Solo un’altra scusa

Credo che i Giapponesi riescano a inserire uno scusa in ogni frase che pronunciano. Scusa quando devono farti attendere e scusa quando non sanno rispondere alla tua domanda. Ma anche scusa se vi incrociate sulla stessa soglia e dovete decidere chi passa per primo, scusa se alla cassa del supermercato ci sono più di due persone in fila.

Forse non ci avrei fatto così tanto caso se qualche anno fa non avessi letto uno studio sull’utilizzo di questa parola nelle diverse culture e nei diversi contesti: è così che ho iniziato la mia piccola battaglia culturale nei confronti dell’abuso di questa parola

Dire scusa sembra un modo innocuo per iniziare un’email, per introdursi in una conversazione, per sostenere la propria opinione senza sembrare troppo aggressivi. Sembra così innocuo che è diventato un’abitudine di cui non ci rendiamo più conto

E noi donne diciamo scusa un sacco di volte, e troppo spesso lo diciamo a sproposito.

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Cosa vuoi fare da grande?

Da bambina alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” restavo muta.

Nei colloqui a “Come si immagina tra cinque anni?” non sapevo cosa rispondere.

Eppure una volta entrata nel mondo del lavoro sembrava avessi trovato rapidamente la mia strada, ogni volta che emergeva un nuovo progetto mi proponevo, sono stata promossa a posizioni interessanti.

La verità, però, è che ho sempre rischiato poco, perché cercavo prima di tutto di evitare il fallimento.

Ci raccontiamo storie di quanto gli altri siano più coraggiosi di noi, di come per loro sia più semplice fare scelte contro corrente, perché loro ci sono nati, con quella determinazione. Tutte storie.

Abbiamo tutti paura.

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Imperfette prove di nirvana

Donne della prefettura di Kagawa preparano udon da distribuire ai pellegrini - anche questo è nirvana!

Ma voi lo sapete cosa vuol dire nirvana?

Lo chiedo perché la quarta e ultima prefettura, quella di Kagawa, rappresenta quella parte del percorso che ha permesso a Kobo Daishi di raggiungere questo stato perfetto di pace e felicità.

Ma io di nirvana ne sapevo ben poco, associandolo a un generico senso di pace e benessere dato dal superamento di tutto ciò che è materiale e transitorio. Così, tanto per cominciare, sono andata a cercarla nel dizionario:

nirvana s. m. dal sanscrito nirvāṇa «estinzione»

E chi se la aspettava, questa? Certo, il distacco dalle cose terrene, dalle passioni che ci dominano rendendo il più delle volte la nostra vita un gran casino. Ma da qui ad arrivare all’idea di estinzione, mi sembrava ci fosse ancora un bel salto concettuale.

Però, in fondo, qual è l’effetto di migliaia e migliaia di passi messi uno in fila all’altro?

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Ogni cosa è illuminata

Ogni percorso iniziatico passa attraverso un qualche tipo di illuminazione, ma più che altro la mia settimana nella prefettura di Ehime è illuminata dal sole.

Un sole estivo, di quelli che al mattino rendono più semplice la partenza e a mezzogiorno invitano a una sosta all’ombra. È bello camminare così, anche se tornerò a casa con il volto e le braccia color biscotto e il resto del corpo pallido come sempre.

Con il passare delle settimane l’arrivo del giorno si è visibilmente anticipato, e così posso godermi l’ora che preferisco: quella poco dopo l’alba, in cui le città si stanno ancora svegliando, i ragazzi vanno a scuola in bicicletta, le persone si affacciano incuriosite al tuo passaggio.

Cammino nella luce che diventa più intensa, mi godo i paesaggi che cambiano e i miei pensieri che li seguono.

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Non voglio spiegare, voglio capire

Un asinello dietro una grata: è considerato poco intelligente ma se invece fosse solo un diverso modo di capire?

Quando i bambini arrivano a sviluppare un uso autonomo del linguaggio, la prima cosa che vogliono fare è capire quel mondo intorno a loro di cui sanno ben poco.

La chiamano fase dei perché e la mia, a quanto pare, non è ancora finita.

Sono curiosa, cerco di non dare per scontate le cose, anche se ho qualche anno in più ho ancora bisogno di capire. Ho imparato che in una persona del tutto differente puoi scoprire il miglior alleato (altre volte invece continui a non trovare alcun punto di contatto, ma è pur sempre un rischio da correre) e mi godo pienamente la necessità che ho, come consulente, di studiare, approfondire, aggiornarsi.

Passo le mie giornate a comunicare. Scrivo, parlo, preparo presentazioni, vado in aula. Tra domande e risposte, ogni giorno sono circondata di parole. Per lavoro ascolto, ascolto un sacco.

Ma non è detto che questo mi abbia insegnato a capire.

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