Storie dal cammino

Ogni volta che Martina apre bocca, non riesco a trattenere un sorriso.

Alta e bionda come nell’immaginario solo le nordiche, dopo tanti anni mescola nel suo accento e nelle storie che racconta i suoni della lingua madre con l’inflessione umbra, in un’amalgama improbabile quanto accogliente. Si è svegliata apposta per me, come ieri sera è rimasta per prepararmi la cena. L’Angoletto vive dell’imprevedibile flusso dei turisti che arrivano a Pale: gli appassionati di arrampicata che affrontano le pareti di roccia verticale, le famiglie che passano una domenica al fresco delle cascate del Menotre. Una sera si può fare mezzanotte, la successiva ci sono solo io. E come ci è finita, Martina, dalla Danimarca all’Umbria?L’ho trovato 30 anni fa, questo gioiello“, mi dice.

Il gioiello in questione è Carlo, di cui ieri ho visto poco più della testa di ricci ormai quasi del tutto grigi e i gesti un po’ impacciati con cui mi lasciava alle cure della compagna. Sono a Pale da cinque anni, in qualche modo è stato un ritorno, i nonni di Carlo possedevano uno dei numerosi mulini che fino a inizio Novecento sfruttavano le acque del fiume. Adesso lui cucina, lei segue clienti e organizzazione, quando arriva qualcuno che decide di fermarsi per la notte tira fuori un piumone, che sa che nella notte il vento si alza.

Ieri mi ha consigliato di andare fino alla piazzetta da cui quando scende la sera si vede l’eremo illuminato, stamattina quando le chiedo un timbro per la credenziale prende la penna e mi disegna i motivi per cui questo posto l’ha chiamata: la montagna con i suoi colori che cambiano con le stagioni, l’acqua che scorre a formare quelle cascate che sembrano risate fresche, la strada che porta sempre nuovi incontri e nuove storie.

È il primo giorno di marcia sul Cammino Francescano della Marca.

E Martina è la conferma della sensazione che, a quanto pare, stavolta l’identità e la voce che sto cercando la troverò avvicinandomi, e ascoltando le storie che incontrerò.

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Camminare verso

Mentre scrivo non sto ancora camminando, ma mi sto preparando a camminare, che per la mia testa è quasi lo stesso.

Negli anni il gesto è diventato così naturale da azzerare qualsiasi dubbio o domanda: riempire lo zaino per una settimana sui sentieri non mi sembra così diverso dal prendere la borsa quando esco al mattino, e immergermi nel silenzio dei boschi mi fa sentire più a mio agio che affrontare il traffico cittadino.

Non è così per tutti, me ne rendo conto. La scorsa settimana, avvertendo un cliente che non sarei stata disponibile per una decina di giorni per la mia annuale vacanza in cammino, ho sentito il consueto momento di incredulità mista a perplessità.

Cosa spinge una donna apparentemente normale, con un lavoro e una casa e una vita, a scegliere volontariamente, anno dopo anno, di dedicare le proprie vacanze ad avanzare lentamente in luoghi remoti, con polvere e sudore come compagni?

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Giusto, sbagliato e il giorno che non esiste

Dell’anno bisestile, in realtà, sapevo solo una cosa.

Anno bisesto, anno funesto – si dice.

In effetti il 2020 non è che sia partito benissimo, con questo coprifuoco per mezza Italia e scene da apocalisse in corso causa timore da virus.

I precedenti? Sono di memoria corta, quando si tratta di quello che non funziona, quindi faccio un po’ fatica a dire come sono andati i precedenti anni bisestili.

Mi sforzo e provo a riavvolgere il nastro.

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Il mondo dentro, il mondo fuori

Camminano le monache nel chiostro: vanno e vengono, avranno impegni da svolgere, luoghi da raggiungere… come te, i tuoi amici, gli uomini che incontri. Eppure è un camminare diverso, perché tu hai una meta da raggiungere, e poi ne avrai altre, e altre… Le mie sorelle e io siamo già nella meta della nostra vita.”

Da inizio anno ho ripreso a leggere La Via dell’Artista, libro della scrittrice e sceneggiatrice Julia Cameron che parte dall’assunto che essere creativi non sia un talento concesso solo ad alcuni, o un capriccio che la maggior parte di noi deve mettere da parte per diventare un adulto serio e responsabile ma, al contrario, la naturale inclinazione di ogni essere umano, un dono che riceviamo e che saremmo irresponsabili ed egoisti a non mettere a disposizione del mondo.

La prima volta che ho letto questo libro-manuale, e che ho applicato il metodo che propone per “sbloccarci” dal nostro status di resistenza anti-creativa, sono successe almeno un paio di rivoluzioni. 

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Cosa c’è al di là della mappa?

Era un anno che non tornavo nella casa di famiglia, appena fuori Trento. E dalla volta precedente erano passati almeno vent’anni. Non ho molti ricordi legati alle mie estati d’infanzia, ma entrare nella stanza dal pavimento di assi di legno, su cui veglia da forse un secolo la cucina economica smaltata di bianco, era stato un tuffo in una mappa del passato, sulla quale ogni segno ritrovava un senso: il tavolo massiccio su cui mia nonna stendeva sottile la pasta dello strudel , il davanzale nella nicchia profonda dove mi sedevo a leggere guardando verso il bosco.

Svuotare una casa è un passaggio di grande fatica emotiva, ma forse non ce ne rendiamo conto finché non ci troviamo dentro. Che poi in realtà lì io mi sentivo più che altro un osservatore: avevo messo subito in chiaro che non intendevo portare via niente (e cosa volete che ci stia, nella mia casa lillipuziana?), e leggere le pigne di cartoline e guardare tra i libri di inizio secolo mi faceva più l’effetto di curiosità da mercatino dell’usato che di qualcosa a cui appartenevo.

Eccezion fatta per l’atlante del bisnonno, naturalmente.

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