#seguilatuabussola – Berlino, libertà e opposti necessari (2)

[la prima parte del mio weekend a Berlino invece la trovi qui]

Che poi non lo so nemmeno, se Berlino mi è piaciuta.

Non mi è piaciuta nel senso di Roma, che ogni volta che passavo di fianco al Colosseo al tramonto mi commuovevo come la prima volta.

Non mi è piaciuta nel senso di New York, in cui cercavo di sbirciare dalle finestre per immaginare come potesse essere davvero una vita lì.

Berlino è un mosaico, e sono certa che se parlassi con dieci (o cento) persone che l’hanno visitata, ciascuna mi racconterebbe una città diversa.

Sono arrivata seguendo le tracce dei ricordi felici di chi questa città la ama, o la vive, o entrambe. Una volta segnati i punti di riferimento sulla mappa, però, la strada l’ho scelta io. Aggiungendo tappe, allineandole per dar loro un senso, lasciandomi distrarre dai dettagli che attiravano la mia attenzione.

Berlino non è tedesca, anzi forse non esiste nemmeno. 

Ho sentito parlare inglese, turco, russo e chissà quante lingue. Ho mangiato greco, israeliano e sudanese. L’ho attraversata in bicicletta, dalle linee nette delle architetture di Potsdamer Platz fino all’ex aeroporto di Tempelhof, dove puoi correre lungo le vecchie piste di decollo. Ho camminato inseguendo la musica di un pianista sul Landwehr Canal, di un chitarrista a Unter den Linden, di un (eccezionale) fisarmonicista sotto le anonime volte di una stazione della metropolitana.

Ma, soprattutto, ho seguito il muro.

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Imperfette prove di nirvana

Donne della prefettura di Kagawa preparano udon da distribuire ai pellegrini - anche questo è nirvana!

Ma voi lo sapete cosa vuol dire nirvana?

Lo chiedo perché la quarta e ultima prefettura, quella di Kagawa, rappresenta quella parte del percorso che ha permesso a Kobo Daishi di raggiungere questo stato perfetto di pace e felicità.

Ma io di nirvana ne sapevo ben poco, associandolo a un generico senso di pace e benessere dato dal superamento di tutto ciò che è materiale e transitorio. Così, tanto per cominciare, sono andata a cercarla nel dizionario:

nirvana s. m. dal sanscrito nirvāṇa «estinzione»

E chi se la aspettava, questa? Certo, il distacco dalle cose terrene, dalle passioni che ci dominano rendendo il più delle volte la nostra vita un gran casino. Ma da qui ad arrivare all’idea di estinzione, mi sembrava ci fosse ancora un bel salto concettuale.

Però, in fondo, qual è l’effetto di migliaia e migliaia di passi messi uno in fila all’altro?

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Ogni cosa è illuminata

Ogni percorso iniziatico passa attraverso un qualche tipo di illuminazione, ma più che altro la mia settimana nella prefettura di Ehime è illuminata dal sole.

Un sole estivo, di quelli che al mattino rendono più semplice la partenza e a mezzogiorno invitano a una sosta all’ombra. È bello camminare così, anche se tornerò a casa con il volto e le braccia color biscotto e il resto del corpo pallido come sempre.

Con il passare delle settimane l’arrivo del giorno si è visibilmente anticipato, e così posso godermi l’ora che preferisco: quella poco dopo l’alba, in cui le città si stanno ancora svegliando, i ragazzi vanno a scuola in bicicletta, le persone si affacciano incuriosite al tuo passaggio.

Cammino nella luce che diventa più intensa, mi godo i paesaggi che cambiano e i miei pensieri che li seguono.

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Il temperamento del tuo viaggio

Fino a un attimo prima era una vacanza, e all’improvviso è diventato un viaggio. E il viaggio sgomita, perché vuole dire la sua e non si accontenta di attenersi a un programma che è stato deciso prima, quando ancora non avevi messo piede sul posto e quindi, fondamentalmente, non ne capivi niente.

È come se ci fosse un timer che scatta in automatico.

Il carattere del viaggio sembra spesso scorbutico. Ma di solito ha ragione: di quanti luoghi avevamo la sottile sensazione di conoscerli, solo per averli visti in un film, in fotografia o leggendo una guida?

Ecco, il viaggio entra con una spallata quando decide che è arrivato il momento di farti capire che le cose non sono esattamente come te le avevano raccontate, o te le eri raccontate.

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Io ballo da sola

Shikoku_Cape Muroto_Sunset

La seconda parte del Cammino, quella che attraversa la prefettura di Kochi, è chiamata Shūgyō – indica cioè un passaggio di austerità e disciplina. Guardavo la mappa, e mi chiedevo perché.

Certo, in confronto ai giorni precedenti, in cui la contiguità dei numerosi templi cittadini aveva permesso un’abbuffata di ben 22 soste in una sola settimana, qui le distanze si fanno ben diverse. Se già la città ha via via lasciato spazio a un paesaggio più rurale, di risaie e abitazioni che sembrano cristallizzate al Periodo Edo, adesso si prospettano orizzonti silenziosi a perdita d’occhio.

Guardo la linea dei passi futuri, che sembra giocare con la linea costiera, e mi chiedo –

Una volta sopravvissuta ai primi henro korogashi, quale durezza può derivare dal mare?

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