Camminare verso

Mentre scrivo non sto ancora camminando, ma mi sto preparando a camminare, che per la mia testa è quasi lo stesso.

Negli anni il gesto è diventato così naturale da azzerare qualsiasi dubbio o domanda: riempire lo zaino per una settimana sui sentieri non mi sembra così diverso dal prendere la borsa quando esco al mattino, e immergermi nel silenzio dei boschi mi fa sentire più a mio agio che affrontare il traffico cittadino.

Non è così per tutti, me ne rendo conto. La scorsa settimana, avvertendo un cliente che non sarei stata disponibile per una decina di giorni per la mia annuale vacanza in cammino, ho sentito il consueto momento di incredulità mista a perplessità.

Cosa spinge una donna apparentemente normale, con un lavoro e una casa e una vita, a scegliere volontariamente, anno dopo anno, di dedicare le proprie vacanze ad avanzare lentamente in luoghi remoti, con polvere e sudore come compagni?

Per rispondere, per spiegare, mi è venuto in mente un pezzo del Corriere della Sera, letto lo scorso anno, che si intitolava, appunto “La nostra identità è un viaggio a piedi verso gli altri

In cosa la mia identità è definita dal cammino?

Camminare, in sintesi, (cor)risponde a una serie di esigenze e di caratteristiche che mi fanno bene.

Mi permette di immergermi nella fatica fisica, con quel senso di spossatezza buona che mi fa sentire che la giornata è stata ben spesa, e insieme mi ricarica nel ritorno “al corpo” per bilanciare l’abitudine a vivere il resto dell’anno quasi esclusivamente “nella mente” (e alla scrivania).

Mi autorizza alla temporanea sospensione da ogni obbligo esterno e mi fa sentire la leggerezza un po’ incosciente di oscillare tra la ricerca della giusta strada e la curiosità di perdermi.

Mi riporta alle mappe di carta, primo contatto tattile con quello spazio che si concretizza poi in salite, sassi, ombra e vento, e mi regala la felicità di arrivare in un luogo con la sola forza delle mie gambe.

Vengono le vertigini pensando che anche oggi, come nel Medioevo, ci vogliono ottanta giorni per andare a piedi da Canterbury a Roma. Questo ci consente di metterci nei panni dei nostri antenati e ci fa capire che ogni viaggio nello spazio, se affrontato a passo d’uomo, è anche un viaggio nel tempo” ci dice Enrico Brizzi nella conversazione di cui sopra.

E in effetti la sensazione di straniamento iniziale è sempre la stessa. Arrivare alla meta della prima giornata, ripercorrere con un dito i chilometri della tappa, rendersi conto che in automobile ci sarebbe voluta mezz’ora.

Sarà per questo che per riuscire a camminare senza farsi prendere dalla frustrazione è indispensabile porre una certa distanza tra sé e il quotidiano. Bisogna concede a se stessi di non pensarci, perché il cammino è del tutto illogico e insensato, se misurato con le regole del mondo a cui siamo abituati.

Camminare è inutile come tutte le attività essenziali. Atto superfluo e gratuito, non porta a niente se non a se stessi, dopo innumerevoli deviazioni” (David Le Breton, Camminare)

Anche io cammino per cercarmi, da sola, lungo percorsi poco battuti che mi permettono di immergermi totalmente in me stessa, di tornare a essere.

Stavolta però mi rendo conto che lo faccio per imparare non solo ad andare ma anche a tornare.

Ad avvicinarmi, o lasciarmi avvicinare.

La scorsa estate sono uscita di casa a Milano e sono arrivata a piedi fino a Lucca, attraversando gli Appennini da Pavia a Bobbio e poi Pontremoli, risalendo Lunigiana e Garfagnana guidata dalle cime appuntite delle Apuane; quest’anno invece il movimento mi porta verso un luogo, da Assisi per arrivare fino alle Marche.

Credo sia questo il senso di quel filo che avevo trovato lo scorso anno nell’iscrizione accanto al labirinto di San Martino a Lucca, e che continua a guidarmi. 

Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese, dal quale nessuno che vi entrò poté uscire, eccetto Teseo aiutato dal filo d’Arianna.

Torno a camminare, ma in una nuova direzione. Meno per “andare dentro”, più per “tornare fuori”.

Saranno state le settimane sospese, che di tempo per pensare me ne hanno regalato anche troppo. Sarà la primavera, che è arrivata fregandosene che noi fossimo immobili e stupiti, e l’estate, che l’ha seguita luminosa e vivace.

Ho poca voglia di pensare, ho molta voglia di vivere.

Ho poca voglia di ragionamenti, ho molta voglia di sentire il mondo in ogni sua sfumatura.

Ho voglia di camminare, e basta.

Il paradosso della consapevolezza di sé, infatti, è che a forza di andare a fondo per capire, a volte ci dimentichiamo la domanda iniziale.

Camminare è la mia meditazione, e questa meditazione è stata preziosa per trovare il giusto ritmo per andare a fondo, per trovare il coraggio di affrontare i pensieri più nascosti. Quelli che mi fanno ripensare alle trame rosse e nere dei tessuti del popolo Jalq’a, che mi avevano folgorato in Bolivia, a quella rappresentazione del lato ombra che mi sentivo per la prima volta pronta a lasciar emergere, al di là della resistenza e della tentazione di chiudere gli occhi fingendo di non vederlo. Per affacciarmi e riconoscere che quella parte oscura era parte integrante di me.

Stavolta, però, camminare non sarà solo meditare.

Camminare sarà un andare verso, un arrivare, in quel punto in cui mente, corpo e tutto il mondo sembrano allineati. 

Forse perché, come sostiene Rebecca Solnit, 

Sospetto che la mente, esattamente come i piedi, funzioni circa a 5 chilometri all’ora. Se è davvero così, significa che la vita moderna si muove ben più in fretta di quella che è la velocità del pensiero, e dell’attenzione

Ne sono convinta anche io.

Forse per questo mi mancava così tanto camminare.

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