Se aspetti la tua vocazione, inizia ad ascoltare

In cima all'isola di Kashima per suonare e ascoltare il suono della campana

Sono ormai tornata da quasi due mesi, e le settimane in Giappone sembrano, per certi versi, un ricordo sfumato. D’altra parte credo possano esserci poche cose tanto differenti quanto il ritmo del cammino e la mia vita milanese.

Da un lato giornate in cui il tempo rallenta e si riempie di un gesto che, alla fine, non raggiunge alcuno scopo concreto, riportandoti addirittura all’esatto punto da cui eri partito. Dall’altro un metronomo che scandisce un ritmo che dall’allegro-andante può arrivare senza preavviso al fortissimo, una città in cui il tuo valore si rapporta alla velocità di risultato che riesci a portare.

Qualcosa però, è rimasto nel profondo. Non è semplice spiegarlo, perché raccontare se stessi fa sempre sentire in bilico tra il desiderio di condivisione e il rischio di suonare arroganti. E perché quello che dentro senti con chiarezza sembra annacquarsi in parole che vorresti veder maneggiare con più cura.

La differenza tra quello che faccio, e quello che sono.

Raccolgo storie, racconto storie. Quelle degli altri, e a volte la mia. Storie normali, storie tutte differenti. Ma con un denominatore comune. Storie vere, in cui l’autenticità è la chiave delle scelte che vengono fatte, e quindi dei successi e dei fallimenti, del risultati raggiunti e di quelli ancora distanti.

Il poeta David White nel suo libro Consolations, che tengo sul comodino come la mia guida alla scoperta della bellezza del linguaggio, dedica alla parola ambizione una frase che mi ha colpito:

La comodità di avere un’ambizione è che la si può spiegare agli altri; il lato negativo di avere un’ambizione è che è così semplice spiegarla agli altri. Ciò che è degno della dedizione di una vita intera, invece, non vuole essere conosciuto.

A Milano ho un’ambizione, in viaggio riesco ad ascoltare la mia voce.

Non che le due siano totalmente divergenti, o che non abbiano ciascuna i propri meriti.

Io ci sono affezionata, alla mia ambizione.

È quella che mi ha fatto buttare in progetti sempre diversi e prendere nuove responsabilità. È grazie a lei se a un certo punto mi sono resa conto che mi sentivo abbastanza solida da provare a costruire qualcosa di mio, uscendo dalla strada tracciata fino a quel momento e che prima di allora non mi era mai venuto in mente di mettere in discussione. Ed è sempre lei che oggi mi aiuta a gestire gli equilibrismi tra i diversi progetti, a non perdere mai di vista la concretezza necessaria a costruire il puzzle delle cose che voglio (e che devo) fare.

Ma per ascoltare davvero la propria autenticità, bisogna andare oltre.

L’ambizione ci porta verso l’orizzonte, ma non ci permette di superarlo.

È troppo radicata nei propri obiettivi e nella forza di volontà necessaria a perseguirli per prestare attenzione a quello che cambia attorno, e che potrebbe trasformare radicalmente la prospettiva delle cose. L’ambizione è solida, ma a volte anche rigida. Non può rischiare di lasciarsi deviare dalla paura di quello che potrebbe essere, ma così a volte si perde anche l’entusiasmo di non sapere cosa succederà.

La mia voce è quella che mi racconta quella che sono, invece che quello che faccio.

Il che, per quanto mi riguarda, è una cosa dannatamente difficile da distinguere. 

Ognuno con la propria sfumatura, tutti cresciamo cercando di capire in cosa siamo bravi, credendo che sia quella la chiave per essere apprezzati. Io sono brava a fare, e così ho sempre misurato la mia capacità, il mio valore, sulla base di quello che realizzavo. 

Conoscevo bene il fuori, ma avevo una gran fifa a guardare il dentro.

E se avessi scoperto che non mi piaceva? E se fosse stato difettoso, incompleto, sbagliato?

Paura e coraggio stanno tutti qui.

Arrivare il più vicino possibile a come siamo fatti. Guardarci dentro, affrontando il rischio di scoprire anche quello che non volevamo vedere.  Ma se vogliamo seguire la nostra voce, dobbiamo imparare a darle lo spazio, ascoltarla, e lasciare che possa parlare al mondo.

Anche se non corrisponde alle aspettative che il mondo ha su di noi.

Steve Tomlinson ha insegnato economia e finanza all’Università di Austin, Texas, ma è anche commediografo e persino docente di Ministero Pastorale presso il Seminario del Southwest. Racconta che ancora studente si rivolse a un professore per avere un consiglio su quale fosse la carriera migliore a cui dedicarsi, tra quelle che lo interessavano.

“Questa è la domanda più stupida che mi sia mai stata fatta. Mi dici che ci sono tre cose che ti appassionano e mi chiedi quale escludere? Le cose non funzionano così. Non scartare niente. Trova spazio per ciascuna, falle dialogare, fai che siano loro a trovare un modo per integrarsi, un modo unico e potente”

Non ti serve una carriera, ti serve una chiamata. Quindi, ascolta.

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