Body, Mind, Soul

Firenze, stretti uno accanto all’altro, attendiamo la partenza schierati disciplinatamente nella nostra griglia. Sconosciuti ma tutti con in testa lo stesso pensiero, la sfida con noi stessi dei 42 km (e 195 metri, e garantisco non si tratta di un eccesso di precisione) che stiamo per affrontare. La mattinata è fresca ma già luminosa, perfetta per una gara. Scambiamo qualche parola, ognuno tra voglia di raccontare il suo sogno e un po’ di ritrosia (e scaramanzia) nell’esporsi troppo.

Corro e parlo di corsa. Lo so. Tanto. Forse per qualcuno anche troppo. Ma la corsa è una passione che, indubbiamente, definisce una parte di me.


Gli allenamenti che aprono tante giornate, regalandomi infinite albe su città che devono ancora svegliarsi e che per qualche attimo mi appartengono. La dipendenza positiva dalla sensazione di essere vivi, del sangue che scorre distribuendo endorfine a piene mani, del sentirsi pienamente nel momento, solo fatica, scarpe che battono sull’asfalto, respiro. Quel “perseverare è umano”* che così bene descrive la mia etica personale: in sintesi, se vuoi qualcosa smetti di pensare di non avere il talento necessario o di sognare che ti arriverà magicamente e senza sforzo. Rimboccati le maniche e inizia, che se davvero vuoi qualcosa devi andare a prendertela. Naturalmente, mettendo in conto che nel percorso dovrai farti un mazzo tanto.

Il conto alla rovescia abilmente impostato per alzare il livello di energia viene penalizzato dai vincoli dell’area di avvio della gara. Era evidente che, stretti in diecimila in un budello, i primi passi non sarebbero certo stati a ritmo di carica. Effettivamente impiego quasi tre minuti a raggiungere l’arco di partenza, ma da lì le maglie sembrano via via allentarsi e le gambe possono iniziare a mettersi in movimento. Vedo poco davanti a me i palloncini arancioni dei pacer delle 3 ore 45, obiettivo (per me ambizioso) di questa gara. Allungo subito per raggiungerli e incollarmi a loro, così da non dovermi preoccupare più di tanto di ritmo e tempi — e concentrarmi invece sul mettere un piede davanti all’altro.

Ancora e ancora e ancora.

Come di consueto, dopo la prima manciata di km mi assesto su un ritmo piuttosto regolare. E mi rendo conto, con un certo stupore, che è più sostenuto del previsto. In effetti, poco alla volta i palloncini arancioni sono alle mie spalle.

Le gambe vanno, la testa è spaventata.

So che stavolta mi sono allenata con ancor più dedizione e costanza degli anni precedenti. So che il trail mi ha aiutato a rafforzare la muscolatura regalandomi quindi anche un po’ di velocità in pianura. Resta il fatto che sto girando ad un ritmo veramente alto, e ho paura di non poterlo reggere. Per 42 km. E 195 metri.

Però.

In fondo cosa ho da perdere? Le gambe girano, la giornata è meravigliosa come si era preannunciata, lungo il percorso si alternano band che ci fanno da colonna sonora e piccoli gruppi di tifosi. Chissenefrega. Ascoltiamo il corpo, in fondo è lui che mi ha portato qui. Seguiamo le gambe finché vanno, poi ci penseremo. Dopo le volute dentro e fuori le Cascine, rientriamo in città con un passaggio da Porta Romana, sfioriamo Ponte Vecchio, alla mezza siamo in Santa Croce. Allunghiamo fino all’Artemio Franchi, giro d’onore dentro allo stadio, poi di nuovo indietro per i lunghi viali in cui la noia è il nemico in agguato. Finché, al 34esimo, si staglia all’orizzonte la bestia nera del maratoneta: il cavalcavia. Mi conosco, camminare mi taglierebbe questo ritmo che senza farmi troppe domande sto ancora reggendo. Accorcio il più possibile il passo, stringo i denti, sogno… la discesa. Che arriva e ci riporta nel centro, dove di snodano gli ultimi km.

A questo punto, è decisamente entrata in scena la testa. Vedo i tempi al chilometro, vedo che è possibile.

Non è più “mi piacerebbe”. È “dovesse essere l’ultima cosa che faccio, io quel tempo me lo porto a casa”.

Ponte Vecchio è al 40esimo, come ad ogni gara vedo che secondo il mio gps ho corso quasi un km extra. E si sente. Vedo gli intertempi ondeggiare e allora decido di non guardarli. I palloncini arancioni sono ancora dietro di me, mi bastano quelli come riferimento. Mi ascolto, metto tutta l’energia residua nel concentrarmi sulla strada, sulla prossima curva, un passo alla volta. Piazza della Signoria, in lontananza il Battistero, il cartello dei 42 km. L’ultima svolta e a poche decine di metri il traguardo, non riesco a vedere niente se non che sono sotto le 3 ore e 45 dallo start ufficiale, alzo le braccia al cielo…

Più che mai 30 km con le gambe, 10 con la testa, 2 con il cuore.

In migliaia sono arrivati prima di me. Ma io ho vinto.

*Pietro Trabucchi

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