Cinque cose che non credevo di poter fare (e invece)

5 cose che non credevo

Da quando mi sono messa in proprio, un giorno sì e uno pure mi ritrovo con la sensazione di navigare a vista. Certamente – fai il  business plan, cerchi di capire il tuo target, prevedi il tuo calendario editoriale, scrivi post e fai foto e partecipi ad eventi di networking e disegni il tuo servizio. Insomma, segui tutte le regole di chi lo ha fatto prima di te e quindi si suppone ne sappia più di te.

E sono tutte cose che vanno benissimo.

Solo che non sono abbastanza.

Perché di solito il difetto dei piani troppo ben congegnati è che sono costruiti sul processo ideale. Che con quello reale ha poco a che fare.

Così, mentre affronto l’emozione e il terrore del primo lancio di un percorso tutto mio, mi sono fermata a riflettere su cinque cose che non credevo di poter fare e invece, tutto sommato, ho imparato a fare.

1 A programmare ma essere pronta a seguire quello che succede.

Questa forse è la cosa che sento maggiormente. Dalla mia esperienza aziendale ho ereditato un approccio concreto e schematico, che unito alla mia indole determinata faceva spesso l’effetto pitbull sorridente. Efficace, ma a costo di un dispendio di energia a volte decisamente eccessivo. Chi mi affidava un compito poteva dormire sonni tranquilli. Ma alla fine, ne valeva davvero la pena?

Oggi provo ad unire la mia parte razionale a quella più fatalista (nascosta, ma esiste). Non per essere meno decisa, ma perché se togli il paraocchi a volte scopri che le circostanze inaspettate sono quasi meglio di quelle a cui stavi puntando.

2 A parlare di denaro.

Ho sempre avuto un rapporto estremamente distaccato con i soldi. Per me il denaro è sempre stata quella cosa che esiste ma solo in maniera virtuale, che transita attraverso il conto corrente e la carta di credito, che ha senso solo per quello che ti permette di fare.

Uscire dal posto fisso significa anche dover avere un rapporto diverso con il denaro. Imparare a dare un valore al proprio tempo e alle proprie competenze, mettere l’etichetta del prezzo ai propri servizi. Parlarne, raccontarli, rispondere alle domande che li riguardano. Proporli. Venderli. Senza cadere nel terrore di vendere se stessi.

3 A chiedere.

Quando viaggio mi piace chiedere, è un modo semplice per entrare in contatto con le persone. Così ho chiesto indicazioni in una nuova città e passaggi a persone incontrate il giorno prima.

Poi ho pensato che, anche una volta tornata a casa, chiedere poteva essere altrettanto spontaneo e non, come ho sempre temuto, un disturbo per chi riceve la domanda. Così ho provato. Ho chiesto un aiuto a chi ne sapeva più di me e suggerimenti a chi era più avanti. Ho chiesto alle persone che stimo un punto di vista diverso o di poter lavorare insieme ad un progetto. Ho ricevuto anche più di quanto immaginassi, e ho scoperto che chiedere mi piace molto.

4 A sentirmi parte.

Il maggior timore nel cominciare l’esperienza come freelance è quello di fare le cose da sola. O meglio. Fare le cose da sola e non avere poi nessuno con cui confrontarmi. Perché a me fare le cose da sola piace, e pure tanto. Ma ho sempre vissuto il contesto dell’azienda, quello in cui l’idea diventa realtà attraverso il sostegno (e le critiche) di tutti quelli che sono attorno. In cui a volte le risorse le devi richiedere contro tutto e tutti, ma a volte le ottieni anche senza cercarle.

Per la prima volta provo a costruire da sola un progetto dall’inizio alla fine. E, ancora una volta, scopro che da solo non sei mai, a meno che tu lo voglia. Ho ricevuto la stima dei rapporti che ho seminato nel tempo, delle persone con cui ho sempre cercato di fare il mio lavoro al meglio. Ho la mia squadra di supporto, che mi ha seguito passo passo nel mio peregrinare sabbatico e che adesso è la geometria cangiante con cui so di poter affrontare ogni dubbio.

5 A non avere aspettative.

È una consapevolezza iniziata in viaggio. Tutti mi chiedono – Perché il Sudamerica? Me lo sono chiesto parecchie volte anche io. Non era un continente che ho sempre sognato. Era una scelta puramente razionale data dalla somma di una lingua in cui potevo cavarmela e di un tenore di vita che avrebbe permesso un lungo soggiorno. Così sono partita sapendone poco, senza aspettative chiare. E questo ha reso l’esperienza ancora più incredibile. Ho seguito i suggerimenti che ho ricevuto, ho deviato dalla strada tracciata. Semplicemente ho ascoltato, osservato, vissuto.

E tu, sei pronto a scoprire tutto quello che puoi fare?

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