#seguilatuabussola – Berlino, libertà e opposti necessari (2)

[la prima parte del mio weekend a Berlino invece la trovi qui]

Che poi non lo so nemmeno, se Berlino mi è piaciuta.

Non mi è piaciuta nel senso di Roma, che ogni volta che passavo di fianco al Colosseo al tramonto mi commuovevo come la prima volta.

Non mi è piaciuta nel senso di New York, in cui cercavo di sbirciare dalle finestre per immaginare come potesse essere davvero una vita lì.

Berlino è un mosaico, e sono certa che se parlassi con dieci (o cento) persone che l’hanno visitata, ciascuna mi racconterebbe una città diversa.

Sono arrivata seguendo le tracce dei ricordi felici di chi questa città la ama, o la vive, o entrambe. Una volta segnati i punti di riferimento sulla mappa, però, la strada l’ho scelta io. Aggiungendo tappe, allineandole per dar loro un senso, lasciandomi distrarre dai dettagli che attiravano la mia attenzione.

Berlino non è tedesca, anzi forse non esiste nemmeno. 

Ho sentito parlare inglese, turco, russo e chissà quante lingue. Ho mangiato greco, israeliano e sudanese. L’ho attraversata in bicicletta, dalle linee nette delle architetture di Potsdamer Platz fino all’ex aeroporto di Tempelhof, dove puoi correre lungo le vecchie piste di decollo. Ho camminato inseguendo la musica di un pianista sul Landwehr Canal, di un chitarrista a Unter den Linden, di un (eccezionale) fisarmonicista sotto le anonime volte di una stazione della metropolitana.

Ma, soprattutto, ho seguito il muro.

Il che, visitando per la prima volta Berlino, è una cosa abbastanza ovvia. Ho percorso la East Side Gallery con le opere degli artisti che, subito dopo la caduta, hanno colorato il grigio del cemento e dei decenni di divisione. Sono passata attraverso la folla di turisti attorno a Checkpoint Charlie, ho immaginato le parate comuniste in Karl-Marx-Alee.

Della caduta del Muro avevo un ricordo vivido nella sensazione, quanto vago nelle informazioni: mi erano rimaste le immagini di gioia travolgente, la folla arrampicata che cantava e ballava e tirava giù il cemento a colpi di piccone.

Poi sono arrivata in Bernauer Strasse.

Una strada poco lontana dal centro, che un giorno si è trovata divisa in due. Un lato era Berlino Ovest, l’altro Berlino Est.

Lungo il suo tracciato oggi c’è un museo all’aperto, che racconta la progressiva segmentazione della città. Il filo spinato, la prima barriera fissa, poi via via la fortificazione sempre più complessa, fatta di un doppio muro che racchiudeva la cosiddetta “striscia della morte”

Quella terra di nessuno oggi è un parco, e camminarci mi ha scosso in un modo che non mi aspettavo.

In una giornata estiva di sole, il solo pensiero di camminare in uno spazio che fino a trent’anni fa era un confine invalicabile mi ha fatto sentire soffocata come nel buio di una cella. Volevo scappare, come se restare lì mi potesse impedire qualsiasi movimento successivo.

Ha toccato le mie contraddizioni, mi ha costretto a risistemare pensieri, avvenimenti, sensazioni.

Io che da bambina scavalcavo i muri di cinta per andare a vedere cosa c’era dall’altra parte, che terrei porte e finestre sempre aperte, che a volte mi sento troppo stretta persino in un abbraccio.

Il Muro mi ha ricordato che nella lista dei miei valori, la libertà occupa il primo posto.

Ma la completezza è fatta di contraddizioni, e non era tutto qui.

Ho continuato a leggere, ho cercato di immaginare la vita di chi quel muro lo aveva di fronte. Ho riguardato i filmati di quella notte, la gioia condivisa da un lato e dall’altro, i cartelli “Wilkommen in West Berlin” di chi accoglieva i nuovi arrivati, le parole incredule “Ich…in West Berlin” di chi, forse da molto tempo, avrebbe voluto scappare.

Un muro, la libertà, la condivisione.

Berlino non c’entrava niente, ma come tutte le coincidenze che non c’entrano niente forse c’entrava anche tutto. Credevo che un weekend in una capitale europea sarebbe stato radicalmente diverso da un lungo viaggio dall’altra parte del mondo. E per alcuni aspetti, naturalmente, lo è stato. Da altri punti di vista, invece, è stato una conferma.

Del cambiamento del mio sguardo, che cerca ovunque si posi un frammento di comprensione del paesaggio fuori, ma soprattutto di quello dentro di me

Confusione, contraddizioni, momenti di dubbio in cui vorresti una risposta preconfezionata, perché trovartela da solo sembra un’impresa superiore alle tue forze.

Un percorso non necessariamente facile, ma non per questo meno cercato, voluto.

“Ci lavori, certo. […] Ti impegni per tutto il giorno e quando arriva la notte hai raggiunto un certo livello di successo [nel tuo essere libero], poi vai a dormire e ti svegli il giorno seguente con lo stesso lavoro tutto da rifare. Così riparti da capo.” (Maya Angelou)

La libertà è una contraddizione, un opposto necessario.

Che richiama il piacere e l’abbandono, la dimensione del desiderio. Ma che è anche rigore e rispetto dei vincoli, del proprio spazio e di quello altrui. 

Un filo sottile e trascurato da tanti, esattamente come il Muro che resta come una doppia fila di sampietrini che ne tracciano il percorso originale, e che molti dei turisti calpestano senza nemmeno accorgersi che era lì, che è lì.

L’ho seguito dalla Porta di Brandeburgo, immaginando la differenza di mettere un piede da una parte, o dall’altra. Pensando alla strada già fatta, e a quella ancora da percorrere.

Assaporando la possibilità di continuare a scegliere giorno per giorno.

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