Il piano B non mi basta

Se è vero che i clienti che ti arrivano sono una delle prove che la tua comunicazione è autentica e ti rispecchia, mi dico da sola che sono sulla buona strada. La maggior parte delle volte che mi ritrovo a fare una chiacchierata conoscitiva con un nuovo cliente, è come se ci riconoscessimo. Non che siano tutti uguali: ho parlato con donne e uomini, con chi era alla ricerca della prima esperienza di lavoro e con chi di esperienza ne aveva 20 anni, con chi voleva trovare spazio per sé e con chi non aveva idea di cosa voleva fare da grande.

Ma la domanda resta sempre la stessa.

È possibile?

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Manuale di istruzioni del futuro

Non so se sia vero che non esistono più i manuali di istruzioni, in ogni caso io ero tra quelli che non li leggevano nemmeno prima.

Ci sono circostanze però in cui avere un manuale di istruzioni ci piacerebbe molto. Una chiara sequenza di azioni da seguire per avere la garanzia del risultato finale.

Si potrebbe chiamare l’approccio IKEA alla vita: partire da quello che sembra un insieme indifferenziato, seguire i passi indicati e scoprire, con una certa sorpresa, che il risultato finale è quanto meno simile all’oggetto rappresentato in copertina

Nella vita le cose sono un po’ più complicate.

E non è solo una questione di ritrovarsi con un comodino dalle gambe storte (ogni riferimento personale e fotografico non è assolutamente casuale). Quel che è certo è che, se si ha la pazienza di capire come suddividerlo in attività più semplici, anche un risultato che ci appare distante e complesso può diventare raggiungibile.

Nessun metodo ci può dare la certezza che raggiungeremo lo scopo, ma il vantaggio di seguire un processo è quello di avere un sistema di riferimento. Il che è particolarmente utile quando siamo in situazioni di incertezza, o quando abbiamo una battuta d’arresto e perdiamo fiducia e motivazione.

Che vantaggi ha la definizione di un metodo?

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La prospettiva dell’adattamento

“Non sopravvive la specie più forte, ma quella che mostra maggiore capacità di adattamento.”

L’avevo letta mille volte, questa frase. Ma solo stavolta mi ha colpito così. Sarà che nelle ultime settimane, ma pure negli ultimi mesi, di capacità di adattamento ne abbiamo dovuta tutti mettere in campo molta più del solito.

Mi sentivo molto brava, per la mia capacità di assestare qualche spallata alla mia comfort zone, per allargarla quel tanto che era necessario. 

Più che altro, probabilmente, sono stata fortunata. Fino a oggi, la storia che raccontavo a me stessa ha tutto sommato funzionato, e anche quando mi è capitato di scoprire che quella che credevo essere una verità chiarissima in realtà era solo il mio punto di vista, dopo il primo stupore sono (spesso) riuscita a integrare la nuova informazione nella mia mappa mentale.

Alla fine, però, forse di capacità di adattamento non ne avevo tanta come pensavo.

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Più che una storia, un colabrodo (e come non farsi fregare dai buchi)

Una delle cose che mi affascinano maggiormente, nel confronto con i clienti che incontro, è quanto riusciamo a essere tutti diversi e tutti uguali. Cioè, ciascuno arriva con la sua personale e unica esigenza, il suo vissuto, la sua esperienza. Con paure, attitudini, convinzioni.

I meccanismi di difesa, però, quelli che spesso sono anche quelli in cui ci incastriamo, alla fine si assomigliano tutti.

Fingiamo di non vedere anche quando abbiamo le cose sotto gli occhi, ci inventiamo una realtà alternativa e parallela, ci concentriamo solo su un dettaglio invece che guardare il quadro completo.

Qualche settimana fa parlavo con Sandra. Mi raccontava la sua preoccupazione per un’importante scadenza di lavoro, e come per questa avesse dovuto rinunciare al consueto ritorno estivo presso la famiglia di origine, di come un po’ temesse l’idea di un’estate solitaria in città, mentre avrebbe voluto staccare un po’, immergersi nella natura, respirare un po’ d’aria dopo tanti mesi di confinamento.

Scavando un po’ più a fondo, però, avevo scoperto che la scadenza non era così imminente, che le amiche non erano partite senza di lei, che nessun piano era stato proposto e bocciato.

Sandra si era detta di no, anzi, a dirla tutta proprio non si era nemmeno fatta la domanda.

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Ripartire dal principio, e dai principi ( della comunicazione)

È stato un settembre forse complicato, di certo inedito. Non mi ero mai resa conto fino in fondo quanto dessi per scontato che settembre sarebbe arrivato con la sua efficienza a dirmi cosa fare

Invece no, ogni mattina dovevo ripartire dal principio.

Sedermi al computer non perché  avessi qualcosa da fare, ma perché decidevo di fare qualcosa. Ripartire per scelta e non per abitudine, darmi la spinta tutta da sola.

Che, per una libera professionista, dovrebbe essere una cosa abbastanza scontata, lo ammetto. Non ci sono riunioni a cui vieni convocato, o obiettivi che ti vengono assegnati. Ma, una volta che l’attività è stata impostata, di solito ci sono progetti in corso, incontri fissati, risposte da dare, o da ricevere. Stavolta, però, mi mancava questa cornice di riferimento.

E a lungo andare, muoversi senza cornice di riferimento è come procedere senza bussola. Il “confondere il movimento con il risultato”, a cui già di mio sono fin troppo affezionata, rischia infatti di diventare una certezza.

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