La sala d’attesa della transizione (e come uscirne)

La sala d’attesa è luminosa, ma non della luce calda che si immagina adesso che la primavera è arrivata, con il sole che scalda la schiena attraverso le finestre spalancate. 

La sala d’attesa è lucida di metallo, con le sue seggiole allineate lungo le pareti. Qualcuno sfoglia una rivista, qualcuno scorre le notizie sul cellulare. La sensazione, per tutti, è quella di star perdendo ancora tempo.

La sala d’attesa è silenziosa, la porta da cui siamo entrati chiusa alle nostre spalle, quella di fronte ostinatamente chiusa.

Io me la immagino così, la metaforica sala d’attesa in cui siamo seduti in questo momento. Quella che si trova tra il prima e il dopo, tra la fine e l’inizio. Quella che ci racconta il pezzo di storia che nessuno ci aveva mai detto, o che non avevamo capito, o voluto capire.

La sala d’attesa della transizione.

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Lasciare certezze, costruire realtà – ovvero il lutto del mondo che credevamo

Che la soluzione a un problema non ci arriva praticamente mai quando siamo concentrati sul problema stesso è qualcosa che abbiamo sperimentato tutti. Come pare abbia affermato Albert Einstein, “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”.

Ho anche osservato che le idee mi arrivano  spesso quando sono più concentrata sul corpo, che sulla mente. Quasi sempre mentre corro, a volte mentre dormo. Come giovedì scorso. Apro agli occhi all’improvviso, allungo la mano verso il comodino, butto giù mezze parole con quella calligrafia che già è pessima quando scrivo da sveglia, figuriamoci a notte fonda.

Al mattino rileggo quello che ho scritto.

Abitudine.

Mi manca.

La realtà delle cose.

La certezza.

Ecco, parto da qui. Dalla celebrazione del lutto di ciò che non esiste.

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Perché il work life balance non esiste

Io al work life balance non ho mai creduto. Quando ho iniziato a lavorare, per me era tutto molto chiaro.

Il tempo passato in ufficio era una cosa, quello fuori non c’entrava niente.

Conosco persone che in azienda cercano una famiglia, un gruppo di amici. Io no, io ero dura e pura, evitavo il più possibile qualsiasi attività che esulasse dagli impegni formali, e guai se qualcuno provava a contattarmi quando ero assente, a meno che fosse perché l’ufficio stava andando a fuoco. Andavo al lavoro per lavorare ed ero convinta che tenere una rigida separazione fosse la soluzione non solo migliore, ma quasi naturale, per non lasciarsi fagocitare eccessivamente dagli impegni professionali.

Poi non è che le cose siano andate proprio così. Per fortuna.

Ho trascorso sei anni a viaggiare su e già per l’Italia, e alla fine i miei colleghi sono diventati una rete importante non solo nel lavoro, ma nel quotidiano. Perché è bello avere la sensazione di arrivare in un luogo conosciuto, anche se in realtà ci arrivi per la prima volta. Perché sapevo che in ogni posto qualcuno mi avrebbe dato volentieri un consiglio su dove andare a cena, e anche su dove correre al mattino seguente. Perché quando ogni giorno ti svegli in una città diversa, alla fine realizzi che non è che abbia poi così tanto senso mettere una barriera insormontabile tra il lavoro e la vita

Perché vorrebbe dire che dal lunedì al venerdì non vivi, e a me vivere due giorni a settimana mica basta.

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Teoria e pratica dell’accettare

Pensavo di essere più preparata. Ad accettare l’ennesimo spostamento di data, l’ennesimo messaggio che non dice niente.

Nelle ultime settimane ho imparato a osservare la mia oscillazione emotiva, a essere gentile con me stessa ricordandomi che nessuno poteva essere preparato a questi eventi che continuano ad apparire inimmaginabili, o per lo meno non del tutto comprensibili.

Ma dal punto di vista pratico pensavo di avere qualche strumento in più.

Ho imparato a reinventarmi per prove ed errori, ricordando quello che ho e quello che so, accettando quello che manca, andando prima un po’ a tentoni, scoprendo poi metodi e modelli che aiutano a mettere ordine in quel garbuglio poco districabile che ci sembra la nostra vita

Che poi anche questa è una cosa che mi fa parecchio ridere. Capaci di definire con esattezza parametri e riferimenti quando dobbiamo stabilire budget e raggiungere obiettivi nel nostro lavoro. E poi ci dimentichiamo (o non abbiamo il coraggio) di farlo quando si tratta della nostra vita. Come se fosse un progetto secondario, uno a cui potremo sempre pensare tra un po’, come se non ci fosse fretta, come se potessimo aspettare il momento giusto.

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Kit di pronto soccorso (emotivo)

Gli astronauti si allenano tutta una vita. D’altra parte chi non ha mai immaginato di partire su un razzo e scoprire cosa significa librarsi in aria senza peso? In questi giorni sono tra i più gettonati per raccontarci cosa vuol dire, dal punto di vista pratico ed emotivo, stare chiusi in uno spazio ristretto. Non ci avevo pensato, ma in effetti vivere in una capsula sospesa in orbita intorno alla terra è probabilmente l’esperienza più simile a questo (ulteriormente prolungato) stare chiusi dentro casa.

C’è però una differenza sostanziale.

Essere confinati in uno spazio limitato, sempre lo stesso, giorno dopo giorno, sembra loro un prezzo che vale la pena di pagare senza pensarci due volte, per realizzare il loro sogno.

A noi, un po’ meno.

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