Guida minima per il collezionista di parole: Ignorare

Dove tutto è nuovo, mi rendo conto di quante cose ignoro completamente. E vivo la condizione privilegiata di essere di nuovo una bambina che impara. Che si può prendere il tempo per scoprire, che non ha timore di cosa penseranno di lei per le domande, magari banali, che sta facendo.

Perché ignorare non è un verbo di cui vergognarsi.

A meno che la nostra ignoranza sia una scelta, quella di chi si rende conto di non sapere e continua a distogliere lo sguardo. Se invece è la molla per crescere, ben venga. Così, arrivata a metà del viaggio, il corpo ha (relativamente) rallentato ma la testa è tornata a balzare da un pensiero all’altro come una scimmietta curiosa, svuotata di ritmi, obblighi, automatismi.

Se qualcosa cattura la mia attenzione, la seguo.

Leggo tutti i cartelli che vedo per la strada, mi affaccio nei portoni semiaperti da cui si vede un patio, chiedo gli ingredienti dei piatti e i nomi dei frutti impilati sui banchi del mercato. Pur in un contesto che appare molto differente, sto quasi rivivendo la stessa sensazione provata in Giappone una superficie sociale simile a quella occidentale, una profondità distante oltre ciò che immagin(av)o.

Qui, oltre che dalla cultura, con l’ulteriore frammentazione data dal denaro. Studenti delle superiori mi fermano per chiedermi di poter filmare una piccola intervista per un compito scolastico. I ragazzi girano col cellulare proprio come nelle nostre strade. Ma qualche via più in là, due signori stanno impettiti con i loro banchetti su cui campeggia una macchina da scrivere elettrica. Mi ricordano quei personaggi da film dell’ottocento che scrivevano lettere per commissione.

Chissà, non ho il coraggio di chiedere.

Ma è così ogni giorno, ad ogni angolo. Nei mercati quelli che mi colpiscono di più sono i banchi di condimenti – pochi quelli che vendono spezie, piuttosto verdure a cubetti, cotte e crude, un’ampia scelta di tuberi già bolliti o di varietà differenti di mais sgusciate. In ciotole di metallo una accanto all’altra, salse multicolori dai profumi pungenti. Seppur in mancanza del congelatore e del microonde anche qui si va sempre più veloci, e l’offerta di ciò che semplifica è praticamente infinita. Tutto è sfuso e tutto può essere da asporto, in un proliferare di scatole, borse e sacchetti che purtroppo vanno poi ad aumentare i rifiuti sparsi troppo spesso con noncuranza sul ciglio della strada.

Mi ritrovo soprattutto ad interrogarmi sulla limitatezza della nostra visione, che parte sempre dal proprio centro, dall’Europa.

Una città dopo l’altra, mi sento ignorante nella scoperta dei popoli che hanno preceduto gli Inca e che hanno dato il loro contributo alla complessità di quella civiltà. Mi rendo conto di aver allargato lo sguardo fuori dai confini consueti solo quando mi sono ritrovata a camminare su queste strade. Appurato che hanno iniziato la loro epopea non più di un paio di secoli prima dell’arrivo di Pizarro, è abbastanza evidente che limitarsi alla conoscenza della storia degli Inca sarebbe come raccontare che la storia europea è iniziata nel Rinascimento.

Ho sempre preso un po’ in giro la mia amica Elisa, la cui passione per la storia antica l’ha portata a trascinare da Pompei a Petra un marito forse più incline alla spiaggia romagnola.

Invece adesso la capisco, conquistata dalla diversità di espressione e dall’incredibile livello artistico raggiunto da tutti questi popoli spariti da secoli e secoli. Cerco tratti unificanti e osservo le scelte differenti, che raccontano un Paese grande cinque volte l’Italia e ancora oggi abitato con una densità che è la metà. Con una metropoli come Lima che con quasi undici milioni di abitanti rappresenta un terzo dell’intera popolazione, stretta verso il mare dalle montagne desertiche che si alzano alle sue spalle. Con valli profonde e la selva amazzonica che copre almeno un quarto della superficie.

Un Paese che mi ero accontentata di immaginare dalla cartina nell’atlante e che invece adesso si sta mostrando nell’esperienza diretta di percorrerlo (quasi) da un capo all’altro.

Parto dal complesso cerimoniale del popolo Chavin, dove l’acqua era piegata in canali per produrre suoni che incutessero timore reverenziale negli iniziati, persi nei labirintici corridori sotterranei e già storditi dalle bevande a base di San Pedro, il cactus ricco di mescalina usato ancora oggi nei riti sciamanici. Su tutto domina il Lazon, testa squadrata, bastoni del comando, un’iconografia complessa di felini, serpenti, uccelli, figure che in ogni civiltà che ha popolato queste terre ritornano come simboli del cosmo e delle forze che lo dominano.

Resto letteralmente a bocca aperta di fronte ai fregi policromi di più di mille di anni fa della Huaca della Luna costruita dai Moche. Tanto più perché è realizzata in adobe, i mattoni di terra e paglia cotti al sole, unico materiale costruttivo della costa nord. Effettivamente al momento della scoperta sembrava solo una montagna di terra, con la sabbia che il vento porta incessantemente dal mare. Mentre invece, sotto, questo. Cortili cerimoniali, altari per il sacrificio. E la scoperta più straordinaria. Periodicamente sigillavano il tutto, costruendoci sopra e attorno un nuovo tempio.

Una matriosca a cinque strati.

Il più esterno andato praticamente perso per l’azione del clima e per i cacciatori di reperti. Il quarto, quello in fase di studio. Il terzo, di cui si possono vedere alcuni decori in una fenditura fatta proprio da tombaroli. I fregi più perfetti, perché lo strato superiore li ha preservati come se il tempo non fosse passato. E il dilemma dell’archeologo – accontentarsi di ciò che è visibile, oppure inseguire la curiosità di vedere come sono gli strati più profondi e diventare anche lui un distruttore?

E infine, Chan Chan.

Praticamente il castello di sabbia più grande del mondo.

A oggi sono stati individuati undici palazzi su una superficie di oltre 20 kmq. I lavori procedono a rilento, la guida ci dice che ogni anno lo Stato stanzia fondi che di solito bastano però a coprire tre o quattro mesi di attività. Poi, si attende l’anno successivo. Anche qui è una lotta costante con gli elementi atmosferici. Con la pioggia che lava via, con il vento che accumula polvere. Ma percorrendo i corridoi che conducevano al centro del palazzo attraverso passaggi obbligati, mi perdo nell’osservazione di sequenze di pesci a rappresentare le correnti del mare, decorazioni a graticcio come reti da pesca, uccelli e i fregi geometrici.

La bellezza, abbiamo sempre e ovunque bisogno di bellezza.

Ne avevano bisogno migliaia di anni fa, prima di seminare o partire per la caccia. Ne abbiamo bisogno oggi, per sentire il respiro che si ferma, per ritrovarci in un popolo vissuto in un altro mondo.

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