Mille colori, mille forme, mille possibilità - la mia idea di armonia

La prima volta in Giappone è stata un caso, e non ricordo che idea ne avessi prima di metterci piede. Un puzzle immaginario di tecnologia e velocità moderna da un lato, di armonia e delicatezza della tradizione di geishe e samurai dall'altro.

Per molti versi, quello che ho trovato mi ha spiazzato. Non riuscivo a “mettere insieme i pezzi” di quello che osservavo. Perché cercavo di incastrarli nella cornice del mio punto di vista, occidentale e ben poco consapevole della cultura che stava dietro agli atteggiamenti, ai gesti, alle abitudini che vedevo attorno a me.

Così sono tornata. Non molto più preparata della volta precedente, ma cercando di lasciare a casa gli schemi troppo rigidi.

Scegliere un viaggio lento permette di entrare un passo alla volta (è il caso di dirlo) in un mondo totalmente altro.

Donne della prefettura di Kagawa preparano udon da distribuire ai pellegrini - anche questo è nirvana!

Ma voi lo sapete cosa vuol dire nirvana?

Lo chiedo perché la quarta e ultima prefettura, quella di Kagawa, rappresenta quella parte del percorso che ha permesso a Kobo Daishi di raggiungere questo stato perfetto di pace e felicità.

Ma io di nirvana ne sapevo ben poco, associandolo a un generico senso di pace e benessere dato dal superamento di tutto ciò che è materiale e transitorio. Così, tanto per cominciare, sono andata a cercarla nel dizionario:

nirvana s. m. dal sanscrito nirvāṇa «estinzione»

E chi se la aspettava, questa? Certo, il distacco dalle cose terrene, dalle passioni che ci dominano rendendo il più delle volte la nostra vita un gran casino. Ma da qui ad arrivare all'idea di estinzione, mi sembrava ci fosse ancora un bel salto concettuale.

Però, in fondo, qual è l'effetto di migliaia e migliaia di passi messi uno in fila all'altro?

Ogni percorso iniziatico passa attraverso un qualche tipo di illuminazione, ma più che altro la mia settimana nella prefettura di Ehime è illuminata dal sole.

Un sole estivo, di quelli che al mattino rendono più semplice la partenza e a mezzogiorno invitano a una sosta all'ombra. È bello camminare così, anche se tornerò a casa con il volto e le braccia color biscotto e il resto del corpo pallido come sempre.

Con il passare delle settimane l'arrivo del giorno si è visibilmente anticipato, e così posso godermi l'ora che preferisco: quella poco dopo l'alba, in cui le città si stanno ancora svegliando, i ragazzi vanno a scuola in bicicletta, le persone si affacciano incuriosite al tuo passaggio.

Cammino nella luce che diventa più intensa, mi godo i paesaggi che cambiano e i miei pensieri che li seguono.

Fino a un attimo prima era una vacanza, e all’improvviso è diventato un viaggio. E il viaggio sgomita, perché vuole dire la sua e non si accontenta di attenersi a un programma che è stato deciso prima, quando ancora non avevi messo piede sul posto e quindi, fondamentalmente, non ne capivi niente.

È come se ci fosse un timer che scatta in automatico.

Il carattere del viaggio sembra spesso scorbutico. Ma di solito ha ragione: di quanti luoghi avevamo la sottile sensazione di conoscerli, solo per averli visti in un film, in fotografia o leggendo una guida?

Ecco, il viaggio entra con una spallata quando decide che è arrivato il momento di farti capire che le cose non sono esattamente come te le avevano raccontate, o te le eri raccontate.

Shikoku_Cape Muroto_Sunset

La seconda parte del Cammino, quella che attraversa la prefettura di Kochi, è chiamata Shūgyō – indica cioè un passaggio di austerità e disciplina. Guardavo la mappa, e mi chiedevo perché.

Certo, in confronto ai giorni precedenti, in cui la contiguità dei numerosi templi cittadini aveva permesso un'abbuffata di ben 22 soste in una sola settimana, qui le distanze si fanno ben diverse. Se già la città ha via via lasciato spazio a un paesaggio più rurale, di risaie e abitazioni che sembrano cristallizzate al Periodo Edo, adesso si prospettano orizzonti silenziosi a perdita d'occhio.

Guardo la linea dei passi futuri, che sembra giocare con la linea costiera, e mi chiedo -

Una volta sopravvissuta ai primi henro korogashi, quale durezza può derivare dal mare?

La prima parte del Cammino degli 88 Templi, quello che attraversa la prefettura di Tokushima, viene definito la fase del risveglio.

Non so esattamente quale sia il significato per chi questo circuito lo fa seguendone il senso religioso, ma so cosa significa per me. Il cammino è sempre un risveglio: dal torpore di un corpo accessorio, dai sensi che hanno imparato ad attenuare l'intensità degli stimoli esterni per non venirne travolti. Inizi con un  po' di rodaggio, e poi sei pronto a vedere dove sanno portarti le gambe.

Affronto i primi due giorni andando allo sbaraglio, uscendo al mattino con in testa un piano molto vago e con l'unica certezza di dove dormirò la sera.  Aspetto pazientemente autobus di cui non sono certa di aver capito la destinazione, osservo più gli altri passeggeri che la fermata successiva. Sono qui per camminare, ma non solo. Se fosse solo quello forse avrebbe ragione chi chiede, velatamente o in maniera più diretta, cosa sono venuta a cercare che non potevo avere senza attraversare mezzo mondo.

Sia come sia, anche questo percorso inizia come gli altri, con quel brivido che sento mentre scendo dall'ultimo mezzo di trasporto, quello che mi ha condotto fino alla linea di partenza da cui mi metterò finalmente in marcia. E con il segno che accompagnerà miei prossimi passi, il pellegrino rosso che mi fa sorridere per come assomiglia a quello francigeno, non fosse per il cappello a pagoda che corona la sua silhouette.

Che poi io parta dal tempio numero 13, invece che dall'uno, è un'altra storia, il cui perché sarebbe complicato da spiegare oggi.

Camminare tra mente e corpo - Giappone_Tokyo, Hibiya-koen

Ci sono cose che pensi di aver studiato a scuola, ma che nella vita reale non c’entrano molto con la teoria dei libri di testo. E stavolta non parlo della fisica, con quelle eleganti equazioni perfette solo in un mondo ideale. Penso alle parole, quelle a cui diamo corpo una sillaba alla volta, che mettiamo (o mettevamo? Chissà se si fa ancora) in fila su fogli protocollo piegati a metà per il lungo. Per poi magari scoprire all’improvviso che anche loro non hanno lo stesso senso che trovi scritto sul dizionario.

Non per tutti, almeno.

A volte ce ne accorgiamo leggendo, quando una frase ci lascia sospesi, quasi a guardarci attorno per verificare se abbiamo capito bene.

"L’atto di camminare, perfettamente sensibile e sensuale, provoca uno spaesamento delle routine sensoriali, implica la certezza di sorprendersi costantemente e di rinnovare nel significato e nei valori i propri punti di riferimento lungo la strada"

Sentiero del Viandante: Esercizi per tenere il tempo e scoprire il proprio ritmo

Ho aperto gli occhi e dalla vetrata senza tende ho visto che il sole stava sorgendo su quella che si preannunciava una giornata di luce perfetta. Ho infilato le scarpe da trail e chiuso fino al collo la cerniera della giacca, anche se non ce n’era bisogno perché la temperatura era quasi primaverile. Non conoscevo il percorso e non avevo previsto di affrontarlo proprio quel giorno, ma avevo tutto il tempo per farlo. Senza troppi pensieri, senza troppe domande.

A volte ti svegli ed è semplicemente "il momento giusto per". 

Istruzioni per perdersi e trovarsi - cuesta de obispo Argentina

Da bambina non credo di essermi mai neppure immaginata, a quarant'anni.

Quando hai dieci anni e ti arrampichi sui rami di un albero di fichi come personale atto di ribellione, per conquistare e scoprire l’ignoto, è inconcepibile pensarti adulto, in quel mondo che appartiene ai tuoi genitori e che per te è incomprensibile e distante anni luce.

Le cose non cambiano molto qualche anno dopo, quando da adolescente immagini una netta linea di demarcazione tra le tue incertezze e la solidità di essere grandi. Pensi che un giorno ci arriverai.

Come se fosse tutta una questione di perdersi e di trovarsi.