Storie del Buongiorno per Bambine che realizzano i loro Sogni – Monica, apprendista libraia

“Ho una novità! Torno a casa e in anticipo!”

Un messaggio un lunedì sera qualunque, un messaggio che migliora subito la settimana: quello di una nuova Bambina che fa un passo verso i propri sogni.

Ne ho incontrate molte, negli ultimi tre anni. Quando ero in azienda, le osservavo ammirata, chiedendomi se un giorno lontano lontano anche io avrei potuto essere una di loro. Erano quelle che avevano già spiccato il salto, che erano uscite dal sentiero tracciato.

Che avevano scelto.

Con loro mi affacciavo dietro le quinte, nelle oscillazioni tra il dubbio e la felicità, tra i piccoli successi e le delusioni che ci sembrano enormi.

Ogni storia che avevo raccolto, però, cominciava “dopo”. A volte solo dopo il primo passo, altre dopo un percorso di mesi o anni.

Monica invece l’ho incontrata prima di tutto questo.

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Se aspetti la tua vocazione, inizia ad ascoltare

In cima all'isola di Kashima per suonare e ascoltare il suono della campana

Sono ormai tornata da quasi due mesi, e le settimane in Giappone sembrano, per certi versi, un ricordo sfumato. D’altra parte credo possano esserci poche cose tanto differenti quanto il ritmo del cammino e la mia vita milanese.

Da un lato giornate in cui il tempo rallenta e si riempie di un gesto che, alla fine, non raggiunge alcuno scopo concreto, riportandoti addirittura all’esatto punto da cui eri partito. Dall’altro un metronomo che scandisce un ritmo che dall’allegro-andante può arrivare senza preavviso al fortissimo, una città in cui il tuo valore si rapporta alla velocità di risultato che riesci a portare.

Qualcosa però, è rimasto nel profondo. Non è semplice spiegarlo, perché raccontare se stessi fa sempre sentire in bilico tra il desiderio di condivisione e il rischio di suonare arroganti. E perché quello che dentro senti con chiarezza sembra annacquarsi in parole che vorresti veder maneggiare con più cura.

La differenza tra quello che faccio, e quello che sono.

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Il lato positivo delle emozioni negative

Fin dagli anni ’50 si riflette su come la psicologia e la ricerca sulle emozioni possono andare a sostenere non solo situazioni di disagio, ma anche guidare verso meccanismi per una buona salute mentale: ecco così la diffusione della psicologia positiva di Martin Seligman o iniziative come Action for Happiness, no profit inglese che riunisce persone che vogliono contribuire al cambiamento sociale attraverso azioni pratiche in questa direzione.

Così oggi di felicità sappiamo un sacco di cose: che non la possiamo raggiungere da soli ma coltivando le relazioni con chi ci sta accanto, che ha a che fare con lo spazio in cui viviamo e il clima dell’ambiente in lavoriamo, con il movimento e la cura di noi, con la gratitudine e il senso di ciò che facciamo.

Non so a voi, ma a me tutta questa enfasi a volte crea un po’ di ansia. 

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#seguilatuabussola – I mille pezzi dell’armonia

Mille colori, mille forme, mille possibilità - la mia idea di armonia

La prima volta in Giappone è stata un caso, e non ricordo che idea ne avessi prima di metterci piede. Un puzzle immaginario di tecnologia e velocità moderna da un lato, di armonia e delicatezza della tradizione di geishe e samurai dall’altro.

Per molti versi, quello che ho trovato mi ha spiazzato. Non riuscivo a “mettere insieme i pezzi” di quello che osservavo. Perché cercavo di incastrarli nella cornice del mio punto di vista, occidentale e ben poco consapevole della cultura che stava dietro agli atteggiamenti, ai gesti, alle abitudini che vedevo attorno a me.

Così sono tornata. Non molto più preparata della volta precedente, ma cercando di lasciare a casa gli schemi troppo rigidi.

Scegliere un viaggio lento permette di entrare un passo alla volta (è il caso di dirlo) in un mondo totalmente altro.

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Il viaggio che non ho ancora fatto

Non ancora - La stanza degli scrittori alla Scuola Holden di Torino

Quando ho cambiato lavoro per la prima volta, mi sono regalata una vacanza. Dopo l’impegno di affiancare e formare la persona che mi avrebbe sostituito, e prima di iniziare un nuovo ruolo di cui ancora non sapevo niente, la soluzione perfetta sembrava quella: una settimana in villaggio. Nessun pensiero, nessuna decisione da prendere. La spiaggia, il mare, le escursioni, l’atmosfera rilassata. 

Dopo i primi due giorni ho iniziato a soffrire di claustrofobia. Infilavo le scarpe e iniziavo a correre. Superavo le recinzioni per inoltrarmi nelle strade di terra battuta del villaggio più vicino, o andavo sempre dritta seguendo la traccia che portava verso il deserto. Eppure nello spazio protetto del villaggio avevo a disposizione – teoricamente – tutto quello di cui potevo aver bisogno. La piscina e la palestra, le dune e le onde dell’oceano. Non faceva per me, ma non potevo saperlo finché non ci ho provato.

A volte, invece, non facciamo nemmeno un tentativo.

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