Da grande voglio cambiare il mondo (ovvero: la leadership, secondo me)

Quella di dieci giorni fa aveva tutte le premesse di  una mattinata perfetta. La luce radente del sole autunnale, l’aria frizzante e i colori delle foglie, le gambe che fanno girare i pedali per andare a lavorare dopo mesi in un posto che non fosse casa. Per andare a parlare di leadership a un gruppo di imprenditrici, per sperimentare finalmente sul campo il modello di Brené Brown che negli ultimi due anni ho studiato e approfondito, su cui mi sono certificata e che ho tradotto per renderlo disponibile a tutti, al di là della barriera linguistica.

Aveva le premesse di una giornata perfetta, invece tutto quello che avevo sentito fino a quel momento era rabbia.

Rabbia mentre spegnevo la sveglia, rabbia mentre correvo nel silenzio della città ancora addormentata, rabbia mentre preparavo il caffè.

Se mi fosse capitato un paio di anni fa, avrei buttato giù. Avrei fatto finta di niente, all’esterno andando avanti come se niente fosse (che gli impegni si rispettano, che sul lavoro non si portano le proprie paturnie, che se tanto non si può risolvere allora non vale nemmeno la pena parlarne), dentro accumulando frustrazione e un groviglio allo stomaco cacciato sempre più nel profondo. 

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La scienza della fiducia

Ci sono parole che si sentono ripetere così spesso che crediamo di saperle decodificare perfettamente. In realtà, più probabilmente, il risultato finale di questo uso ripetuto e insistito è che hanno perso gran parte del loro significato.

Leadership, motivazione, fiducia.

Chissà se le ultime settimane di forzata accelerazione in direzione del lavoro da casa porteranno qualche ragionamento più strutturato in merito. Una riflessione che si spinga davvero in direzione di un approccio di smart working, in cui le aziende cioè vadano a sviluppare competenze e una cultura aziendale che supportino queste caratteristiche.

Sono anni che se ne parla. Fornire strumenti e dare spazio ai propri dipendenti perché si sentano maggiormente coinvolti e proattivi. Ma secondo gli studi statistici di Gallup, società che opera negli Stati Uniti da quasi un secolo raccogliendo e analizzando l’opinione pubblica sui temi più svariati, il livello di engagement, a voler essere ottimisti, continua a restare bassino – seppur in leggero aumento dagli anni precedenti, attestandosi al 34%.

Il coinvolgimento, però, è uno degli elementi predittivi più affidabili dei risultati di performance aziendali – quando un dipendente si sente parte del team, comprende con chiarezza il suo ruolo, si sente libero di esprimere un’opinione o un’idea anche (o soprattutto) se offre una prospettiva diversa, ecco che allora la probabilità che metta a disposizione tutto il suo impegno e le sue competenze cresce in modo statisticamente significativo.

La cultura aziendale è anche questo, o forse parte proprio da qui.

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La misura di una (buona) scelta

Nel groviglio di sensazioni di queste giornate, tra paura e solitudine, disorientamento e scelte da fare, preoccupazione e fatica, mi sono resa conto che ce n’è una che fa capolino nella mia testa più spesso di quanto vorrei. Il senso di colpa.

Mi guardo attorno e sembra che tutti siano molto indaffarati. Saranno anche chiusi in casa, ma questo non li trattiene dal seguire corsi, pianificare eventi, immaginare progetti nuovi.

Io invece mi sento ferma, e perciò mi sento in colpa.

Il senso di colpa è una sensazione con cui, anche in circostanze più ordinarie, molti di noi hanno una certa dimestichezza. Ci sentiamo in colpa per le scelte che abbiamo fatto e per quelle che non abbiamo fatto, per le volte che abbiamo mollato troppo presto e per quelle in cui invece abbiamo trascinato una situazione che non funzionava perché non trovavamo il coraggio di mollare il colpo

Non mi stupisco, quindi, di sentirmi così adesso. Soprattutto se ammetto che, e non solo adesso, il problema non è tanto scegliere. Il problema è il bisogno di controllo.

Su quello che, in realtà, non possiamo controllare.

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Libertà e (pre)giudizio

Gennaio è partito come sempre: con l’agenda organizzata e pronta per i progetti pianificati per il nuovo anno.

Poi una alla volta le caselline colorate dell’agenda hanno iniziato a saltare, a slittare, a dileguarsi. Ora, non che la cosa non succedesse anche in azienda: idee che sembravano così interessanti da dover essere realizzare immediatamente – e che invece si sono impantanate chissà dove, travolte dalle urgenze o dai cambi di direzione.

Solo che, quando lavori in proprio, le battute d’arresto sembrano molto più brusche.

Perché in azienda i buchi dell’agenda sembrano riempirsi come per magia. C’è sempre qualcosa da fare, qualcuno che ti chiede una mano. E, nella peggiore delle ipotesi, c’è sempre l’archivio di sistemare. 

Non è che adesso abbia meno cose da fare. Anzi.

Gli spazi liberati dalle attività contingenti dovrebbero essere una manna dal cielo, fondamentali per mettere le fondamenta per i piani a medio o a lungo termine.

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Se il 2020 è(ra) il futuro, il 2030 cosa sarà?

Mi stavo a malapena riprendendo dallo shock di veder festeggiare il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e, subito dopo, da quello di rendermi conto che il mio precedente viaggio in Australia era “diventato maggiorenne”, che mi sono imbattuta in un post dal titolo “It’s 2020 and you’re in the future.

Senza alcuna pietà, l’autore mi ricordava che l’uscita di film come Jurassic Park Forrest Gump è più vicina all’allunaggio che al presente, che chi ha almeno 35 anni è più vicino al 1940 che a oggi, che chi nascerà quest’anno ha buone probabilità di arrivare a vedere il prossimo, di secolo.

Solo un attimo fa questo 2020 ci sembrava un futuro così lontano, ma cosa è rimasto di quello che ce ne immaginavamo?

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