In che senso?

Viaggiare è una perfetta una terapia d’urto per risvegliare sensi intorpiditi, quando tutto ci sembra piatto e poco interessante.

Per interpellare il gusto non c’è nemmeno bisogno di andare lontano.

È un percorso che parte semplicemente con le materie prime, quelle che non hanno attraversato centinaia di chilometri per raggiungere gli scaffali, il pranzo che inizia con il salame del piccolo produttore del paese e finisce con una crostata preparata con le pesche delle piante dell’orto. Le culture differenti, che sia andando lontano o incontrandole sotto casa, lo solleticando offrendo spezie, consistenze, prodotti che non gli sono familiari.

L’olfatto l’ho scoperto alla prima vacanza in moto.

Non più chiusa sotto la campana di vetro dell’abitacolo di un’autovettura, mi sono resa conto quanto avessi addormentato questo senso e facessi quindi fatica a sentire prima ancora che a descrivere le sensazioni che finalmente lo solleticavano. Che però erano lì, piacevoli e spiacevoli, in ondate di smog e pane appena sfornato, fiori che sbocciano e acqua stagnante, sabbia del deserto sotto il sole o temporali che arrivano da lontano.

L’udito è curioso, si diverte soprattutto quando riesce a percepire qualcosa che è nascosto allo sguardo.

Per questo ama i boschi, che sono pieni di fruscii e schiocchi di rami che raccontano la presenza dei padroni di casa. I quali, quasi sempre, non hanno alcun bisogno di presentarsi alla vista, la cheereleader del quintetto, quella che si entusiasma per ogni cosa, che non riesce a stare ferma, che cerca di piacere a tutti e quindi rischia di non conoscere nessuno veramente.

La vista è la più stimolata e – forse proprio per questo – dicono sia la meno affidabile.

Quindi, più che altro ha bisogno di essere rieducata. Nella sovrabbondanza di informazioni che riceve, per sopravvivere ha imparato a gestirle nel modo più efficiente. Il che, a volte, significa tagliare senza pietà quello che le sembra meno importante. Basandosi sulle esperienze passate, o su altri stimoli che arrivano nello stesso momento.

Il tatto è il mio preferito, perché è discreto tanto che a volte rischiamo di scordarlo.

Mentre senza di lui l’esperienza proposta dagli altri sensi rischierebbe di essere molto più labile ed effimera. Volete mettere il piacere di assaggiare un cibo servendosene direttamente con le mani, di immergere le dita nell’acqua di un ruscello, di toccare la corteccia di un albero mentre guardiamo lontano verso l’orizzonte?

Se Torres del Paine è stato vento, El Chalten è sole che splende e cielo terso.

Mi incammino verso la Loma del Pliegue Tumbado e i miei sensi si affacciano, uno ad uno. La vista scalpita, sono tre giorni che sono qui e le sembra ormai di conoscere a memoria ogni vetta. Finalmente prova a soffermarsi su ciò che è più vicino, e scopre un mondo che non aveva nemmeno considerato. I cespugli di un verde brillante, dagli aghi sottili che sembrano formare stelle, le farfalle gialle non più grandi di una moneta, la terra arida e compatta del sentiero che contrasta con quella fertile e scura delle zone più vicine all’acqua che scorre.

Un suono attira l’udito, un uccello che produce un verso acuto e penetrante. Mi aspettavo che la fauna locale avesse imparato a tenersi alla larga da questi strani esseri che popolano la zona solo nelle giornate di sole, invece sembra non avere timore. Mi fermo, sembra dialogare con altri, nascosti nel folto del bosco che inizia a qualche metro di distanza. Ecco, ne appare uno, si posa su un ramo più in basso, si scrutano, mi scrutano.

Il tatto è la brezza che danza leggera, che sembra accarezzarmi le braccia nude. Ma è anche il sentiero sotto i miei piedi, le loro orme che si fanno più profonde nei soffici prati umidi mentre tra le rocce cercano un nuovo equilibrio ad ogni passo.

Il gusto è il pranzo che tiro fuori una volta arrivata in vetta. Niente di complicato: in una nazione in cui il pane è in cassetta e il formaggio si vende a numero di fette anche un panino è un’approssimazione. Ma dopo una dozzina di chilometri e qualche centinaio di metri di dislivello, la vista meravigliosa che si apre davanti ai miei occhi sembra dare sapore ad ogni boccone.

Almeno per un istante, tutti trattengono il fiato.

La vetta del Cerro Torre, il Ghiacciaio Blanco che lambisce la laguna ai suoi piedi, il Fitzroy che mostra il fianco invece che dominare con i suoi scudieri tutto l’orizzonte. La storia di queste vette che hanno affascinato gli uomini attirandoli alla loro conquista anche a costo della vita, o dell’onore.

Sopra di noi volteggia un grande uccello, si affida alle correnti d’aria, credo sia una femmina di condor, la vedo posarsi sulle rocce pochi metri più in là. È solo un attimo, poi vola via.

Resta il silenzio, il sole, il vento. Resta uno di quegli attimi che si ricordano come una giornata perfetta.

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto (Henry David Thoreau)

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