Tra il dire e il fare

Tra il dire e il fare - Puerto Natales Chile

C’è chi sostiene che il mondo si divida nettamente tra chi cerca la sicurezza e chi l’avventura. Tra lo stare e l’andare.

Nel mondo lavorativo fino a qualche decennio fa era sostanzialmente vero, nella distinzione tra dipendenti a-tempo-indeterminato-manco-fosse-un-matrimonio e imprenditori, raccontati come sognatori che lavorano duro per godersi la bella vita.

Poi i matrimoni hanno iniziato ad essere meno per sempre, e i lavori anche. A volte per caso, a volte per scelta. Aver dato per scontato che saremmo rimasti tutta la vita da uno dei due lati della barricata si è dimostrata una visione poco realistica

Il mercato si evolve. Abbiamo aspettative ben diverse rispetto a quelle dei nostri genitori qualche decennio fa. Insomma, oggi non possiamo né vogliamo attraversare il nostro percorso lavorativo affidandoci al pilota automatico.

Ma una volta che hai individuato la direzione in cui vuoi muoverti, che si fa per iniziare? 

Da qui a

Se vuoi realmente costruire qualcosa, sei solo al primo passo. E che tu abbia deciso di metterti in proprio, di prendere quella certificazione necessaria a proporti per una promozione o di acquisire le competenze per cercare un nuovo lavoro, la sensazione più frequente è quella di sentirti un po’ sopraffatto.

Se è la prima volta che definisci dove vuoi arrivare a medio termine, la distanza tra qui e sembra incolmabile.

Se mi serve qualcosa, faccio un ordine online e mi aspetto che sia consegnato il giorno seguente, se non in poche ore. Perché non dovrebbe essere così anche per le cose che decido di fare? L’abitudine ad ottenere le cose velocemente ci ha fatto dimenticare la pazienza.

Invece di pazienza ne serve molta, innanzitutto per iniziare a rendere il più possibile concreta la visione del proprio futuro. Smettere di relegarla tra i sogni dai contorni sfumati e prendersi la responsabilità di metterla in pratica.

Trasformarla in una strategia e, da lì, in una serie di azioni (più o meno) sequenziali con cui metterla in pratica.

Parti da dove sei

Spesso, questo è il momento in cui ti rendi conto che qui ci sei arrivato un po’ per caso, lasciandoti andare al flusso delle cose, per scelte capitate,  non fatte o subite. E per reazione pensi immediatamente che non ne vuoi più sapere niente, di quella tua “prima esistenza” lavorativa.

Ti dici “Mollo tutto, parto da zero”.

Se però riesci a guardare la situazione con un po’ di distacco, capisci subito che respingere in blocco ciò che è stato è un atteggiamento controproducente. Per due motivi: perché diventa peso, senso di colpa che deriva dal considerare il percorso precedente come tempo buttato. E perché diventa spreco, se cambiare significasse per forza rinunciare ogni volta a tutto quello che abbiamo imparato fino a quel momento.

Al contrario, chiama a raccolta tutte le risorse che hai. Che sia l’esperienza di un anno o di venti, prova a guardare la tua storia lavorativa con uno sguardo differente. Chiediti

Cosa so fare? E come lo faccio?

Hai mai pensato a cosa ti rende diverso da tutti, e quindi unico? A cosa fai ad occhi chiusi e a cosa rimandi fino all’ultima possibile scadenza (o anche oltre)? A cosa ti dicono i colleghi, a cosa ti fa sentire di aver raggiunto un buon risultato?

Nessuno di noi è solo un ruolo in azienda, e proprio come quello di un personaggio teatrale ciascun ruolo può essere interpretato in molti modi differenti. A seconda del momento, del mercato, dell’azienda, delle caratteristiche individuali.

“Mi racconti una giornata in cui sei andato a casa sentendoti veramente soddisfatto?”

Era la domanda con cui mi piaceva chiudere i colloqui di selezione.

Forse è anche una buona chiave per iniziare.

Da qui si prosegue tra creatività e concretezza. Ma questa è un’altra storia.

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