Storie del Buongiorno per Bambine che realizzano i loro Sogni – Hippocampo Films

Giulia Peragine Hippocampo Films

A rendere così unico l’ippocampo non è solo la sua curiosa forma equina. A differenza della maggior parte degli altri pesci, i cavallucci sono monogami e compagni per la vita. E, caratteristica ancora più bizzarra, sono l’unica specie sulla terra in cui è il maschio a partorire i piccoli. 

La prima volta, più che vederli li ho sentiti. Un autobus in Argentina, su una tratta di quelle dove c’è poca gente, men che meno ci sono turisti. Mi ero sistemata in prima fila, davanti al finestrino panoramico, per godermi il viaggio fino a Cafayate: la salita immersi in una vegetazione quasi alpina, poi oltre il passo un deserto punteggiato di cardones, i giganteschi cactus simili a figure umane nella distesa arida. 

Invece poco dopo alle mie spalle erano arrivati loro: Giulia e Sebastian. Lei bolognese, lui argentino. E soprattutto, Léon, René e Milo, meno di 18 anni in tre, scuri occhi spalancati di curiosità, storie segrete e risate.

Non ho figli e non mi capita così di frequente di avere a che fare con i bambini. Al massimo faccio la zia avventurosa, quella che arriva con i suoi racconti e le foto di viaggio, ride e scherza e poi li riconsegna ai legittimi proprietari. Vedere però tre elfi che giravano per un Paese così immenso come se fosse la cosa più naturale del mondo me li ha resi subito simpatici. È finita che abbiamo passato insieme qualche giorno, visitando gole dai colori dell’arcobaleno e mangiando parrilla con dell’ottimo Malbec. Poi io ho proseguito verso nord, verso il confine con la Bolivia, mentre loro sarebbero rientrati a Buenos Aires, e poi a casa.

Mi avevano invitato ad andarli a trovare. E io ci sono andata, per parlare finalmente con Giulia e farmi raccontare la sua storia di Bambina che realizza ogni giorno i propri sogni.

Quando le chiedi cosa fa, Giulia ti da la stessa risposta che do anche io, che danno un sacco di freelance. Un sacco di cose”. Collabora con scuole di ogni grado, insegna lo spagnolo, immagina spazi dove poter lavorare, confrontarsi, costruire nuovi progetti come donna, artista e mamma.

Perché sono due, le cose che la fanno illuminare. I tre cicloni nella stanza di fianco, e il suo lavoro di documentarista.

Giulia nasce a Bologna, ma la città le sta un po’ stretta. Si laurea al DAMS ma ci infila nel frattempo un periodo a Parigi. Poi coglie l’occasione per trasferirsi a Barcellona, per aggiungere alla tanta teoria appresa anche un po’ di pratica. Un master come documentarista, poi si ferma per collaborare con la scuola dove si è specializzata, quindi per fare l’assistente cinematografica.

Con una collega nasce l’idea di un corto su due sorelle sospese tra due mondi e due culture, tra la religione musulmana e la cultura latina. Per lei è la svolta, la prima volta che fa qualcosa di suo senza che le venga commissionato, è capire che veramente vuole fare questo nella vita.

L’altra svolta è Sebastian. Si conoscono lavorando, si piacciono, capiscono di essere come l’ippocampo. Ancora i figli non sono nemmeno in progetto, ma già sono complementari. Lei scrive, crea e si fa prendere dall’entusiasmo. Lui la guarda scettico, ma poi fa le nottate per completare i progetti, per assicurarsi che i ragazzi che hanno partecipato ai corsi possano vedere un’opera vera uscire dal loro impegno.

Perché Giulia lavora prima di tutto con le scuole, insegnando a bambini e adolescenti il linguaggio visuale. Ne parliamo a lungo, mi rendo conto quanto poco mi sia mai soffermata su questo tema. Il che, nel mondo di oggi dominato dall’immagine e dalle immagini, è un vero paradosso. Ognuno di noi è bombardato da foto, scatti e video, ma se un’educazione alla parola e alla scrittura la riceviamo (anche se magari male, anche se magari troppo poco), quella alla vista manca totalmente.

Alle elementari questi corsi nascono come un gioco, ma non si riducono a quello. In Hippocampo usano la tecnica dello stop motion. L’idea è nata (come spesso accade, mi racconta Giulia) da una giornata di gioco tra i bambini e Sebastian: pupazzi che si trasformano in personaggi, inventare il filo logico di una storia, mettere in fila singole foto per farle diventare movimento.

I bambini si trovano così per la prima volta di fronte ai giochi ottici del secolo scorso, da cui è nato tutto; la loro mente digitale resta da bocca aperta davanti allo zootropio e all’illusione di una sequenza di immagini su un cartoncino che diventa una corsa di cavalli. Così si appassionano, creano con materiali di recupero tutti gli oggetti necessari per la realizzazione di un progetto e per le scenografie, mescolano manualità e creatività disegnando lo storyboard.

Ma imparano anche a darsi turni, a collaborare, a prestare attenzione al dettaglio. Giulia gioca ma prende le cose sul serio, aiuta anche i più piccoli a fare il proprio piano di lavorazione del film, così che ciascuno si prenda le proprie responsabilità, impari a (far) rispettare i turni, si assicuri che a fine giornata ci sia tutto il materiale da consegnare perché passi al montaggio e si trasformi nella magia di un video completo.

Si diverte, Giulia, si vede. Ma non nasconde la voglia di fare di più, di continuare a crescere, di portare nelle scuole quello che la fa illuminare, il documentario. Mi racconta della docenza in un liceo, della necessità di trovare sempre nuovi stimoli per i ragazzi ma anche della sorpresa di vederli aprire raccontando parti di sé nascoste, mettendole in gioco, portandole nel racconto visivo.

“Io sono convinta che i bambini, i ragazzi, a meno che abbiano un talento specifico non sappiano recitare. Quindi non mi ci metto nemmeno, cerco di capire a cosa sono appassionati, cerco di mantenere sempre un contatto reale con il loro mondo”.

Offre una struttura teorica e aiuta i ragazzi a rendersi conto che non sanno gestire lo strumento visivo tanto quanto credono.

“Noi eravamo abituate a scattare foto, ad attendere di sviluppare il rullino, a una chiara separazione tra il momento dell’esperienza e quello del risultato. Oggi tutti possono fare un video, con qualsiasi telefonino. Ma per fare un documentario devi studiare, ti devi preparare. Devi definire la tua idea, prima di iniziare a girare. Li aiuto a non buttarsi senza ragionamento ma al contrario a fermarsi, a definire cosa vogliono, e poi a realizzarlo”.

Così nasce Sono io, la felpa come una divisa dietro cui tutti si confondono e nessuno è protagonista, il tempo a scuola che non passa mai, la voglia di essere tutti uguali, ma forse anche tutti diversi.

“Non è la pecora nera ad essere diversa ma le pecore bianche ad essere tutte uguali.”

Giulia parla veloce, cerco di scattare delle foto ma le mani che muove rapide vengono sempre mosse, si sposta per andare a cercare un libro che vuole farmi vedere, una cartellina in cui ha i materiali di ricerca per un un progetto da realizzare, uno spezzone che non ha ancora pubblicato. Anche quest’ora tutta per noi, mentre i bambini giocano nell’altra stanza, è una sospensione fuori dall’ordinario. Si entusiasma ma si sottrae, è felice di condividere ma mettersi al centro dell’attenzione non le viene subito naturale.

Poco alla volta, però, la voglia di raccontarsi prende il sopravvento, ed è allora che finalmente Giulia mi parla di Desciendo de Los barcos.

“Ero entrata in contatto con Mariana Chiesa Mateos, artista e illustratrice argentina, ed ero rimasta colpita da questo libro intitolato  eravamo migranti proprio come quelli che oggi cercano la salvezza sulle nostre coste”.

Sfoglio le illustrazioni del libro, guardo il video che è nato da questa collaborazione. Giulia non lo vuole quasi dire, ma ha vinto un premio proprio con questa storia che, si vede, le sta particolarmente a cuore.

“I messicani discendono dagli Aztechi, i peruviani discendono dagli Inca… e gli Argentini? Discendono dalle barche”

Non so se sia perché anche lei è stata a lungo lontana dalla città in cui è nata, o perché la famiglia che ha creato è un ponte attraverso l’Oceano.

Giulia ha uno sguardo che si sofferma su chi si muove o scappa, su chi cerca il proprio posto.

L’ultimo progetto che mi mostra si chiama Giro con gli Amici,  è appena terminato, è un video nato da un percorso contro la povertà educativa: ragazzini di un quartiere dormitorio diventano guide attraverso i loro luoghi e, quindi, le loro storie.

Un’estate a vagare per un quartiere che non offre molto, ma di cui loro non cambierebbero niente. O forse tutto.

“Non è stato facile. Me li avevano descritti come ragazzi difficili, ma sono proprio come tutti gli altri, solo con meno possibilità.” Forse con meno attenzioni, meno presenza. Alla proiezione è venuto solo uno dei ragazzi “e sono dovuta andare a prenderlo direttamente in autobus, nessuno della famiglia lo avrebbe portato.”

La famiglia, appunto. Le voci di Leon, René e Milo nella stanza accanto salgono di volume, il tempo sospeso è finito. Ma, in fondo, ho voglia anche io di andare di là ed essere parte anche di questo lato del sogno.

 

I video di Hippocampo Films si trovano nel loro Canale Youtube, a cui potete iscrivervi per rimanere aggiornati sui prossimi progetti.

Potete scoprire qualcosa di più su Giulia e il suo percorso anche attraverso la collaborazione con l’Associazione Palomitas

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