En Buenos Aires todo vuela, la alegría, la anarquía, la bondad, la desesperación (J.Sabina)

Se la parola che ho scelto per questo 2017 è completa, forse Buenos Aires è proprio la città che faceva per me.

Tra i vari “prodotti derivati” del master in coaching, quello verso cui nutro probabilmente le sensazioni più contrastanti è legato all’opportunità di sperimentare gli esercizi che vengono poi utilizzati in sessione individuale o all’interno dei workshop. Non che sia obbligatorio, capiamoci. Ma, curiosa come sono, aver riscoperto il piacere di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo mi da grande soddisfazione. E da brava secchiona, assegnare invece un esercizio senza averlo provato in prima persona mi provoca sempre un po’ di ansia da prestazione. D’altra parte, l’effetto collaterale di un esercizio ben mirato è quello di portare nuove riflessioni, mostrare punti di vista differenti – il che raramente si realizza senza qualche piccolo scossone.

È appunto così che sono arrivata alla parola dell’anno. Ne avevo letto e sentito parlare, con differenti sfumature e modalità. E quando ho provato ad individuarne una per guidarmi nei successivi dodici mesi, mi ha dato esattamente quel momento di occavoloquestanonmelaspettavo che identifica un esercizio ben riuscito.

Ma, probabilmente era solo l’inizio.

Ci stavo pensando già da un po’, alle sfaccettature di questa parola. Ad un primo sguardo può sembrare statica, punto di arrivo di un percorso al termine del quale ci riconosciamo appunto in questa forma che non posso che visualizzare come una sfera, senza spigoli, compiuta. Ma io in questa idea di completezza vedo soprattutto un mondo di dettagli, di continuo movimento.

Di complessità.

Mi piace, questa parola che troppo spesso snobbiamo perché la associamo istintivamente al concetto di complicato. Alla confusione, ad un intrico ingarbugliato di cui non riusciamo a trovare il bandolo. Una persona complicata ci risulta incomprensibile, la troviamo confusa e forse sospettiamo addirittura che scelga volontariamente di non lasciarsi capire. Perché alla fine siamo creature semplici e pure un po’ pigre, e ci piacerebbe poter riportare il più possibile circostanze e interazioni ad una linearità che probabilmente non esiste.

Ecco, Buenos Aires mi si è presentata un po’ così, mettendo subito in chiaro che non avrebbe fatto sconti. Scendiamo nella nebbia, tanto che il carrello impatta sulla pista quando credevo fossimo ancora in mezzo alle nuvole. “Bienvenida in Buenos Aires” mi dice la signora seduta accanto a me con una mezza smorfia.

Mi metto in fila per i controlli doganali, mi metto in fila per cambiare un po’ di contante, mi metto in fila per salire in autobus. Mi adatto a questo senso di attesa composta e senza nervosismo che rivedrò spesso attorno a me. E che contrasta non poco con il traffico, il rumore, il passo veloce di chi attraversa Avenida 9 de Julio, la mia prima porta di accesso alla città.

Poi spunta il sole. Nella zona portuale oggi trasformata in quartiere alla moda l’acqua scintilla, la gente cammina e chiacchiera e ride sulla passeggiata. Li osservo e mi godo questo momento senza preoccuparmi esattamente di dove sto andando.

Non ho fretta. Non ho meta. Una sensazione anomala, per me.

Mi sposto verso Plaza de Mayo, è giovedì. Le Madres, le Abuelas, camminano una accanto all’altra da decine di anni. Non so molto della storia dei Desaparecidos, in realtà. Ma non è necessario. Quelle donne che sfilano chiedendo giustizia, chiedendo risposte, hanno un impatto che non potevo nemmeno lontanamente immaginare.

Ma è solo il primo strato. Il successivo è La Boca. Il quartiere è colorato esattamente come lo desiderava Benito Quinquela Martin, cresciuto qui scaricando navi e diventato poi un artista grazie al caso che lo ha fatto incontrare con la persona giusta. Passiamo per El Caminito, ormai senza autenticità e orientato solo ai turisti. Ascolto la storia della Republica de La Boca, autoproclamata dagli immigrati genovesi che rappresentavano il nucleo più significativo in quest’area cui avevano dato il nome risuonando probabilmente quella Boccadasse ormai lontana. Ribelli in nome dei diritti dei lavoratori ma incapaci di trovare un punto di accordo, pare siano durati tre giorni. Osservo i resti della vecchia ferrovia, cerco di capire quanto di tutto questo sia solo cosmesi e quanto vero cambiamento.

Non semplice ma nemmeno complicato. Complesso, nel suo senso più alto e che più rispecchia quello a cui vorrei tendere. La capacità di integrare parti differenti e apparentemente distanti, di renderle coerenti e funzionali. Senza negare o negarsi un aspetto di se stessi perché non sembra corrispondere immediatamente al resto. Perché ci risulta più immediato e naturale provare a suddividere il mondo in bianco e nero, giusto e sbagliato. È così anche e soprattutto per quelle parti di noi che non sappiamo bene come incastrare con le altre.

Ma rifiutare la nostra complessità vorrebbe dire rinunciare ad essere completi. Ad essere pieni.

Buenos Aires mi sembra una città a doppia velocità, con una parte della popolazione che digita sullo smartphone e un’altra che entra nei locutorios che ancora fanno servizio di cabina telefonica. Una, che compra la vita a rate concesse dalla carta di credito e una che ripete la filastrocca cambiocambiocambio in Calle Florida. Una, lucida come la Flor di Piazza Nazioni Unite e una che accende braci sul ciglio della strada per una estemporanea parillada da pausa pranzo.

Non scatto molte foto, ma osservo. Ha iniziato a piovere e la città in questa mattina umida e silenziosa sembra quasi sospesa.

Il viaggio è appena iniziato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.