Lasciare certezze, costruire realtà – ovvero il lutto del mondo che credevamo

Che la soluzione a un problema non ci arriva praticamente mai quando siamo concentrati sul problema stesso è qualcosa che abbiamo sperimentato tutti. Come pare abbia affermato Albert Einstein, “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”.

Ho anche osservato che le idee mi arrivano  spesso quando sono più concentrata sul corpo, che sulla mente. Quasi sempre mentre corro, a volte mentre dormo. Come giovedì scorso. Apro agli occhi all’improvviso, allungo la mano verso il comodino, butto giù mezze parole con quella calligrafia che già è pessima quando scrivo da sveglia, figuriamoci a notte fonda.

Al mattino rileggo quello che ho scritto.

Abitudine.

Mi manca.

La realtà delle cose.

La certezza.

Ecco, parto da qui. Dalla celebrazione del lutto di ciò che non esiste.

Me lo ripeto da quasi tre mesi, che devo rallentare. In realtà me lo ripetevo già da prima, anche se senza grossi risultati. Non confondere il movimento con il risultato”, (mi) dicevo. Solo che sapere una cosa e metterla in pratica sono modalità ben diverse. Perciò rallentavo, ma non del tutto, che non si sa mai se poi sei in grado di ripartire. Soprattutto non rallentavo abbastanza, evidentemente.

E così sono arrivata a saturazione.

Mi sentivo intossicata. Del bisogno di misurare ogni cosa per sentire che non mi stava sfuggendo di mano. Dei progetti in cui ero entrata solo per curiosità e che poi avevano occupato a dismisura la mia attenzione e le mie energie, magari senza che mi interessassero del tutto. Della connessione sempre attiva, dello schermo sempre acceso, unica porta di contatto con il mondo. Della confusione dei confini tra tempo e spazio, tra quello che devo e quello che voglio.

Ho vissuto tanti anni nella mia testa, e (forse inevitabilmente) è qui che mi sono ritrovata. A illudermi che fosse sufficiente capire le cose, per trasformarle.

E invece no. Farsi domande è solo il primo punto.

Tanto più quando le risposte non esistono ancora.

Riprendo i sogni fatti su me stessa e trasformati in (apparenti) certezze, per affrontare invece che sfuggire quel lutto su cui sto ragionando già da qualche settimana. Vado alla ricerca di domande per capire, per trovare il supporto di strumenti che mi aiutino a identificare la direzione in cui muovermi.

Come quelli proposti da Susan David, psicologa che ha definito il concetto di agilità emotiva e autrice di “Agilità emotiva. Non restare bloccato, accogli il cambiamento e prospera nella vita e nel lavoro”, uno dei miei riferimenti per affrontare le vorticose emozioni del cambiamento.

Nella sua ultima newsletter la David descrive infatti un modello a piramide per illustrare i passaggi essenziali ad affrontare la realtà presente, e le emozioni che la accompagnano, dall’accettazione di come stanno le cose fino alla serenità di vedere l’inestricabile collegamento tra la bellezza e la fragilità della vita.

“Il lutto non è che amore che cerca di tornare al proprio centro”.

Piangiamo quello che conta maggiormente, e che temiamo di perdere, o abbiamo perso. E allora possiamo solo rallentare, stare fermi in questo malessere, attraversare passo per passo quello che proviamo, senza negarlo, per imparare quali sono i riferimenti che ci permettono di scegliere in modo più significativo, autentico, allineato alla nostra integrità e ai nostri valori.

Due mesi fa cantavamo dai balconi ed eravamo fiduciosi nel cambiamento del mondo. Oggi, un po’ meno. L’ansia e la paura iniziali, che sembravano unire, sono tornare fretta ed egoismo individuale. Ci stiamo convincendo che non possiamo essere migliori di noi stessi, e che tutto tornerà come prima.

Stiamo scivolando, stiamo lasciando che l’adattamento prenda il sopravvento e ci schiacci, invece di aiutarci a passare a attraverso.

Ma l’adattamento resta passivo solo se glielo permettiamo. Di cosa abbiamo fretta, cosa ci manca, a cosa vogliamo tornare?

Il dolore che sentiamo è un dato da raccogliere, da cui imparare, da non dimenticare.

Provo a decodificare il mio senso di perdita anche ascoltando la conversazione di Brené Brown con David Kessler, allievo e poi collaboratore di Elisabeth Kubler Ross, fondatrice della psicotanatologia che per prima definì le cinque fasi della gestione del lutto.

E penso che, per prima cosa, dovremmo parlarne di più, di quello che sentiamo in questo momento. Perché alla fine il meccanismo che viviamo è molto simile a quello della vergogna, che prende forza proprio dal silenzio. Non parlo perché credo di essere solo, di essere debole, di essere imperfetto.

Di essere sbagliato. 

Con il lutto, con questo lutto, succede qualcosa di molto simile. Proviamo dolore per quello che ci è negato. La relazione sociale, il lavoro, la nostra routine, il contatto fisico. Potersi incontrare per mangiare insieme, per condividere abitudini, rituali, momenti. Vogliamo solo che torni “il normale”, ma allo stesso tempo questo bisogno ci sembra egoista e in fondo banale.

Applichiamo, magari senza nemmeno rendercene conto, il “comparative suffering”, giudichiamo noi stessi e ci sentiamo in colpa perché “i problemi sono ben altri.

Ci sembra infantile e sciocco, dire che ci manca uscire a cena, andare al cinema, saltare in mezzo alla folla di un concerto.

Ma come per ogni emozione, a questa sofferenza dobbiamo dare un nome per quello che è, o non possiamo sentirla. Perché come ci spiega Kessler,

“La perdita peggiore è sempre la tua, è l’unico criterio che possiamo applicare.”

E allora certo, l’isolamento, le rinunce, la sospensione, sono comportamenti necessari a salvarci, e perciò razionalmente li accettiamo, e li applichiamo.

Ma a livello emotivo il nostro dolore è reale. E proprio per questo valido e legittimo.

Perché non so come sia per voi, ma io sono ancora pienamente nel processo. La negazione forse è superata, ma navigo ancora tra rabbia e patteggiamento, ho i miei momenti di autocommiserazione, vedo spiragli di accettazione che a tratti sembrano  scivolare di nuovo via. 

Soprattutto, cerco un significato, un senso che mi proietti oltre. Perché come racconta Kessler riferendosi a una celebre allegoria

“L’inferno è una tavola rotonda con al centro un grande recipiente pieno di cibo, attorno a cui si affollano commensali magri e nervosi che maneggiano cucchiai dal manico così lungo da non riuscire ad accostare il cibo alla propria bocca. Il paradiso è la stessa tavola rotonda, con gli stessi cucchiai dai lunghi manici. Ma qui i commensali hanno imparato a nutrire il proprio vicino. Non vi è differenza fra l’inferno è il paradiso. Le differenze sono in noi.”

Essere presenti per riconoscere e dare valore al dolore dell’altro, come l’altro saprà vedere e dare valore al mio.

Credo che tornare a vivere sia questo.

Nutrirci l’un l’altro. Prenderci cura. Riscoprire cosa significa essere insieme.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.