L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale

Sono bravissima, a farmi prendere dai dubbi se qualcosa non corrisponde esattamente a quanto pianificato. A tornare alla cara abitudine di cercare di controllare tutto.

Anche quello che, è evidente, non si può controllare.

Huancayo certo non mi aiuta. Una città caotica e bruttina, dove l’unica attrattiva da visitare, la Cattedrale, è impacchettata per lavori. Il cielo è grigio e io mi ritrovo subito di cattivo umore. Francamente, dopo la prima mezza giornata penso che sia stata una sosta inutile. E subito metto in discussione tutto il cambio di programma che mi ha fatto deviare dall’itinerario previsto. Mi chiedo se ne sia valsa la pena, aver messo in conto qualche decina di ore di autobus extra e qualche tappa in meno in Cile. 

Per fortuna, questo viaggio che scorre rispetto alle cose viste piuttosto che rispetto ai giorni della settimana, mi sta insegnando una cosa che ignoravo quasi completamente.

Fermarmi.

Ero abituata a procedere a testa bassa, per risolvere ogni questione travolgendola prima che mi travolgesse. A volte funziona anche, come metodo. Ma a prezzo di sforzi che spesso superano il reale risultato. Altre volte, semplicemente, ci sono cose che non si possono risolvere.

Che non si devono risolvere.

Mi sono fermata e ho aspettato di vedere cosa succedeva. E così ho imparato qualcosa anche in questi due giorni che stavo già disconoscendo.

Huancayo non ha grandi attrattive, soprattutto se messa a confronto con i suoi vicini di casa, che possono vantare edifici coloniali e rovine inca. Così riceve prevalentemente un turismo interno, il che permette di aggiungere un piccolo tassello alla scoperta di questo popolo.

Ho scelto un tour, per vedere con lo stesso sguardo di un visitatore peruviano, e mi sono ritrovata in un’auto con una coppia e una mamma col figlio di cinque anni. Persone privilegiate, rispetto alla media di una società che si sta ancora dibattendo per uscire da decenni di instabilità politica e da una tradizione di corruzione che non sembra ancora del tutto passata. La coppia parlava di una casa al mare, la madre del collegio privato frequentato dal bambino. Allo stesso tempo, ad una distanza siderale rispetto a quello che noi consideriamo normale.

Capita spesso che le persone che incontro mi chiedano quanto mi è costato il volo fino a qui. Tanti desidererebbero visitare l’Europa, l’Italia. Mi trovo in imbarazzo a cercare di convertire il mio passaggio aereo in moneta locale. Non so a quanto ammonti uno stipendio medio, ma faccio il confronto con quanto spendo ogni giorno per dormire, per mangiare. La coppia mi chiede quanto potrebbe spendere per un paio di giorni a Roma. Cerco di dare un’indicazione, mi tengo bassa. Strabuzzano lo stesso gli occhi.

Fuori dal finestrino, in compenso, la vita di questa regione agricola sembra cristallizzata almeno un secolo fa. Siamo a inizio primavera, è in corso la semina. Nei campi si lavora con aratri trainati da buoi. Nei paesi, spesso solo la piazza e le strade limitrofe sono asfaltate.

La bellezza di un viaggio a lungo termine è anche impararne la normalità.

Non tutti i giorni splende il sole, non tutti i giorni visiti qualcosa che ti lascia senza fiato, non tutti i giorni sei in forma smagliante. Sarebbe una pretesa assurda, immaginare di poter vivere settimane perfette per il solo fatto di essere lontani dalla vita di tutti i giorni.

Come i sensi sembrano risvegliarsi per i nuovi profumi nell’aria, i sapori di cibi mai assaggiati, i colori di abiti differenti, così imparo la curiosità di comprendere la vita quotidiana, in cui mi trovo immersa senza nemmeno averla cercata.

Ancora un a volta, è la musica a guidarmi.

La sento da lontano, si avvicina lungo quella che deve essere una delle arterie principali. Ma che ora è vuota. Per lo meno di traffico. In compenso è affollata di persone, bancarelle, fiori. Per terra gli alfombras, letteralmente tappeti, decorazioni non capisco se fatte con terra colorata o quale altro materiali, stanno ricevendo gli ultimi tocchi. Ottobre è il mese morado, la celebrazione del Señor del Los Milagros. Che non si limita ad un’apparizione fugace. No, qui le processioni si susseguono e non puoi fare a meno di rimanerne ipnotizzato.

L’espressione così forte del sentire religioso mi suscita reazioni contrastanti.

Da un lato tendo a respingere quella che mi appare come un’ostentazione non corrispondente a quello che sono abituata a pensare come un sentimento estremamente privato. Dall’altro, sento quasi l’aspirazione a provare qualcosa di altrettanto forte nel legame con la spiritualità. Così, mi fermo a guardare. La pesante effige, portata a spalla dalla Hermandad del Señor de Los Milagros, avanza lenta. Il rintocco della campana detta i momenti in cui i portatori si fermano e fanno inchinare la statua. I negozi, i ristoranti, gli alberghi che si affacciano sul percorso e che hanno fatto a gara per preparare gli alfombras, al passaggio del crocefisso ringraziano per quanto ricevuto nell’anno trascorso e si affidano al Signore per quello che viene.

Poi, fuochi d’artificio. Così, in mezzo alla strada, praticamente sotto ai fili della luce.

Ognuno il suo castillo, i ragazzi accendono le micce e restano sotto la pioggia di scintille.

Ma la normalità è anche trovarsi nell’eccezionale.

Domenica, giornata di censimento. Si fa alla vecchia maniera, un esercito di volontari passa di casa in casa per registrare la popolazione. Così, le regole sono chiare. Dalle otto di mattina alle cinque del pomeriggio è vietato allontanarsi dalla propria abitazione. In caso contrario, il rischio è quello di essere accompagnati al più vicino commissariato ed essere trattenuti fino alla scadenza del coprifuoco. Niente tour, niente trasporti, niente ristoranti.

All’inizio, sono spiazzata. Poi, però, ne resto conquistata.

Sono fortunata, l’ostello è uno dei più belli in cui sono stata. Mi sveglio con calma, mi godo la colazione, leggo guardando le montagne fuori dalla vetrata nello spazio comune all’ultimo piano. Poi, verso ora di pranzo, esco. Le strade sono deserte. Una sorta di paesaggio post apocalittico. Solo la polizia e qualcuno che cammina rapido per rientrare a casa, probabilmente.

Quanto sono differenti i luoghi, senza le persone.

La piazza centrale, la strada principale. Vuote, silenziose. Anche il cielo ci mette il suo tocco, con nuvole che minacciano tempesta e che sembrano il complemento perfetto a quest’atmosfera irreale.

Tra poche ore tutto tornerà alla norma, al traffico, ai clacson continui.

Mi godo questo silenzio, questa giornata sospesa come se fosse solo per me.

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