Io ballo da sola

Shikoku_Cape Muroto_Sunset

La seconda parte del Cammino, quella che attraversa la prefettura di Kochi, è chiamata Shūgyō – indica cioè un passaggio di austerità e disciplina. Guardavo la mappa, e mi chiedevo perché.

Certo, in confronto ai giorni precedenti, in cui la contiguità dei numerosi templi cittadini aveva permesso un’abbuffata di ben 22 soste in una sola settimana, qui le distanze si fanno ben diverse. Se già la città ha via via lasciato spazio a un paesaggio più rurale, di risaie e abitazioni che sembrano cristallizzate al Periodo Edo, adesso si prospettano orizzonti silenziosi a perdita d’occhio.

Guardo la linea dei passi futuri, che sembra giocare con la linea costiera, e mi chiedo –

Una volta sopravvissuta ai primi henro korogashi, quale durezza può derivare dal mare?

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Mi addormento di sera e mi risveglio col sole

La prima parte del Cammino degli 88 Templi, quello che attraversa la prefettura di Tokushima, viene definito la fase del risveglio.

Non so esattamente quale sia il significato per chi questo circuito lo fa seguendone il senso religioso, ma so cosa significa per me. Il cammino è sempre un risveglio: dal torpore di un corpo accessorio, dai sensi che hanno imparato ad attenuare l’intensità degli stimoli esterni per non venirne travolti. Inizi con un  po’ di rodaggio, e poi sei pronto a vedere dove sanno portarti le gambe.

Affronto i primi due giorni andando allo sbaraglio, uscendo al mattino con in testa un piano molto vago e con l’unica certezza di dove dormirò la sera.  Aspetto pazientemente autobus di cui non sono certa di aver capito la destinazione, osservo più gli altri passeggeri che la fermata successiva. Sono qui per camminare, ma non solo. Se fosse solo quello forse avrebbe ragione chi chiede, velatamente o in maniera più diretta, cosa sono venuta a cercare che non potevo avere senza attraversare mezzo mondo.

Sia come sia, anche questo percorso inizia come gli altri, con quel brivido che sento mentre scendo dall’ultimo mezzo di trasporto, quello che mi ha condotto fino alla linea di partenza da cui mi metterò finalmente in marcia. E con il segno che accompagnerà miei prossimi passi, il pellegrino rosso che mi fa sorridere per come assomiglia a quello francigeno, non fosse per il cappello a pagoda che corona la sua silhouette.

Che poi io parta dal tempio numero 13, invece che dall’uno, è un’altra storia, il cui perché sarebbe complicato da spiegare oggi.

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(In)vulnerabilità

Scrivo preparando lo zaino, e quando la prima persona leggerà queste righe sarò dall’altra parte del mondo. Dentro allo stomaco sento mescolarsi l’agitazione e la quiete che provo di fronte a un nuovo lungo viaggio, l’emozione dell’attesa e la costante domanda se sia giusto, se si possa fare, se me lo merito. In pratica, la mia definizione di vulnerabilità.

Ho sentito parlare per la prima volta di Brené Brown tre anni fa. Quando Eloisa mi aveva suggerito quel TED Talk da decine di milioni di visualizzazioni, lo avevo cercato subito: avevamo iniziato il master solo da qualche settimana, ma lei e io ci eravamo riconosciute immediatamente. Un traccia comune in tanti snodi dei rispettivi percorsi, la stessa curiosità di scoprire qualcosa di nuovo. Sapevo che mi potevo fidare di un consiglio che arrivava da lei, ma non sapevo ancora quale traccia avrebbe lasciato.

Nel video avevo scoperto una texana che parlava in modo appassionato di una parola che facevo fatica anche solo a pronunciare.

Vulnerabilità.

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#seguilatuabussola – Mente e corpo verso Est

Camminare tra mente e corpo - Giappone_Tokyo, Hibiya-koen

Ci sono cose che pensi di aver studiato a scuola, ma che nella vita reale non c’entrano molto con la teoria dei libri di testo. E stavolta non parlo della fisica, con quelle eleganti equazioni perfette solo in un mondo ideale. Penso alle parole, quelle a cui diamo corpo una sillaba alla volta, che mettiamo (o mettevamo? Chissà se si fa ancora) in fila su fogli protocollo piegati a metà per il lungo. Per poi magari scoprire all’improvviso che anche loro non hanno lo stesso senso che trovi scritto sul dizionario.

Non per tutti, almeno.

A volte ce ne accorgiamo leggendo, quando una frase ci lascia sospesi, quasi a guardarci attorno per verificare se abbiamo capito bene.

“L’atto di camminare, perfettamente sensibile e sensuale, provoca uno spaesamento delle routine sensoriali, implica la certezza di sorprendersi costantemente e di rinnovare nel significato e nei valori i propri punti di riferimento lungo la strada”

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Alla ricerca del tempo perduto (ovvero, dove trovare la tua 25esima ora)

Prendersi cura del tempo - Arequipa Monastero di Santa Catalina

Ci sono giornate che nascono storte. Guardi l’agenda che ti racconta senza esitazioni la lista delle cose da fare. Mentre tu hai solo voglia di perdere tempo.

Di solito quando mi capita inizio a guardarmi intorno e decido che devo fare ordine, pena l’impossibilità di combinare qualsiasi cosa di produttivo. Mai che capiti in un tranquillo sabato pomeriggio, questa frenesia. Di solito è un martedì mattina qualunque, quando invece avrei altro di più urgente a cui pensare. Ma non c’è verso di fare altrimenti: è come se il disordine dello spazio diventasse disordine della mente. Così lascio che il computer aspetti, e metto mano ai libri.

La disposizione dei volumi nelle librerie casalinghe racconta molte cose. Lo trovo uno studio affascinante, come quello dei carrelli del supermercato – a cui non posso fare a meno di dedicarmi quando sono in attesa alla cassa, immaginandomi la vita di chi mi precede in coda.

C’è chi applica ai propri libri un rigoroso ordine alfabetico per autore e chi preferisce un criterio estetico, scegliendo abbinamenti per forma e colore; chi distingue per casa editrice e chi infila semplicemente il libro dove trova posto.

Nella casa minuscola in cui vivo ho libri dappertutto, e se entrasse uno sconosciuto solo osservandoli potrebbe farsi un’idea abbastanza precisa di come sono arrivata fin qui, dove voglio andare, e perché.

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