Forma e sostanza delle parole

Le parole fanno parte del mio lavoro, ma sono prima di tutto il modo in cui funziona la mia testa.

Sarà per questo che sono loro a farmi compagnia, nelle ore di strada solitaria che caratterizzano le giornate di cammino. Cerco le parole, le combino e le contrappongo, le avvicino e lascio che si allontanino. Le osservo. Mi sembrano ogni volta nuove, anche quelle pronunciate mille volte. Sarà che rallentando riesco a vederle da un’angolatura differente, da cui perdono forse un po’ della loro forma, per mostrare solo la sostanza.

Non so se sia vero che quando scegli un cammino lo fai perché è lui a chiamarti, o se quelle che definiamo coincidenze sono il modo che il nostro cervello usa per dare risposte a quello che stiamo cercando. Non so se sia la casualità della serendipity o la scientificità dell’attenzione selettiva.

So che cinque anni fa la Via Francigena mi aveva portato fino al labirinto della Cattedrale di Lucca: un dedalo che mi aveva fatto interrogare sulla strada lineare che stavo percorrendo pur senza riconoscerla più, a metà tra la paura di perdermi e la rassicurazione dell’impossibilità di fallire nella ricerca di sé. Perché nel labirinto una via d’uscita esiste sempre, basta avere la perseveranza di trovarla. 

So che la scorsa estate la Via del Volto Santo mi aveva riportato nello stesso punto per dirmi qualcosa di nuovo, ricordandomi che nel labirinto è bene non avventurarsi da soli perché “nessuno che vi entrò poté uscire eccetto Teseo aiutato dal filo d’Arianna”. Il cerchio che si chiude per riaprirsi, per superare la paura di percorrere una nuova strada sconosciuta, quella che percorre il crinale tra indipendenza e connessione.

So che quest’anno sapevo che camminavo per andare verso, sola nei miei passi quotidiani ma in un dialogo con il mondo sempre più necessario, per avvicinarmi e lasciarmi avvicinare.

Insieme a me, le parole. Io mentre cammino scrivo. Nella testa, ma scrivo. Frammenti, frasi, forse poesie.

Negli anni è stato un percorso naturale quello che mi ha portato ad ampliare il mio vocabolario, per cercare di renderlo sempre più preciso. Tenere sotto mano il dizionario dei sinonimi, non accontentarmi della limitazione che percepisco nell’esprimere quello che sento, per cercare di attraversare la corazza dietro cui mi trincer(av)o.

Ma forse a un certo punto ho perso un po’ di vista quello che era l’obiettivo di questo esercizio.

Ovvero che quelle parole fossero parole condivise, e non solo mie.

In fondo, imparare l’altro è come imparare una lingua straniera. Ed esattamente come succede quando si impara una lingua straniera, a un certo punto è necessario buttarsi, che tanto a nessuno frega a perfezione della grammatica e della sintassi, se quello che si cerca è la comprensione reciproca, e non il giudizio.

Così a un tratto ho realizzato che a volte più cesello le frasi, più misuro i dettagli, e meno mi sento capita. Che la ricerca costante della sfumatura, quella che non aggiunge niente alla sostanza che già c’è, si riduce a perfezionismo vuoto, a un’altra forma di insicurezza. Forse è anche questo che pensavo, quando mi ripetevo che in questo percorso volevo andare meno “dentro”, che volevo cercare l’identità del cammino nello spazio che stava tra me e gli altri

Il cammino svuota.

Lo zaino, ancor prima di partire. Il tempo e lo spazio, che assumono una valenza differente rispetto al ritmo del nostro quotidiano. Infine la testa, che non è abituata ad affacciarsi su un orizzonte sgombro. Il cammino svuota, e solo in quel vuoto puoi sentire la mancanza. Ma non quella che fa paura, quella della privazione, quella che manda i pensieri in cortocircuito.

Nel vuoto del cammino senti la mancanza di quello che ami.

Quella mancanza che è desiderio, fiducia, attesa.

Uno sguardo, un abbraccio, i paesaggi e i momenti che avrei voluto condividere. Nel silenzio le parole costanti, scritte e pensate chissà quante volte, mi suggerivano un nuovo modo di avvicinarle, per raccontarmi e per raccontare: dalla prospettiva decentrata di uno sguardo distinto, quella che si affida a un sistema di riferimento altro da quello che conosco.

Aggiungere una variabile esterna a quell’equazione di equilibrio di cui sono costantemente alla ricerca.

Lasciar andare l’illusione di essere l’unità di misura della forma e sostanza delle parole, chiedermi perché mi risulti più semplice il dovere del piacere, imparare a vivere la leggerezza nel suo senso calviniano, anziché calvinista, quello di chi affronta le cose nel momento, senza sensi di colpa e zavorre inutili.

Osservare cosa succede quando mi fermo, quando resto in attesa, quando non voglio spiegare, quando ascolto, quando non affretto le risposte. 

Quando sento che forse non sono troppo e nemmeno troppo poco, ma vado semplicemente bene così, eterna indecisa o impulsiva, razionale o insicura , coraggiosa o mammoletta, libera anche di appartenere.

In tutta la mia imperfetta contraddizione.

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