Il viaggio che non ho ancora fatto

Non ancora - La stanza degli scrittori alla Scuola Holden di Torino

Quando ho cambiato lavoro per la prima volta, mi sono regalata una vacanza. Dopo l’impegno di affiancare e formare la persona che mi avrebbe sostituito, e prima di iniziare un nuovo ruolo di cui ancora non sapevo niente, la soluzione perfetta sembrava quella: una settimana in villaggio. Nessun pensiero, nessuna decisione da prendere. La spiaggia, il mare, le escursioni, l’atmosfera rilassata. 

Dopo i primi due giorni ho iniziato a soffrire di claustrofobia. Infilavo le scarpe e iniziavo a correre. Superavo le recinzioni per inoltrarmi nelle strade di terra battuta del villaggio più vicino, o andavo sempre dritta seguendo la traccia che portava verso il deserto. Eppure nello spazio protetto del villaggio avevo a disposizione – teoricamente – tutto quello di cui potevo aver bisogno. La piscina e la palestra, le dune e le onde dell’oceano. Non faceva per me, ma non potevo saperlo finché non ci ho provato.

A volte, invece, non facciamo nemmeno un tentativo.

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Solo un’altra scusa

Credo che i Giapponesi riescano a inserire uno scusa in ogni frase che pronunciano. Scusa quando devono farti attendere e scusa quando non sanno rispondere alla tua domanda. Ma anche scusa se vi incrociate sulla stessa soglia e dovete decidere chi passa per primo, scusa se alla cassa del supermercato ci sono più di due persone in fila.

Forse non ci avrei fatto così tanto caso se qualche anno fa non avessi letto uno studio sull’utilizzo di questa parola nelle diverse culture e nei diversi contesti: è così che ho iniziato la mia piccola battaglia culturale nei confronti dell’abuso di questa parola

Dire scusa sembra un modo innocuo per iniziare un’email, per introdursi in una conversazione, per sostenere la propria opinione senza sembrare troppo aggressivi. Sembra così innocuo che è diventato un’abitudine di cui non ci rendiamo più conto

E noi donne diciamo scusa un sacco di volte, e troppo spesso lo diciamo a sproposito.

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Cosa vuoi fare da grande?

Da bambina alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” restavo muta.

Nei colloqui a “Come si immagina tra cinque anni?” non sapevo cosa rispondere.

Eppure una volta entrata nel mondo del lavoro sembrava avessi trovato rapidamente la mia strada, ogni volta che emergeva un nuovo progetto mi proponevo, sono stata promossa a posizioni interessanti.

La verità, però, è che ho sempre rischiato poco, perché cercavo prima di tutto di evitare il fallimento.

Ci raccontiamo storie di quanto gli altri siano più coraggiosi di noi, di come per loro sia più semplice fare scelte contro corrente, perché loro ci sono nati, con quella determinazione. Tutte storie.

Abbiamo tutti paura.

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Tutta la verità, solo l’autenticità

Be you. Belong. Autenticità è il coraggio di riconoscersi ed essere se stessi.

e.e. cummings lo sosteneva già un secolo fa:

“essere nessun altro che te stesso – in un mondo che fa del suo meglio, notte e giorno, per renderti chiunque altro – significa combattere la battaglia più dura che qualsiasi essere umano possa combattere”

Perché alla fine, cosa vuol dire autenticità?

Oggi siamo più che mai esposti al mondo, nelle interconnessioni necessarie e in quelle che ci scegliamo, nella pressione di corrispondere alle aspettative del contesto e in un bisogno sempre più forte di mostrarci, di essere visti, di essere riconosciuti.

Condividiamo i nostri pensieri e le nostre azioni nell’universo virtuale, ma il mondo cosa riceve e cosa capisce?

E prima ancora, sappiamo davvero quale messaggio vogliamo inviare?

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L’eterna lotta tra chi pianifica e chi fa

Pensavo di essere una che fa, non una che pianifica.

Per la prima volta mi avevano assegnato un progetto tutto mio, ed era il momento della valutazione di fine anno con il nuovo capo. Avevo sempre avuto una routine ben delineata, e il rapporto con il responsabile era semplice: lui riceveva un compito, lo smistava alla squadra, e ciascuno faceva la sua parte senza troppe domande. Adesso che avevo provato cosa significa doversi dare autonomamente delle priorità, però, mi sentivo in difficoltà. Me l’ero cavata, ma non ero così certa di aver gestito al meglio la situazione. Lui, invece, aveva un’opinione diversa: riteneva che l’organizzazione fosse il mio punto di forza, e che l’azione ne fosse solo la conseguenza.

Ma chi pianifica e chi fa sono davvero mondi contrapposti?

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