Identità, vulnerabilità ed esercizi di cambiamento

Siamo stati troppo ingenui, su questo siamo tutti d’accordo. Ci siamo scoperti più vulnerabili di quanto credessimo.

Dichiarare a gran voce che ne saremmo usciti migliori, che sarebbe andato tutto bene. Ci credevamo, in quel momento. D’altra parte, da qualunque lato si guardi la situazione, non solo non eravamo preparati, ma forse era impossibile essere preparati, o esserlo del tutto, dato che quello che è successo non era mai accaduto, per lo meno non era mai accaduto nel contesto attuale di velocità dello scambio. Scambio di persone, di idee, di merci. Le prime sono diventate veicolo della diffusione della malattia, le seconde hanno mostrato la fragilità del nostro senso critico, le terze hanno per un po’ scavalcato, in ordine di priorità e di valore, l’immaterialità che sembrava essere ormai l’unico perno dell’economia.

Il cambiamento, però, anche se non era quello che avevamo immaginato, resta un dato di fatto. Un dato di fatto complicato, diciamolo pure. Perché ci costringe ad ammettere quanto poco ci conosciamo, quanto siamo meno… coraggiosi? Coerenti? Promotori di azioni concrete? Disposti a metterci la faccia e l’impegno che servono? Fate voi.

Quanto siamo più fragili e in bilico di quanto volevamo raccontarci.

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Storie dal cammino

Ogni volta che Martina apre bocca, non riesco a trattenere un sorriso.

Alta e bionda come nell’immaginario solo le nordiche, dopo tanti anni mescola nel suo accento e nelle storie che racconta i suoni della lingua madre con l’inflessione umbra, in un’amalgama improbabile quanto accogliente. Si è svegliata apposta per me, come ieri sera è rimasta per prepararmi la cena. L’Angoletto vive dell’imprevedibile flusso dei turisti che arrivano a Pale: gli appassionati di arrampicata che affrontano le pareti di roccia verticale, le famiglie che passano una domenica al fresco delle cascate del Menotre. Una sera si può fare mezzanotte, la successiva ci sono solo io. E come ci è finita, Martina, dalla Danimarca all’Umbria?L’ho trovato 30 anni fa, questo gioiello“, mi dice.

Il gioiello in questione è Carlo, di cui ieri ho visto poco più della testa di ricci ormai quasi del tutto grigi e i gesti un po’ impacciati con cui mi lasciava alle cure della compagna. Sono a Pale da cinque anni, in qualche modo è stato un ritorno, i nonni di Carlo possedevano uno dei numerosi mulini che fino a inizio Novecento sfruttavano le acque del fiume. Adesso lui cucina, lei segue clienti e organizzazione, quando arriva qualcuno che decide di fermarsi per la notte tira fuori un piumone, che sa che nella notte il vento si alza.

Ieri mi ha consigliato di andare fino alla piazzetta da cui quando scende la sera si vede l’eremo illuminato, stamattina quando le chiedo un timbro per la credenziale prende la penna e mi disegna i motivi per cui questo posto l’ha chiamata: la montagna con i suoi colori che cambiano con le stagioni, l’acqua che scorre a formare quelle cascate che sembrano risate fresche, la strada che porta sempre nuovi incontri e nuove storie.

È il primo giorno di marcia sul Cammino Francescano della Marca.

E Martina è la conferma della sensazione che, a quanto pare, stavolta l’identità e la voce che sto cercando la troverò avvicinandomi, e ascoltando le storie che incontrerò.

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Camminare verso

Mentre scrivo non sto ancora camminando, ma mi sto preparando a camminare, che per la mia testa è quasi lo stesso.

Negli anni il gesto è diventato così naturale da azzerare qualsiasi dubbio o domanda: riempire lo zaino per una settimana sui sentieri non mi sembra così diverso dal prendere la borsa quando esco al mattino, e immergermi nel silenzio dei boschi mi fa sentire più a mio agio che affrontare il traffico cittadino.

Non è così per tutti, me ne rendo conto. La scorsa settimana, avvertendo un cliente che non sarei stata disponibile per una decina di giorni per la mia annuale vacanza in cammino, ho sentito il consueto momento di incredulità mista a perplessità.

Cosa spinge una donna apparentemente normale, con un lavoro e una casa e una vita, a scegliere volontariamente, anno dopo anno, di dedicare le proprie vacanze ad avanzare lentamente in luoghi remoti, con polvere e sudore come compagni?

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Il punto di fuga del futuro

Io l’agenda la compro a luglio.

Dopo tanti anni in cui impegni e promemoria stavano solo nel calendario elettronico, da quando ho iniziato a lavorare in proprio sono tornata ad avere in borsa anche un’agenda cartacea. Forse perché nella vita da freelance la distinzione tra tempo professionale e tempo personale è ancora più flessibile, e tanto vale allora tenerne traccia in un solo posto. Forse perché, senza la scatola di riferimento data dagli spazi e dai tempi dell’azienda, aprire una pagina e avere uno sguardo su quello che mi aspetta per l’intera settimana ha un che di rassicurante.

Certo, oggi pensare che sia già passata metà di questo anno “in” (inedito, inaspettato, incomprensibile,  indelebile, incerto) di rassicurante ha ben poco, lo ammetto.

Ma la scorsa settimana luglio è arrivato, e parlando con amici e clienti la sensazione comune è una sorta di stupore. Prosegue il dibattito sulla ripresa della scuola,  tra sfiducia e apprensione e indicazioni arrivate in corsa e che ben poco hanno chiarito a chi dovrà metterle in pratica. I fronti pro e anti smartworking portano avanti la loro battaglia, tra chi afferma di non voler tornare mai più in ufficio e chi invece si sente saturato dalla vita online, tra chi vede l’opportunità di una reale evoluzione che faccia tesoro della forzatura degli scorsi mesi e chi, a quanto pare, purtroppo non ha nemmeno capito di cosa si stava veramente parlando.

Per certi versi sembra tutto come prima. Sembra che la nuova normalità stia cercando di farsi strada. 

Dall’altra sembra che la speranza di uscire da questa crisi migliori, o almeno differenti da come ci siamo entrati, stia pericolosamente vacillando.

Eppure nel nostro piccolo, nelle nostre case, nel nostro quotidiano, avevamo iniziato a porci una domanda che dovrebbe essere banale, se mettessimo nel costruire le nostre vite tutto l’impegno progettuale che sappiamo dedicare agli obiettivi professionali.

Per diventare essere umani di professione, di questo momento cosa vogliamo “portare con noi” nel futuro?

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Perché il work life balance non esiste

Io al work life balance non ho mai creduto. Quando ho iniziato a lavorare, per me era tutto molto chiaro.

Il tempo passato in ufficio era una cosa, quello fuori non c’entrava niente.

Conosco persone che in azienda cercano una famiglia, un gruppo di amici. Io no, io ero dura e pura, evitavo il più possibile qualsiasi attività che esulasse dagli impegni formali, e guai se qualcuno provava a contattarmi quando ero assente, a meno che fosse perché l’ufficio stava andando a fuoco. Andavo al lavoro per lavorare ed ero convinta che tenere una rigida separazione fosse la soluzione non solo migliore, ma quasi naturale, per non lasciarsi fagocitare eccessivamente dagli impegni professionali.

Poi non è che le cose siano andate proprio così. Per fortuna.

Ho trascorso sei anni a viaggiare su e già per l’Italia, e alla fine i miei colleghi sono diventati una rete importante non solo nel lavoro, ma nel quotidiano. Perché è bello avere la sensazione di arrivare in un luogo conosciuto, anche se in realtà ci arrivi per la prima volta. Perché sapevo che in ogni posto qualcuno mi avrebbe dato volentieri un consiglio su dove andare a cena, e anche su dove correre al mattino seguente. Perché quando ogni giorno ti svegli in una città diversa, alla fine realizzi che non è che abbia poi così tanto senso mettere una barriera insormontabile tra il lavoro e la vita

Perché vorrebbe dire che dal lunedì al venerdì non vivi, e a me vivere due giorni a settimana mica basta.

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