con le istanze derivanti dai cambiamenti solciali, l’iconografia della sierra e quella della selva amazzonica.

Ayacucho che ha visto l’ultima fondamentale battaglia dei patrioti contro il viceré spagnolo, la firma dell’accordo che ratificava l’indipendenza peruviana già proclamata tre anni prima. E che ricorda quel momento fondativo con un obelisco bianco a dominare la valle.

Ayacucho per non dimenticare nemmeno la storia più recente, con il suo Museo della Memoria.

Proprio stamattina, alla radio, annunciavano la liberazione di Marta Huatay, una delle leader di Sendero Luminoso, alla scadenza della condanna a 25 anni di carcere per terrorismo. Ma per le madri che qui hanno fondato ANFASEP e raccolto testimonianze per non dimenticare quei venti, terribili anni, credo sia come se il tempo non fosse mai passato.

Il museo è anche un punto di aggregazione. Mi accoglie una signora di una certa età, mi ringrazia per la visita, mi bacia. Guardo le foto, leggo le storie. Sendero Luminoso nasce qui, raccoglie proseliti facendo leva sulle speranze frustrate degli studenti universitari, spesso di origine povera, o indigena, o entrambe. Ma le urne elettorali bruciate sono solo l’inizio. Lo Stato manda l’esercito, i fuochi della violenza diventano due.

In mezzo, come spesso accade, resta la gente.

Anche qui come in Argentina persone comuni vengono prese, interrogate, spariscono. È il dodicesimo anniversario dell’apertura del museo, le madri sfilano verso la piazza, sotto la pioggia battente. Le scritte a pennarello sui cartelli si sciolgono ma loro procedono imperterrite.

La memoria non è fatta solo di parole.

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