Forma e sostanza delle parole

Le parole fanno parte del mio lavoro, ma sono prima di tutto il modo in cui funziona la mia testa.

Sarà per questo che sono loro a farmi compagnia, nelle ore di strada solitaria che caratterizzano le giornate di cammino. Cerco le parole, le combino e le contrappongo, le avvicino e lascio che si allontanino. Le osservo. Mi sembrano ogni volta nuove, anche quelle pronunciate mille volte. Sarà che rallentando riesco a vederle da un’angolatura differente, da cui perdono forse un po’ della loro forma, per mostrare solo la sostanza.

Non so se sia vero che quando scegli un cammino lo fai perché è lui a chiamarti, o se quelle che definiamo coincidenze sono il modo che il nostro cervello usa per dare risposte a quello che stiamo cercando. Non so se sia la casualità della serendipity o la scientificità dell’attenzione selettiva.

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La fisica dell’inerzia

Al liceo la fisica mi sembrava una grande fregatura. Alla prima lezione mi avevano illuso che in quelle formule avrei capito il funzionamento del mondo, alla seconda già mi dicevano che però dovevo considerare un sistema ideale, in cui punti senza peso e senza dimensioni si muovevano in uno spazio senza aria e senza gravità. Un interessante esercizio teorico, ma io volevo capire come funzionavano davvero le cose.

Di quelle formule ricordo ben poco, ma in questi giorni ogni tanto ci penso.

Per settimane ho rallentato e rallentato, e adesso cavoli se la sento, l’inerzia che rende difficile riprendere il movimento.

Principio d’inerzia: un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato.

Mi sento proprio così. Magari non ferma, ma certo frenata. Come se ogni azione richiedesse una quantità di energia superiore al consueto. Un’energia che fatico a ritrovare.

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La creatività di ripensare il futuro

Ormai ci è chiaro che la forza di volontà porta solo fino a un certo punto, se dietro non c’è un forte perché. Quando ho deciso di lasciare il ruolo in azienda, ma mia motivazione era piuttosto evidente. Cercavo libertà di movimento. Intesa in senso fisico, nella scelta del quando e del dove, del tempo e dello spazio da dedicare al lavoro. Ma, forse ancora di più, intesa come libertà di pensiero, di poter immaginare qualcosa di mio, di costruirlo da zero, di sviluppare progetti per esprimere le mie idee, il  mio punto di vista, la mia creatività

Volevo creare qualcosa che non esisteva, vedere l’impatto che potevo portare attorno a me, il cambiamento a cui potevo contribuire.

Era la prima volta che pensavo seriamente a me stessa come un progetto. Che necessita del giusto tempo, della giusta prospettiva. Come in un viaggio ho cercato di studiare in anticipo il paesaggio in cui mi sarei mossa, per essere preparata senza irrigidirmi in un itinerario troppo stringente, pronta a rimboccarmi le maniche per affrontare gli imprevisti.

Avevo previsto l’entusiasmo e gli ostacoli, le vittorie e le battute di arresto. Credevo che la paura sarebbe stata bilanciata dalla felicità di esprimersi, dall’orgoglio di indirizzare la propria strada, seppur accidentata.

Tanto per cambiare, l’avevo fatta un po’ troppo facile, e mi ero dimenticata qualche pezzo.

Non avevo messo in conto che più che aiutare a superare la paura, molto spesso la creatività è lei stessa fonte di paura.

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La misura di una (buona) scelta

Nel groviglio di sensazioni di queste giornate, tra paura e solitudine, disorientamento e scelte da fare, preoccupazione e fatica, mi sono resa conto che ce n’è una che fa capolino nella mia testa più spesso di quanto vorrei. Il senso di colpa.

Mi guardo attorno e sembra che tutti siano molto indaffarati. Saranno anche chiusi in casa, ma questo non li trattiene dal seguire corsi, pianificare eventi, immaginare progetti nuovi.

Io invece mi sento ferma, e perciò mi sento in colpa.

Il senso di colpa è una sensazione con cui, anche in circostanze più ordinarie, molti di noi hanno una certa dimestichezza. Ci sentiamo in colpa per le scelte che abbiamo fatto e per quelle che non abbiamo fatto, per le volte che abbiamo mollato troppo presto e per quelle in cui invece abbiamo trascinato una situazione che non funzionava perché non trovavamo il coraggio di mollare il colpo

Non mi stupisco, quindi, di sentirmi così adesso. Soprattutto se ammetto che, e non solo adesso, il problema non è tanto scegliere. Il problema è il bisogno di controllo.

Su quello che, in realtà, non possiamo controllare.

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Libertà e (pre)giudizio

Gennaio è partito come sempre: con l’agenda organizzata e pronta per i progetti pianificati per il nuovo anno.

Poi una alla volta le caselline colorate dell’agenda hanno iniziato a saltare, a slittare, a dileguarsi. Ora, non che la cosa non succedesse anche in azienda: idee che sembravano così interessanti da dover essere realizzare immediatamente – e che invece si sono impantanate chissà dove, travolte dalle urgenze o dai cambi di direzione.

Solo che, quando lavori in proprio, le battute d’arresto sembrano molto più brusche.

Perché in azienda i buchi dell’agenda sembrano riempirsi come per magia. C’è sempre qualcosa da fare, qualcuno che ti chiede una mano. E, nella peggiore delle ipotesi, c’è sempre l’archivio di sistemare. 

Non è che adesso abbia meno cose da fare. Anzi.

Gli spazi liberati dalle attività contingenti dovrebbero essere una manna dal cielo, fondamentali per mettere le fondamenta per i piani a medio o a lungo termine.

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