Un grande futuro dietro alle spalle

La strada che lascia Puno costeggia il lago e prosegue in un falsopiano infinito. Sembra impossibile, ma saliamo ancora. Dopo i primi giorni l’altitudine non bussa più con il costante mal di testa sperimentato nel Salar di Uyuni, ma unendosi all’andatura dondolante dell’autobus ad un certo punto mi fa assopire. Apro gli occhi in una valle ampia, con vette imponenti che osservano dall’alto, coronate dalle nuvole che si stanno raggruppando. Case isolate, mandrie di vacche al pascolo. Le rotaie del treno sembrano giocare con la strada, abbracciandola e inseguendola, ora da un lato ora dall’altro. Un villaggio più grande, è domenica, un minuscolo mercato. Ogni tanto qualcuno che cammina, lungo l’asfalto o lungo la ferrovia.

Chissà da dove arriva, chissà dove è diretto.

Naturalmente, un campo da calcio. Ne ho visti ovunque, persino nel nulla della Riserva Eduardo Avaroa, accanto alle piste sabbiose di quell’angolo di Bolivia al confine con il Cile. Guado la strada che scorre e vedo tutto, e il suo contrario. Edifici come eterni lavori in corso, con stanze senza una parete o piani interi senza tetto. Una casa colonica che sembra atterrata direttamente dalla Georgia. In un’ansa del fiume donne e bambini che lavano i panni. A Checacupe un’arena, una plaza de toros interrata. Il viaggio dura quasi otto ore ma non ho tempo di annoiarmi, anzi.

Prima di partire avevo letto un articolo in cui un antropologo raccontava di come proprio nella zona tra Bolivia e Peru fosse stato individuato l’unico popolo ad oggi conosciuto che rappresenta il passato come qualcosa che sta di fronte a noi, mentre il futuro come qualcosa che è alle spalle. Al primo impatto e con i nostri canoni suona assurdo. Ma in realtà, perché no?

Ciò che è stato lo conosciamo, ciò che deve avvenire ci è ignoto.

Nascosto, come se non potessimo vederlo. Insomma, una logica perfetta, rispetto alla quale sarebbe da concordare che sono tutti gli altri a ragionare in maniera strana.

Il tempo, senza cui nessun racconto esisterebbe.

Prima di partire ho comprato qualche libro, peso e volume sono diventati criterio base per scegliere dato che dovevo capire come incastrarli nello zaino. Così, per puro caso, ma contrappeso perfetto a quell’articolo, mi sono ritrovata a leggere “L’ordine del tempo” di Rovelli, fisico che si occupa tra le altre cose di gravità quantistica e filosofia della scienza.

“La differenza tra passato e futuro, in ultima analisi, è legata a questa sfocatura… se potessi tener conto di tutti i dettagli (…) gli aspetti caratteristici del fluire del tempo sparirebbero?” (L’ordine del Tempo, Carlo Rovelli)

Ad ogni pagina oscillavo tra la frustrazione e la meraviglia più completa. Non capendo perfettamente, ma intuendo la forza di mettere in discussione addirittura la percezione del tempo e del suo scorrere, che da sempre diamo per scontato. Per lo meno nella nostra concezione occidentale, in cui il tempo non solo va in un’unica direzione, ma è anche sempre più ritmato, parcellizzato, definito.

Perché niente vada sprecato.

Per provare a sfuggire a questa morsa, il viaggio è un ottimo esercizio. Scelto o subìto, fa lo stesso. Il primo banco di prova sono i trasporti. Gli autobus tendono a partire in orario, ma non si può dire lo stesso dell’arrivo. Troppe le variabili da tenere in considerazione. Il traffico, certo. I guasti, che aumentano in maniera direttamente proporzionale alla distanza della data dell’ultima revisione. Più semplicemente, le persone che salgono e scendono. Il concetto di fermata è estremamente labile, un gesto per chiamare il conducente e se c’è spazio sali. Se non c’è spazio, di solito si trova. E poi, con calma, si procede. Si impara ad organizzarsi. Ad apprezzare il tempo per leggere, scrivere, guardare fuori dal finestrino.

Ma anche il tempo stesso del viaggiatore diventa plastico.

Paradossalmente, più ne hai più sembra assumere sembianze prima ignote. A Cusco ho conosciuto Kate, australiana a zonzo per il Sudamerica da marzo. Mi racconta di essere stata alcuni mesi in Brasile e di essere in città da tre mesi, dando una mano come volontaria in ostello in cambio dell’alloggio. La sera, quando torno, mi chiede cosa ho visto. Le racconto della Valle Sacra, delle cittadelle e dei terrazzamenti inca distribuiti nella regione e che mi stanno lasciando a bocca aperta. Invariabilmente mi risponde “Bello! Sì magari prima o poi ci dovrei andare anche io”. È qui da settimane e le passa prevalentemente sul divano dello spazio comune, guardando telefilm sul cellulare.

“Il tempo è la misura del cambiamento.” (ibid.)

Quindi per lei forse il tempo non passa. Immagino sia corso a velocità vertiginosa all’inizio, lontana da casa, quando tutto era radicalmente nuovo. Quando si gettava a capofitto in ogni nuova scoperta, in ogni nuovo incontro. Un vortice che probabilmente ad un certo punto finisce per travolgere a tal punto che ci si rifugia nello stare immobili, come se evitando di uscire dall’occhio del ciclone si potesse restare al sicuro.

Io non riesco ancora a valutare il mio cambiamento. È impossibile, quando ci sei dentro. Ma osservo affascinata come il mio tempo si stia trasformando e come io stia cercando di adattarmi a questa nuova modalità.

Come in ogni viaggio, il tempo sembra contemporaneamente lunghissimo e trascorso in un soffio. Stavolta più che mai. Mi guardo indietro e mi sembra impossibile siano passate cinque settimane. Ma allo stesso tempo mi sembra anche di essere via dalla mia quotidianità da un tempo così lungo che non si può nemmeno misurare. 

Ho sempre una lista di cose da fare, ma sto cercando di insegnare a me stessa che a volte puoi non arrivare in fondo, e che va bene così.

Che a volte puoi seguire una strada che non avevi previsto, e può essere anche meglio. Che ci sono giorni di pioggia in cui la cosa migliore da fare probabilmente è stare seduta davanti ad una tazza di tè fumante, leggendo qualche pagina di un libro e guardando la gente che passa per la strada.

Non è semplice, non sono un’allieva particolarmente disciplinata quando si tratta di rallentare. Quando il cielo è grigio sono sempre di cattivo umore. Mi ripeto che camminare sotto la pioggia battente probabilmente mi regalerebbe solo un grado variabile di incazzatura e la certezza di un raffreddore. Non sono convintissima, ma ci provo. Ad apprezzare questo momento di pausa.

Abbiamo così paura di sprecare il nostro tempo che finiamo con sprecare i nostri pensieri, la nostra attenzione, la nostra energia.

Pur di raggiungere un risultato futuro ci dimentichiamo di essere nell’istante presente.

E quello sì, già ora, è passato e non torna.

 

Felice e di se stesso padrone/ L’uomo che/ Per ogni giorno del suo tempo/ Può dire/ Oggi ho vissuto  (Orazio, Odi – in ibid.)

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