Giusto, sbagliato e il giorno che non esiste

Dell’anno bisestile, in realtà, sapevo solo una cosa.

Anno bisesto, anno funesto – si dice.

In effetti il 2020 non è che sia partito benissimo, con questo coprifuoco per mezza Italia e scene da apocalisse in corso causa timore da virus.

I precedenti? Sono di memoria corta, quando si tratta di quello che non funziona, quindi faccio un po’ fatica a dire come sono andati i precedenti anni bisestili.

Mi sforzo e provo a riavvolgere il nastro.

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Il mondo dentro, il mondo fuori

Camminano le monache nel chiostro: vanno e vengono, avranno impegni da svolgere, luoghi da raggiungere… come te, i tuoi amici, gli uomini che incontri. Eppure è un camminare diverso, perché tu hai una meta da raggiungere, e poi ne avrai altre, e altre… Le mie sorelle e io siamo già nella meta della nostra vita.”

Da inizio anno ho ripreso a leggere La Via dell’Artista, libro della scrittrice e sceneggiatrice Julia Cameron che parte dall’assunto che essere creativi non sia un talento concesso solo ad alcuni, o un capriccio che la maggior parte di noi deve mettere da parte per diventare un adulto serio e responsabile ma, al contrario, la naturale inclinazione di ogni essere umano, un dono che riceviamo e che saremmo irresponsabili ed egoisti a non mettere a disposizione del mondo.

La prima volta che ho letto questo libro-manuale, e che ho applicato il metodo che propone per “sbloccarci” dal nostro status di resistenza anti-creativa, sono successe almeno un paio di rivoluzioni. 

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#seguilatuabussola – Texas, nuvole e vulnerabilità

È la terza volta che passo per il Texas, ma non posso certo dire di conoscerlo. Forse di avere raccolto qualche tessera in più del puzzle, ma non so se questo fa più chiarezza, o più confusione.

La prima volta ci sono arrivata per partecipare a un matrimonio. Che si sa che sono allergica a tutte le cerimonie, e in realtà io gli sposi nemmeno li conoscevo. Ma figuriamoci se mi facevo scappare l’opportunità: Dallas, la comunità italo-americana, le enormi case dei suburbs, i festeggiamenti fino a tarda notte.

La seconda volta ero a nord, lungo la traccia della Route 66, attraverso cittadine che si aggrappano alla nostalgia di un passato di vacanze fatte caricando la famiglia in auto e guidando giornate intere, di un’iconografia pop che cerca di sopravvivere nei motel restaurati e nei menu dei diner, lungo una strada uguale a se stessa da mezzo secolo.

E stavolta, la terza, non lo so ancora cosa cercavo nelle centinaia di miglia che ho percorso andando sempre più a ovest. Partendo da svincoli a otto corsie, attraversando pianure interrotte da edifici simili a sogni, o miraggi, arrampicandomi fino al buio per vedere le stelle, rincorrendo la meraviglia che solo la natura mi sa regalare.

Di certo so che sono venuta fin qui per Brené Brown.

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Fermarsi e respirare

L'alba a Cape Muroto, isola di Shikoku. Fermarsi a contemplare la meraviglia

“Come fai a stare sempre giro, non è ancora il momento di fermarsi?”

A volte è una domanda diretta, a volte mi arriva per vie traverse. Dentro, o dietro, ci sono un sacco di storie diverse. Quelle di chi chiede, più che la mia. Chi è affezionato alla sicurezza della propria routine quotidiana e non riesce neppure a immaginare di rimbalzare nella stessa settimana da Trieste a Bologna, da Venezia a Torino. Chi prende l’aereo solo per andare in vacanza, e quindi mescola un pizzico di invidia a un accenno di “beata te che te lo puoi permettere”.

È vero – sono stata in giro, ho dormito ben poco a casa, mi sono goduta la scoperta di città mai viste come la meraviglia di città che mi sembrano più belle ogni volta che ci metto piede. Sono stata a Malta e a Berlino, solo bagaglio a mano e filosofia no frills, ostello, mangiare nei mercatini e arrivare ovunque camminando.

Il primo anno da freelance è stata una costante sperimentazione di contatti e contenuti, per capire cosa sapevo fare, cosa potevo imparare e soprattutto in che direzione volevo continuare a esplorare,

Quest’anno ho iniziato a ridefinire il modo in cui posso e voglio lavorare.

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#seguilatuabussola – Berlino, libertà e opposti necessari (2)

[la prima parte del mio weekend a Berlino invece la trovi qui]

Che poi non lo so nemmeno, se Berlino mi è piaciuta.

Non mi è piaciuta nel senso di Roma, che ogni volta che passavo di fianco al Colosseo al tramonto mi commuovevo come la prima volta.

Non mi è piaciuta nel senso di New York, in cui cercavo di sbirciare dalle finestre per immaginare come potesse essere davvero una vita lì.

Berlino è un mosaico, e sono certa che se parlassi con dieci (o cento) persone che l’hanno visitata, ciascuna mi racconterebbe una città diversa.

Sono arrivata seguendo le tracce dei ricordi felici di chi questa città la ama, o la vive, o entrambe. Una volta segnati i punti di riferimento sulla mappa, però, la strada l’ho scelta io. Aggiungendo tappe, allineandole per dar loro un senso, lasciandomi distrarre dai dettagli che attiravano la mia attenzione.

Berlino non è tedesca, anzi forse non esiste nemmeno. 

Ho sentito parlare inglese, turco, russo e chissà quante lingue. Ho mangiato greco, israeliano e sudanese. L’ho attraversata in bicicletta, dalle linee nette delle architetture di Potsdamer Platz fino all’ex aeroporto di Tempelhof, dove puoi correre lungo le vecchie piste di decollo. Ho camminato inseguendo la musica di un pianista sul Landwehr Canal, di un chitarrista a Unter den Linden, di un (eccezionale) fisarmonicista sotto le anonime volte di una stazione della metropolitana.

Ma, soprattutto, ho seguito il muro.

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