Come mettere “al lavoro” il design thinking

A due mesi dall’inizio dell’emergenza, e dopo cinquanta giorni di clausura, credo di non poter più rimandare. Mi sono fermata, ho atteso indicazioni, come se mi aspettassi che le risposte potessero arrivare da fuori. Mi viene in mente la mia prima maratona, quando al trentacinquesimo chilometro mi ero seduta per terra sperando che qualcuno mi venisse a prendere. Non era arrivato nessuno, e alla fine mi ero rialzata e avevo fino la corsa. Credo di dover fare anche questa volta così.

Sono arrivata al design thinking attraverso molte strade e, all’inizio, senza nemmeno sapere veramente di esserci arrivata.

Nell’estate del 2009 ero a Copenaghen a trovare la mia amica Nunzia. Io ero finita lì perché, come si sa, per me ogni scusa per scoprire una nuova città è buona.

Lei era lì per frequentare il Master in Interaction Design, che per me era un nome che suonava bene ma ben poco comprensibile, dato che il design thinking era stato codificato a Stanford solo una decina di anni prima, e in Italia se ne iniziava a malapena a parlare, e solo in contesti legati in qualche modo al design tout court.

Poi me ne sono quasi dimenticata. 

Leggi tutto “Come mettere “al lavoro” il design thinking”

Modelli e possibilità

La mia reazione di fronte all’imprevisto, che è spesso quella di buttarmi e poi vedere come va, non è coraggio. Se dovessi spiegarla, direi piuttosto che è un po’ caso, un po’ istinto.

Quell’istinto che quando mi sento costretta mi fa divincolare, perché dentro a confini troppo stretti non ci so stare, e allora lì il ragionamento c’entra poco, non mi chiedo se avrebbe più senso fermarmi un istante e scegliere la strategia migliore, non mi preoccupo se muovendomi rischio di farmi male.

Perché la verità è che quando è il momento di cambiare, soprattutto se siamo costretti a cambiare, spesso lasciamo che sia la fretta a decidere.

Dimenticando che nel cambiamento non dobbiamo per forza essere soli, ma possiamo scegliere chi avere accanto.

Leggi tutto “Modelli e possibilità”

L’etichetta che mi sono appiccicata addosso

Quando me lo chiedono, la risposta dipende dall’umore della giornata.

Poi mi devi spiegare bene cosa fai”.

Se la interpreto come una domanda di circostanza, dico che faccio la consulente, figura allo stesso tempo abbastanza nebulosa da comprendere una varietà di sfaccettature e sufficientemente nota da risultare una definizione “socialmente accettabile.

Se ci leggo invece un reale interesse a districarsi tra le mille attività che faccio e (in parte) condivido all’esterno, spesso finisco a raccontarmi come se fossi un’azienda, con le sue linee di business differenziate a seconda del servizio e dell’interlocutore.

A volte vorrei rispondere che sono una viaggiatrice, una collezionista di storie, una ricercatrice di sfumature nelle parole, una donna con gli occhi stupiti da bambina.

Non so se, come diceva Walt Whitman “contengo moltitudini”, ma spesso mi pare che la situazione dentro alla mia testa sia piuttosto affollata.

Leggi tutto “L’etichetta che mi sono appiccicata addosso”

Se il 2020 è(ra) il futuro, il 2030 cosa sarà?

Mi stavo a malapena riprendendo dallo shock di veder festeggiare il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e, subito dopo, da quello di rendermi conto che il mio precedente viaggio in Australia era “diventato maggiorenne”, che mi sono imbattuta in un post dal titolo “It’s 2020 and you’re in the future.

Senza alcuna pietà, l’autore mi ricordava che l’uscita di film come Jurassic Park Forrest Gump è più vicina all’allunaggio che al presente, che chi ha almeno 35 anni è più vicino al 1940 che a oggi, che chi nascerà quest’anno ha buone probabilità di arrivare a vedere il prossimo, di secolo.

Solo un attimo fa questo 2020 ci sembrava un futuro così lontano, ma cosa è rimasto di quello che ce ne immaginavamo?

Leggi tutto “Se il 2020 è(ra) il futuro, il 2030 cosa sarà?”

Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta

Questo weekend dovevo essere a Valencia, a correre la maratona. 

Avevo scelto con cura la destinazione, perché per un incrocio casuale di circostanze sarebbe stata la mia decima gara su questa distanza, 42 chilometri a 42 anni.

Dicono che Valencia sia una gara veloce, scenografica, emozionante. 

Forse lo scoprirò la prossima volta, forse non lo scoprirò mai. Di certo non l’ho scoperto stavolta, perché alla fine a Valencia non ci sono andata.

Non so dire se ho scelto la corsa di lunga distanza perché corrispondeva al mio carattere o se il mio carattere si è formato anche grazie alla corsa.

Quel che è certo è che senza la corsa non sarei quella che sono, e oggi che pensavo di scrivere un post su una gara che non ho fatto, ho deciso invece di raccogliere quattro parole che raccontano cosa significa per me la corsa.

Leggi tutto “Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta”