Come il sole all’improvviso

Lucignano D’Arbia – San Quirico D’Orcia, 33 km

Io/ camminerò/ tanto che poi/ i piedi mi faranno male..

La prima volta che ho provato ad affrontare un Cammino, ho incontrato un organizzatissimo gruppo di friulani che mi ha prontamente adottato per i giorni successivi. La più agguerrita tra loro era un’arzilla ultra cinquantenne che, oltre ad avere nel proprio palmares diverse Marathon des Sables e altre amenità simili, portava sulle spalle uno zaino che avrebbe probabilmente stroncato anche un 25enne ben allenato. Nello zaino era contenuto tutto ciò che la signora riteneva strettamente indispensabile per il percorso. Compreso un catino e un kg di sale grosso per il pediluvio serale. Ora, forse non mi sento di adottare lo stesso approccio purista, ma diciamo che, in questo momento, quanto meno le chiederei volentieri in prestito il catino.

«Se percorsa in una bella giornata di sole, questa tappa può diventare indimenticabile grazie ai panorami sconfinati che si godono dai crinali della Val d’Arbia, che vengono percorsi lungo interminabili strade bianche.»

La mia guida diceva così, ma la giornata non prometteva di essere propriamente soleggiata. Anzi, all’alba le strade di Lucignano erano ancora lucide della pioggia notturna e il cielo era una cappa di toni di grigio. E le previsioni del tempo erano variamente pessimiste, ma tutte concordi nel promettere che prima o poi la mia strada e quella del temporale si sarebbero nuovamente incrociate. Così, lezione numero uno.

Quando impari un metodo, finché sei un’apprendista è meglio applicarlo diligentemente.

Realizzarne solo una parte a volte gioca brutti scherzi. Come quando dimentichi qualcosa fuori dai sacchetti ermetici in cui hai suddiviso le tue cose stipate nello zaino: potrebbe persino andare a finire con te che devi cenare in infradito perché non hai scarpe asciutte… Quindi, per evitare il bis, stamattina zaino pronto per una missione nel delta del Mekong. E via, un altro giorno di cammino.

Ha iniziato quasi subito a piovigginare. Non sarebbe stato nemmeno troppo fastidioso, se non per il sentiero dal fondo argilloso che, già impregnato dal giorno prima, ha rapidamente assunto una consistenza più adatta ad un corso di ceramica che a una passeggiata. 

A Buonconvento ho incrociato un gruppo di gitanti/pellegrini che si fotografava felice sotto il cartello “Roma 201 km”. Pia illusione (giusto per restare in tema). Lo scorso anno ho imparato che anche i pellegrini medievali avevano i loro dubbi amletici, un po’ come i moderni pendolari. Nello specifico, dovevano scegliere tra correre il rischio di incontrare briganti e quello di affrontare piene improvvise. La soluzione, solitamente, era quella di evitare i fondovalle a favore dei crinali, che offrivano miglior visuale oltre che guadi più agevoli. Dal nostro punto di vista di viaggiatori moderni, abituati a strade e ponti, è difficile vedere la logica dietro alla scelta di percorsi che ci sembrano tortuosi e inefficienti. Ma non sono qui per trovare spiegazioni. Scelgo semplicemente di affidarmi e seguire il pellegrinetto bianco e rosso, che mi guida nelle volute che si snodano e aprono sulla vallata.

La Via dopo Buonconvento è effettivamente una gioia per lo spirito. Sarà anche la Toscana da cartolina, che esibisce senza vergogna tutto l’armamentario di dolci pendii, alberi che si stagliano solitari in cima ad un colle, filari di cipressi e vigne digradanti. Ma, oggettivamente, ci sono scorci di una bellezza da far quasi male. Camminare in questa stagione, poi, offre l’opportunità di perdersi in tutta la tavolozza di colori a disposizione. I campi di grano che nei versanti più esposti iniziano ad assumere un colore dorato mentre in quelli più in ombra sono ancora verdi, punteggiati di papaveri. Le mille sfumature di verde e giallo dei campi a foraggio, da cui emerge a tratti il terreno ocra. I vigneti perfetti come una pettinatura da sposa, con i cespugli di rose che bordano i filari di giallo e rosa e rosso.

Si sale e scende lungo strade bianche senza fine, non forzo il ritmo anzi mi prendo tutto il tempo che serve a raccogliere la felicità di questa bellezza. Una sosta a Torrinieri per un panino e soprattutto per liberare almeno una mezz’ora i piedi dalla prigione degli scarponcini. E poi ancora lungo la vecchia Cassia e altri sentieri nei vigneti, salendo fino a San Quirico D’Orcia.

Oggi sono stata fortunata. Il vero temporale si scatena quando sono ormai al riparo sotto il portico del Palazzo Comunale. I volontari dell’Ospitale non sono ancora arrivati, ma non ho fretta. A quanto pare, al contrario degli altri pellegrini che invece si lamentano dell’attesa. Non so, non capisco. Magari se fossimo arrivati fradici dopo ore di pioggia. Ma siamo tutti asciutti e tranquilli. E senza queste persone che donano il loro tempo, non avremmo nemmeno un posto dove dormire.

Dopo la doccia e qualche scambio di racconti con le compagne di camerata, esco in esplorazione del borgo. Ammiro i portali della Collegiata, passeggio per gli Horti Leonini, entrò nella Chiesa di San Francesco e nel vecchio Hospitale, fino al tramonto sulla vallata ammirato da Porta dei Cappuccini.

Non sono certa che la bellezza salverà il mondo. Di certo mi è indispensabile per sentire questa pace.

Giorno due, 225 km a Roma.

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