L’invenzione di una storia

Ho visitato le Isole Uros.

Islas Flotantes, costruite artificialmente da questa popolazione in fuga dai Colla e poi dagli Inca, che li volevano assoggettare. Parecchio litigiosi, questi popoli andini. Mi pare si guardino in cagnesco anche oggi, molto fieri della propria patria e spesso con qualcosa da recriminare nei confronti dei vicini. Sia come sia, gli Uros hanno sfruttato le totoras, le canne che crescono abbondanti in questa parte del Titicaca, e si sono inventati lo spazio in cui stare. Il proprio posto nel mondo.

Lo sapevo, che era una gita da turismo mordi e fuggi.

Arrivi in una delle tante barche che fanno la spola dal porto turistico di Puno. Scendi con passo malfermo sugli strati di canne fresche, che vengono via via accumulate per garantire lo spazio di ciascuna micro comunità familiare. Ascolti la dimostrazione di come ogni isola è stata costruita da zero. Per finire, proposta di rito di prodotti di artigianato da portare a casa come ricordo.

Lo sapevo, e sono andata lo stesso.

Un po’ perché comunque è vero, queste isole sono uniche al mondo ed anche la spiegazione, seppur modello totoras-for-dummies, alla fine mi ha permesso di imparare qualcosa. E poi, ogni volta che mi trovo in una situazione del genere, mi chiedo –

ma loro, cosa penseranno di noi?

Con il nostro abbigliamento tecnico e i cappellini da baseball e la crema protezione 50, a fotografare la loro vita, o la vita che ci vogliono mostrare?

“Quanto spesso ci raccontiamo la storia della nostra stessa vita? Quanto spesso facciamo aggiustamenti, la abbelliamo, tagliamo corto? E più la vita va avanti, meno sono quelli attorno a noi che possono mettere in discussione il nostro racconto, ricordarci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri ma, soprattutto, a noi stessi.” (Il senso di una fine, Julian Barnes)

Era tanto, che non leggevo Barnes. Probabilmente da quando ci ho scritto la tesi di laurea. Eppure, in qualche modo, tutto torna. Prima che la mia relatrice me lo proponesse, non lo avevo mai nemmeno sentito nominare. E, a dirla tutta, lo avevo scelto come argomento perché l’alternativa era una tesi compilativa, che prevedeva di scartabellare almeno sei mesi tra vecchie riviste.

Qui, invece, campo libero.

Un autore con (allora) poca critica. Il filo logico della tesi tutto da trovare. Immagino fosse anche un rischio, ma non ho avuto dubbi.

Il centro della scrittura che avevo ipotizzato allora lo ritrovo oggi. E scopro con sorpresa che è anche il mio. Il senso della Storia ufficiale, studiata e registrata nei libri. Il senso delle nostre storie individuali.

Così guardo il capo della famiglia e dell’isola Uros su cui ci troviamo. Lui parla e io mi chiedo cosa ci sia dietro alla storia che racconta. Negli anni novanta la comunità si era ridotta a meno di una dozzina di isole, oggi sono quasi cento. È stata una scelta, è stato l’unico modo per sopravvivere? Le capanne sono vere o sono solo le quinte di uno spettacolo che si ripete identico ogni giorno?

“Viviamo con certezze  così basiche, no? Per esempio, che la memoria sia uguale a eventi più tempo.” (ibid.)

Qui, invece, mi sembra tutto mescolato. Le capanne, anch’esse di giunchi, contengono il letto e poco altro. Ma, in tutte, l’indispensabile televisione. Ci invitano a salire sulla barca cerimoniale, ogni isola sembra fare a gara perché sia la più colorata, la più vistosa. Ma, ormeggiati un po’ in disparte, piccoli motoscafi.

Cosa è per noi, cosa è per loro?

Mi risulterebbe più facile pensare che in realtà la notte vadano a dormire sulla terraferma, pensare che alla fine della rappresentazione si chiuda il sipario per riaprirlo solo la mattina seguente. Su un’isola poco più in là un gruppo di bambini gioca tra i canneti, liberi, certo non a favore dei turisti. Forse allora è vero, forse questa è la loro storia. Quanto potremmo imparare se riuscissimo a uscire dal nostro punto di vista? E non semplicemente per prendere quello del nostro vicino di casa, della cassiera del supermercato, di uno sconosciuto incontrato per la strada. Intendo un punto di vista che provi davvero a sovvertire qualche piccola certezza.

Sbarchiamo a Taquile, isola di etnia quechua che mantiene un forte legame con le proprie tradizioni di tessitura e produzione in maglia. Solo che gli artigiani padroni dei segreti di secoli di un’arte per noi così femminile, qui sono gli uomini. Le donne cardano la lana per preparare i filati e tessono fasce che gli uomini indossano strette in vita, a completamento del semplice abbigliamento tradizionale. Ma solo gli uomini producono i cappelli – rossi per gli uomini sposati, rossi e bianchi per i celibi, finemente lavorati per raccontare status e cariche pubbliche all’interno della comunità. Il loro dono di nozze alla futura moglie è l’abito da indossare per la cerimonia. Coloratissimo, ad esprimere la gioia di quel giorno.

L’anziano che ci accoglie sul molo, per avere le mani libere, infila al polso il lavoro cui si sta dedicando. Lo guardo, il viso come scolpito nel legno di chi ha vissuto una vita nel sole e nel vento.

E quella trama di lana mi sembra poter raccontare di innumerevoli vite.

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2 risposte a “L’invenzione di una storia”

  1. Peru paese lontano, Isole Uros flottanti, Julian Barnes una scoperta, la storia del mondo in 10 capitoli e mezzo divertente, entusiasmante, come i tuoi racconti non sai mai cosa aspettarti, un’altra storia un altro punto di vista, la narrazione naif di quello che senti, i colori che percepisci, i profumi che ti restano addosso, la musica che copre i rumori, lo sgretolarsi del “tutto sotto controllo” – fantastico andare “lo stesso” –

    1. Per fortuna in un viaggio così il “tutto sotto controllo” resta a casa. Lo spazio sempre più ampio per quella bambina curiosa che sì, vede tutto come se fosse la prima volta. Ed è felice di condividerlo 🙂

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