Dove trovare i leader coraggiosi di cui abbiamo bisogno?

Quello che mi ha portato a Brené Brown e alla leadership coraggiosa è, per certi versi, un percorso opposto a quello che mi ha portato al coaching.

Quando ero in azienda, vedevo il coaching come uno strumento per fare meglio il mio lavoro. In fondo, non era già gran parte di quello che mi ritrovavo informalmente a fare ogni giorno? Essere un punto di confronto per le persone, aiutarle a vedere un’altra prospettiva, dare quella spintarella che aiuta a sperimentare strumenti e metodi alternativi a quelli applicati fino a quel momento. 

Avevo affrontato il master, come aveva inquadrato già il primo giorno una delle mie compagne di corso, come un soldatino che non si tira indietro nel definire, organizzare, agire.

Ma che resta però sempre a distanza di sicurezza rispetto al proprio coinvolgimento personale.

Perché, mi dicevo, mica si deve mescolare troppo di quello che si è, con quello che si fa.

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Perché ogni lavoro fa schifo, e come disegnarlo meglio

Tolstoi diceva che “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.’’ Parafrasando, tutti i lavori si somigliano, ma ogni lavoro fa schifo a modo suo.

È sempre un argomento delicato, quello del lavoro. Ultimamente, anche di più.

Chi sembra quasi sentirsi in colpa anche solo ad averlo, un lavoro, figuriamoci lamentarsene, con tanta gente che il suo lavoro non ce l’ha più.

Chi “tanto adesso non è il momento di cercare”, che è sempre stata la scusa che si è raccontato, ma che adesso suona più convincente.

Chi ribadisce che tanto si sa che le aziende sono fatte così, e non so se ne è davvero convinto o se non si pone nemmeno la domanda del perché non inizi proprio lui a cambiare qualcosa.

Ne sento tanti, di discorsi così. Il lavoro da remoto ha tolto le pause caffè in ufficio, e allora si cercano opportunità alternative di scambio, in cui un po’ sfogarsi e un po’ riflettere. E io sono lì, come trainer, o come coach, in ogni caso elemento neutrale ma da cui si può avere un confronto diverso, un po’ specchio che non fa sconti quando ti stai solo lamentando e un po’ incoraggiamento a rimboccarsi e mettere in pratica idee e strumenti che stiamo condividendo.

E allora, cosa intendiamo veramente quando diciamo che non ne possiamo più del nostro lavoro? E, soprattutto, cosa ci si può fare?

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Abbiamo sempre fatto così (ma non è mai stato così)

Mia madre ha sempre avuto un buon rapporto con la tecnologia. Negli anni ’80 era stata scelta (o si era offerta, chissà, in effetti non gliel’ho mai chiesto) per essere tra i primi dell’ufficio a utilizzare un computer. Ho ancora una ricordo di quei manuali voluminosi e scritti troppo fitti, con cui stava imparando a usare il DOS.

Allora più che altro mi divertiva poi poter giocare ai primi videogame, in quella mezza’ora in cui mi doveva tenere in ufficio quando non sapeva dove piazzarmi. Oggi sono molto grata di questa sua dimestichezza – perché se a volte la strapazzo un po’ quando mi dice “il computer ha fatto”, dall’altra vederla che si destreggia così bene tra una chiacchierata via whatsapp con le amiche e un (per me pesantissimo, ma contenta lei contenti tutti) seminario via zoom ha reso senza dubbio meno complicato la trasformazione che abbiamo attraversato negli ultimi dodici mesi.

Alla fine mi viene da dire che si sia dimostrata più adattabile lei di me.

Che, certo, online ci devo stare per lavoro. Ma che in generale mi sento talmente saturata da sottrarmi poi a quello che non sia strettamente necessario di questa che continuo a percepire come una vita surrogata

Di Zoom fatigue si è parlato quasi subito: nel confronto mediato dallo schermo e complicato dai vincoli della linea dati, dobbiamo impegnare uno sforzo aggiuntivo per cogliere (spesso in un quadratino di pochi centimetri di lato) segnali non verbali, espressioni e inflessioni della voce, dobbiamo gestire la dissonanza tra la sensazione di essere insieme con la mente ma non con il corpo.

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Nuovo anno, nuovi equilibrismi da ripensare

I giorni a cavallo tra la fine di un anno e l’inizio del successivo per me sono quasi sempre un po’ sospesi, e questi ultimi lo sono stati più che mai. 

Non sento lo spirito natalizio, sono allergica alle riunioni di famiglia che si protraggono per giornate intere, e ultimamente era più semplice trovarmi su qualche sentiero (lo scorso anno anche su qualche spiaggia, ma meglio non pensarci troppo) che seduta a una tavola imbandita.

Quest’anno, in realtà, anche io ho iniziato l’anno seduta al tavolo della cucina. Davanti, però, invece del piatto avevo l’agenda, fogli, pennarelli. Per rielaborare i dodici mesi passati, e per immaginare i prossimi.

Per ripensarmi, così da poter ripensare.

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Il piano B non mi basta

Se è vero che i clienti che ti arrivano sono una delle prove che la tua comunicazione è autentica e ti rispecchia, mi dico da sola che sono sulla buona strada. La maggior parte delle volte che mi ritrovo a fare una chiacchierata conoscitiva con un nuovo cliente, è come se ci riconoscessimo. Non che siano tutti uguali: ho parlato con donne e uomini, con chi era alla ricerca della prima esperienza di lavoro e con chi di esperienza ne aveva 20 anni, con chi voleva trovare spazio per sé e con chi non aveva idea di cosa voleva fare da grande.

Ma la domanda resta sempre la stessa.

È possibile?

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