Perché ogni lavoro fa schifo, e come disegnarlo meglio

Tolstoi diceva che “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.’’ Parafrasando, tutti i lavori si somigliano, ma ogni lavoro fa schifo a modo suo.

È sempre un argomento delicato, quello del lavoro. Ultimamente, anche di più.

Chi sembra quasi sentirsi in colpa anche solo ad averlo, un lavoro, figuriamoci lamentarsene, con tanta gente che il suo lavoro non ce l’ha più.

Chi “tanto adesso non è il momento di cercare”, che è sempre stata la scusa che si è raccontato, ma che adesso suona più convincente.

Chi ribadisce che tanto si sa che le aziende sono fatte così, e non so se ne è davvero convinto o se non si pone nemmeno la domanda del perché non inizi proprio lui a cambiare qualcosa.

Ne sento tanti, di discorsi così. Il lavoro da remoto ha tolto le pause caffè in ufficio, e allora si cercano opportunità alternative di scambio, in cui un po’ sfogarsi e un po’ riflettere. E io sono lì, come trainer, o come coach, in ogni caso elemento neutrale ma da cui si può avere un confronto diverso, un po’ specchio che non fa sconti quando ti stai solo lamentando e un po’ incoraggiamento a rimboccarsi e mettere in pratica idee e strumenti che stiamo condividendo.

E allora, cosa intendiamo veramente quando diciamo che non ne possiamo più del nostro lavoro? E, soprattutto, cosa ci si può fare?

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Perché il work life balance non esiste

Io al work life balance non ho mai creduto. Quando ho iniziato a lavorare, per me era tutto molto chiaro.

Il tempo passato in ufficio era una cosa, quello fuori non c’entrava niente.

Conosco persone che in azienda cercano una famiglia, un gruppo di amici. Io no, io ero dura e pura, evitavo il più possibile qualsiasi attività che esulasse dagli impegni formali, e guai se qualcuno provava a contattarmi quando ero assente, a meno che fosse perché l’ufficio stava andando a fuoco. Andavo al lavoro per lavorare ed ero convinta che tenere una rigida separazione fosse la soluzione non solo migliore, ma quasi naturale, per non lasciarsi fagocitare eccessivamente dagli impegni professionali.

Poi non è che le cose siano andate proprio così. Per fortuna.

Ho trascorso sei anni a viaggiare su e già per l’Italia, e alla fine i miei colleghi sono diventati una rete importante non solo nel lavoro, ma nel quotidiano. Perché è bello avere la sensazione di arrivare in un luogo conosciuto, anche se in realtà ci arrivi per la prima volta. Perché sapevo che in ogni posto qualcuno mi avrebbe dato volentieri un consiglio su dove andare a cena, e anche su dove correre al mattino seguente. Perché quando ogni giorno ti svegli in una città diversa, alla fine realizzi che non è che abbia poi così tanto senso mettere una barriera insormontabile tra il lavoro e la vita

Perché vorrebbe dire che dal lunedì al venerdì non vivi, e a me vivere due giorni a settimana mica basta.

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Come mettere “al lavoro” il design thinking

A due mesi dall’inizio dell’emergenza, e dopo cinquanta giorni di clausura, credo di non poter più rimandare. Mi sono fermata, ho atteso indicazioni, come se mi aspettassi che le risposte potessero arrivare da fuori. Mi viene in mente la mia prima maratona, quando al trentacinquesimo chilometro mi ero seduta per terra sperando che qualcuno mi venisse a prendere. Non era arrivato nessuno, e alla fine mi ero rialzata e avevo fino la corsa. Credo di dover fare anche questa volta così.

Sono arrivata al design thinking attraverso molte strade e, all’inizio, senza nemmeno sapere veramente di esserci arrivata.

Nell’estate del 2009 ero a Copenaghen a trovare la mia amica Nunzia. Io ero finita lì perché, come si sa, per me ogni scusa per scoprire una nuova città è buona.

Lei era lì per frequentare il Master in Interaction Design, che per me era un nome che suonava bene ma ben poco comprensibile, dato che il design thinking era stato codificato a Stanford solo una decina di anni prima, e in Italia se ne iniziava a malapena a parlare, e solo in contesti legati in qualche modo al design tout court.

Poi me ne sono quasi dimenticata. 

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L’etichetta che mi sono appiccicata addosso

Quando me lo chiedono, la risposta dipende dall’umore della giornata.

Poi mi devi spiegare bene cosa fai”.

Se la interpreto come una domanda di circostanza, dico che faccio la consulente, figura allo stesso tempo abbastanza nebulosa da comprendere una varietà di sfaccettature e sufficientemente nota da risultare una definizione “socialmente accettabile.

Se ci leggo invece un reale interesse a districarsi tra le mille attività che faccio e (in parte) condivido all’esterno, spesso finisco a raccontarmi come se fossi un’azienda, con le sue linee di business differenziate a seconda del servizio e dell’interlocutore.

A volte vorrei rispondere che sono una viaggiatrice, una collezionista di storie, una ricercatrice di sfumature nelle parole, una donna con gli occhi stupiti da bambina.

Non so se, come diceva Walt Whitman “contengo moltitudini”, ma spesso mi pare che la situazione dentro alla mia testa sia piuttosto affollata.

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Se il 2020 è(ra) il futuro, il 2030 cosa sarà?

Mi stavo a malapena riprendendo dallo shock di veder festeggiare il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e, subito dopo, da quello di rendermi conto che il mio precedente viaggio in Australia era “diventato maggiorenne”, che mi sono imbattuta in un post dal titolo “It’s 2020 and you’re in the future.

Senza alcuna pietà, l’autore mi ricordava che l’uscita di film come Jurassic Park Forrest Gump è più vicina all’allunaggio che al presente, che chi ha almeno 35 anni è più vicino al 1940 che a oggi, che chi nascerà quest’anno ha buone probabilità di arrivare a vedere il prossimo, di secolo.

Solo un attimo fa questo 2020 ci sembrava un futuro così lontano, ma cosa è rimasto di quello che ce ne immaginavamo?

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