Fin de Pavimento

Fermi, in silenzio, ci scrutiamo.

Noi dietro al parabrezza, lui ben piantato in mezzo alla strada. Come nella più classica delle rappresentazioni lui, l’asino, mantiene cocciuto la sua posizione. E noi, tre tedeschi e un’italiana saltata all’ultimo sull’auto, non sappiamo esattamente come comportarci.

Ci avevo provato, a capire se era possibile arrivare a Cachi da Cafayate. Impossibile con i mezzi, il colectivo arriva fino a Molinos da un lato e ad Angastaco dall’altro. In mezzo, quaranta km raccontati come meravigliosi e selvaggi. I tour, certo. Accettando qualche compromesso in termini di gestione dei tempi del viaggio e di prezzo. Ma che non partono per una sola persona. Insomma, una piccola avventura.

E poi quel mattino, facendo colazione, sento i tre seduti al tavolo a fianco che nominano Cachi. Esito. Ho già pagato la stanza per la notte, ho già il biglietto per Salta per la mattina successiva. Però.

Chissenefrega.

Fermo quello che si è attardato nella sala comune, chiedo se hanno un’auto, chiedo se posso avere un passaggio. Esita, chiede alla coppia con cui viaggia. Sì, va bene. Ma stanno partendo, la strada è lunga perché proseguono poi fino a Salta. Chiedo dieci minuti, il tempo di buttare tutte le mie cose nello zaino e bussare alla porta di Giulia e Sebastian per chiedere se possono provare a recuperarmi i soldi della notte già pagata. E partiamo.

Avevo incrociato René, Selina e Sven a Cordoba, avevamo fatto insieme un tour a piedi della città. Ci siamo ritrovati qualche giorno dopo nello stesso ostello, per puro caso. Pronti a ripartire nella stessa direzione. E così per un giorno siamo diventati un quartetto. Va così. Il copione iniziale è quasi fisso. Ci si chiede da quanto tempo si è partiti, da dove si arriva, dove si è diretti. Come se l’essere tutti lontani da casa rendesse più semplice condividere.

Sono una persona organizzata, l’improvvisazione appare quanto di più lontano da me ci possa essere. Per fortuna, non è sempre così. Certo, mi piace che ogni cosa sia al suo posto. E ho un’idea molto precisa di quale sia il posto ideale per ciascuna cosa. Qualcuno potrebbe dire che ho una spiccata vena di controllo, probabilmente è vero. Ma spostarsi, per piacere e per lavoro, è una grande scuola di come non tutto sia prevedibile, ancor meno gestibile. Via via che le mie vacanze diventavano sempre più viaggi, ho scoperto l’importanza di lasciare spazio vuoto. Tra i luoghi, tra i momenti.

Tanto più in un viaggio come questo. Dove il tempo non è come di consueto il fattore maggiormente limitante e dove invece pretendere rigore e puntualità teutonici sarebbe quanto meno fuori luogo. Così, ho programmato, ma ho tenuto la porta aperta.

È lo spazio della meraviglia.

Sono sempre stata piuttosto brava, con la meraviglia. Ho mantenuto la capacità di stupirmi, di rimanere a bocca aperta come una bambina anche per le piccole cose. Soprattutto per le piccole cose. Mi piace camminare senza cartina, per il piacere di scoprire una bellezza inattesa. Perdermi, anche nella mia città. In quello straordinario che stupisce, che riempie gli occhi di luce.

Ricordarmi che qualche volta posso lasciare che le cose semplicemente succedano, senza imbrigliarle troppo in partenza.

La strada inizia quasi subito a snodarsi in una serie di curve. Poi, quel cartello. Fin de pavimento. E basta, quell’asfalto che diamo così per scontato finisce lì, ci aspettano 150 km di sterrato fino a Cachi. È parte della Ruta 40, quasi 5000 km che tagliano tutta l’Argentina da La Quiaca alla Patagonia. Meno della metà asfaltati. La Pista 40, una di quelle strade iconiche che popolano i sogni e i progetti dei viaggiatori.

Ma un conto è saperlo in astratto, un altro esserci.

Alziamo nuvole di polvere, ci inoltriamo tra villaggi ed edifici sempre più sperduti. Un paio di volte superiamo un uomo in bicicletta, che non posso fare a meno di chiedermi come possa essere arrivato fin lì. Intorno, una natura che ti travolge lo sguardo. Formazioni rocciose che riflettono nei colori la storia della loro evoluzione, lontane all’orizzonte o a picco sulla strada, stretta nell’angusto spazio che le è concesso. Gruppi di guanaco, vacche placidamente al pascolo su scarpate così ripide che non so come facciano a non ruzzolare giù. Il contrasto tra le aride pendici della cordigliera preandina e l’oasi rigogliosa di verde creata dal Rio Calchaqui, che ci accompagna scorrendo al centro della valle.

Sono tutti e tre studenti di ingegneria, stanno concludendo un semestre a Buenos Aires e hanno deciso di sfruttare le ultime settimane per conoscere un po’ di quel continente che li ha ospitati negli ultimi mesi. Parliamo uno spagnolo sghembo, io più di loro. Immagino sarebbe molto più semplice comunicare in inglese, ma in realtà a nessuno viene in mente di provare a cambiare lingua. In fondo anche questo rientra nella stessa sospensione delle regole a cui siamo abituati. Qui non conta granché essere efficienti. Conta farsi comprendere. Alla fine, appunto, un grande inno all’arte dell’arrangiarsi.

Procediamo lenti, non abbiamo un fuoristrada ma una semplice utilitaria. Sven, armato di macchina fotografica, vorrebbe fare più soste per immortalare il paesaggio che cambia, ma René frena le sue ambizioni. Solo per arrivare a Cachi ci sono volute quasi cinque ore, e abbiamo altrettanta strada fino a Salta. Ci viene concesso uno stop nel Parque Nacional de Los Cardones, le migliaia di cactus giganti che vegliano su questo versante della vallata, e un altro a Piedra de Molinos, il passo a 3400 metri d’altezza. Da lì, la Cuesta del Obispo. Dicono che i suoi sessanta chilometri si snodino in 260 curve. Non le ho contate, confesso. Ma dall’alto toglie il fiato.

Arriviamo a Salta che il sole è tramontato. Sven prosegue per la Bolivia, René e Selina per il Cile. Io devo trovare un ostello per la notte.

Mi incammino, e già penso alla prossima improvvisazione.

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