Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola (Joumana Haddad)

Non credo di aver mai viaggiato tanto come quest’anno. Sarà che nel precedente ero rimasta praticamente ferma, un po’ perché reinventare la propria vita richiede tutte le energie a disposizione per definire nuovi punti di riferimento, un po’ perché ero talmente presa dall’osservare il mondo che cambiava intorno a me, e il cambiamento che vivevo in mezzo a questo turbine, che quasi avevo scordato il desiderio di cercare la prospettive di latitudini diverse.

Quest’anno sono stata a Malta, Berlino e Bilbao.

In Giappone e in Texas.

A Torino e Trieste, Bologna e Venezia, Genova e Trento, Rimini e Firenze. 

Sto sperimentando la vita che volevo, quella per cui ho scelto di lasciare il lavoro in azienda e di esplorare un modo alternativo di fare le cose. Quella in cui ho imparato a distinguere tra raggiungere un obiettivo (che però magari è di qualcun altro) e darsi un obiettivo (e, subito dopo, concretizzarlo).

Per certi versi questo è stato un anno di grande successo. Per altri, ho ancora un sacco di passi da fare.

Due anni fa mi arrampicavo su un vulcano perfetto e decidevo di non tornare seduta alla scrivania. Il che non voleva certo dire lavorare meno; piuttosto, lavorare di più.

Quando si tratta di mettersi a testa bassa e non mollare, sono proprio brava.

Che si tratti di correre, camminare o lavorare finché la scadenza è stata rispettata. Se si parla di obiettivi non ci sono dubbi, potete contare su di me.

Negli ultimi mesi, però, sono tornata a interrogarmi sul significato della parola desiderio.

Un termine che ho sempre guardato con un certo scetticismo, ma di cui adesso forse ho bisogno per andare ali di là d quello che ho raggiunto fino a oggi.

Cosa sento davvero, quando penso all’idea di desiderio?

Il desiderio, a dirla tutta, mi fa paura. Gli obiettivi si controllano, si pianificano, si modificano in corso d’opera se ti rendi conto che qualcosa non funziona secondo i piani. Per raggiungere un obiettivo che sembra sfuggire puoi perdere qualche ora di sonno, investire risorse che non avevi previsto, chiedere a chi ne sa più di te.

Ma un desiderio fa quello che vuole.

E quello che non posso controllare mi mette di fronte a quelle limitazioni che così spesso faccio finta di ignorare.

Così per tanto tempo l’ho tenuto zitto. Forse proprio fino a quando sono partita per Buenos Aires, concedendomi di realizzare un desiderio illogico e poco pratico, se considerato secondo i parametri di “quel che si deve fare”.

Non so se succede sempre così, che quando il desiderio si sveglia poi prende il sopravvento e non si accontenta più di stare zitto. Prima nelle cose che conosce, e poi iniziando a guardarsi intorno anche verso direzioni del tutto inesplorate.

Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi provare qualcosa che non hai mai fatto.

Non ci credete? A chi dice che da adulti non si cambia più, vorrei raccontare un paio di cose.

A inizio agosto sono uscita da casa, a Milano, per camminare fino a Lucca. A Lucca, su una colonna del Duomo di San Martino, mi aspettava il labirinto che avevo visto per la prima volta quattro anni prima. Da quel giorno ho cambiato tutto: casa, lavoro, la maggior parte dei punti di riferimento che avevo.

Non sapevo e ancora non so come, ma quel ritorno era un promemoria dell’importanza di non fermarsi, di non aver paura di percorrere strade che non conosco.

Avevo bisogno di tornare alle cose importanti. Di osservare quello che mi fa stare bene, e quello che mi manca. E di ammettere che, tra le cose che mi mancano, ce ne sono alcune che non posso ottenere se continuo a pensare a loro come degli obiettivi.

Il desiderio non lo controlli, e spesso non dipende solo da te.

Forse è proprio questo il segreto per imparare ad accettare che a volte le cose vanno come devono andare, invece di come vorremmo, per vivere il desiderio con i suoi alti e bassi, per affrontarne gli ostacoli.

Smettere di guardare i desideri degli altri per validare i nostri, di paragonare quello che hanno o non hanno rispetto a noi. Partire dal profondo, dai valori che danno significato alla nostra vita.

La paura è essenziale, per andare in direzione del desiderio. 

Perché ci mostra i nostri limiti e ci insegna ad avvicinarci alla compassione di sé, la capacità di prenderci cura di noi stessi di fronte a una battuta d’arresto, o quando scopriamo qualcosa di noi che proprio non ci piace.

Fatichiamo a concedere a noi stessi l’attenzione che abbiamo invece per gli altri.

Kristin Neff, ricercatrice e scrittrice, studia il tema in modo pratico e chiaro, per offrire strumenti concreti attraverso cui allenare la compassione di sé nei momenti di difficoltà. Sa molto bene che la maggior parte di noi sa guardare le sofferenze di chi ci sta accanto con un moto istintivo che ci porta ad avvicinarci, ad agire con gentilezza e cura. Ma è ben più difficile farlo con noi stessi.

Spesso siamo i nostri giudici più severi. Condanniamo ogni nostro errore, ogni nostro fallimento. Ci sentiamo sbagliati, a volte addirittura senza speranza.

La compassione di sé significa onorare la nostra imperfezione, il nostro essere umani.

Con progetti, obiettivi. Desideri.

Smettere di sprecare energie per vivere all’altezza di ideali impossibili, e concentrarsi semplicemente su cosa significa vivere.

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