La sala d’attesa della transizione (e come uscirne)

La sala d’attesa è luminosa, ma non della luce calda che si immagina adesso che la primavera è arrivata, con il sole che scalda la schiena attraverso le finestre spalancate. 

La sala d’attesa è lucida di metallo, con le sue seggiole allineate lungo le pareti. Qualcuno sfoglia una rivista, qualcuno scorre le notizie sul cellulare. La sensazione, per tutti, è quella di star perdendo ancora tempo.

La sala d’attesa è silenziosa, la porta da cui siamo entrati chiusa alle nostre spalle, quella di fronte ostinatamente chiusa.

Io me la immagino così, la metaforica sala d’attesa in cui siamo seduti in questo momento. Quella che si trova tra il prima e il dopo, tra la fine e l’inizio. Quella che ci racconta il pezzo di storia che nessuno ci aveva mai detto, o che non avevamo capito, o voluto capire.

La sala d’attesa della transizione.

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Teoria e pratica dell’accettare

Pensavo di essere più preparata. Ad accettare l’ennesimo spostamento di data, l’ennesimo messaggio che non dice niente.

Nelle ultime settimane ho imparato a osservare la mia oscillazione emotiva, a essere gentile con me stessa ricordandomi che nessuno poteva essere preparato a questi eventi che continuano ad apparire inimmaginabili, o per lo meno non del tutto comprensibili.

Ma dal punto di vista pratico pensavo di avere qualche strumento in più.

Ho imparato a reinventarmi per prove ed errori, ricordando quello che ho e quello che so, accettando quello che manca, andando prima un po’ a tentoni, scoprendo poi metodi e modelli che aiutano a mettere ordine in quel garbuglio poco districabile che ci sembra la nostra vita

Che poi anche questa è una cosa che mi fa parecchio ridere. Capaci di definire con esattezza parametri e riferimenti quando dobbiamo stabilire budget e raggiungere obiettivi nel nostro lavoro. E poi ci dimentichiamo (o non abbiamo il coraggio) di farlo quando si tratta della nostra vita. Come se fosse un progetto secondario, uno a cui potremo sempre pensare tra un po’, come se non ci fosse fretta, come se potessimo aspettare il momento giusto.

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Prospettiva di un labirinto

Ogni tanto capita. A me è capitato a fine anno.

Bloccata a casa da un piccolo infortunio sportivo, ne avevo approfittato per delineare i miei progetti per il nuovo anno. Ho bisogno di mettere mano a fogli e pennarelli, di creare una mappa colorata e tangibile che concretizzi in un piano da realizzare quelli che fino a quel momento erano idee, sogni, immaginazione.

Poi però, forse come l’inverno che è arrivato trafelato con la sua nebbia, le cose che sembravano così chiare lo sono diventate molto meno.

Anzi, a dirla tutta, all’improvviso quella che fino a un attimo prima mi sembrava una traccia ben chiara, si è rivelata un intrico che non riuscivo a distinguere, un nodo che non riuscivo a dipanare.

Un labirinto in cui non mi ero nemmeno conto di essere entrata.

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La sostenibilità dei sogni

Si diceva che intanto bisogna fare il primo passo, e su quello Lucia era partita carica e piena di entusiasmo. Nel suo lavoro è sempre stata brava, i risultati arrivavano e gli obiettivi, anche quando erano impegnativi, non avevano tanto rappresentato un ostacolo ma una sfida stimolante, una scalata per arrivare in vetta e piantare, fiera, la sua bandierina.

Solo che,  a distanza di un anno dalla decisione di mettersi in proprio, le cose non stavano andando esattamente come pianificato.

Perché nessuno le aveva detto che anche i sogni devono superare un test di sostenibilità?

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Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola (Joumana Haddad)

Non credo di aver mai viaggiato tanto come quest’anno. Sarà che nel precedente ero rimasta praticamente ferma, un po’ perché reinventare la propria vita richiede tutte le energie a disposizione per definire nuovi punti di riferimento, un po’ perché ero talmente presa dall’osservare il mondo che cambiava intorno a me, e il cambiamento che vivevo in mezzo a questo turbine, che quasi avevo scordato il desiderio di cercare la prospettive di latitudini diverse.

Quest’anno sono stata a Malta, Berlino e Bilbao.

In Giappone e in Texas.

A Torino e Trieste, Bologna e Venezia, Genova e Trento, Rimini e Firenze. 

Sto sperimentando la vita che volevo, quella per cui ho scelto di lasciare il lavoro in azienda e di esplorare un modo alternativo di fare le cose. Quella in cui ho imparato a distinguere tra raggiungere un obiettivo (che però magari è di qualcun altro) e darsi un obiettivo (e, subito dopo, concretizzarlo).

Per certi versi questo è stato un anno di grande successo. Per altri, ho ancora un sacco di passi da fare.

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