Prospettiva di un labirinto

Ogni tanto capita. A me è capitato a fine anno.

Bloccata a casa da un piccolo infortunio sportivo, ne avevo approfittato per delineare i miei progetti per il nuovo anno. Ho bisogno di mettere mano a fogli e pennarelli, di creare una mappa colorata e tangibile che concretizzi in un piano da realizzare quelli che fino a quel momento erano idee, sogni, immaginazione.

Poi però, forse come l’inverno che è arrivato trafelato con la sua nebbia, le cose che sembravano così chiare lo sono diventate molto meno.

Anzi, a dirla tutta, all’improvviso quella che fino a un attimo prima mi sembrava una traccia ben chiara, si è rivelata un intrico che non riuscivo a distinguere, un nodo che non riuscivo a dipanare.

Un labirinto in cui non mi ero nemmeno conto di essere entrata.

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La libertà del tempo

Skyline di Brisbane con l'iconica scritta illuminata dal sole estivo

Poco prima di partire per l’Australia, appena prima di Natale, ho fatto un colloquio di lavoro. Un progetto interessante, di quelli a cui avevo sempre immaginato un giorno di poter lavorare. Una sfida, la possibilità di prendere quello che ho imparato e usarlo per costruire qualcosa da zero, la mia costante ricerca di avere un impatto concreto e visibile.

Una bella tentazione, dove però si fronteggiano due aspetti essenziali della mia valutazione delle scelte di vita.

Tempo, denaro.

La paura di non averne abbastanza, la sensazione che si volatilizzino senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Esistono due temi che, combinati, siano più universali? 

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Come (ri)calibrare la bussola dei tuoi valori

Il 2018 è stato un anno anomalo, per una viaggiatrice come me.

Ho parlato molto di viaggi e cammini, ma ne ho fatti ben pochi. Dovevo ancora metabolizzare il trimestre sabbatico sudamericano, e avviare la nuova attività da libera professionista (con le insicurezze e i dubbi che ne derivano).

Non mi sentivo di partire. Non sapevo se ero pronta, o se me lo meritavo.

Il 2019 invece è stato in continuo movimento.

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Mi lascio guardare per essere vista

Ho aperto il mio account Instagram il 31 marzo 2017. Non ricordo esattamente da dove mi sia venuta l’idea, dato che fino a quel momento ero talmente poco affine ai social da avere su Facebook meno di un centinaio di contatti. Ma forse perché l’anno prima avevo finalmente fatto un corso di fotografia e comprato la mia prima reflex, forse perché avevo approfondito il tema dello storytelling per immagini, volevo esplorare questo strumento che permetteva di guardare e narrare, vedere e condividere.

Scorrendo le immagini a ritroso vedo passarmi davanti tre anni di vita, e almeno tre modi di usare questo canale.

Le foto ingenue (e in tutta onestà, bruttine) dei primi mesi, la collaborazione con un’agenzia di comunicazione in cui mi erano state insegnate le regole di un profilo professionale perfetto, il momento in cui ho deciso che (tanto per cambiare) avevo bisogno di fare le cose a modo mio.

Quella sequenza di quasi cinquecento foto è una finestra che permette di guardare la mia vita: libri, scorci di Milano in ogni stagione, scarpe da corsa, dettagli di arte e bellezza. Cene con gli amici, risate che riverberano nel mosso dell’immagine, gnocchi impastati oltralpe e mazzi di fiori arrivati dall’altra parte del mondo.

Luoghi, colori, istanti di viaggio.

Una foto al giorno per ciascuna delle avventure che in questi tre anni mi hanno portata in mezza Italia e poi dal Giappone alla Patagonia, del Texas a Berlino.

Oggi la 25esimaora è seguita da un po’ più di 700 persone. Molte non le ho nemmeno mai incontrate.

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Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola (Joumana Haddad)

Non credo di aver mai viaggiato tanto come quest’anno. Sarà che nel precedente ero rimasta praticamente ferma, un po’ perché reinventare la propria vita richiede tutte le energie a disposizione per definire nuovi punti di riferimento, un po’ perché ero talmente presa dall’osservare il mondo che cambiava intorno a me, e il cambiamento che vivevo in mezzo a questo turbine, che quasi avevo scordato il desiderio di cercare la prospettive di latitudini diverse.

Quest’anno sono stata a Malta, Berlino e Bilbao.

In Giappone e in Texas.

A Torino e Trieste, Bologna e Venezia, Genova e Trento, Rimini e Firenze. 

Sto sperimentando la vita che volevo, quella per cui ho scelto di lasciare il lavoro in azienda e di esplorare un modo alternativo di fare le cose. Quella in cui ho imparato a distinguere tra raggiungere un obiettivo (che però magari è di qualcun altro) e darsi un obiettivo (e, subito dopo, concretizzarlo).

Per certi versi questo è stato un anno di grande successo. Per altri, ho ancora un sacco di passi da fare.

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