Perché il work life balance non esiste

Io al work life balance non ho mai creduto. Quando ho iniziato a lavorare, per me era tutto molto chiaro.

Il tempo passato in ufficio era una cosa, quello fuori non c’entrava niente.

Conosco persone che in azienda cercano una famiglia, un gruppo di amici. Io no, io ero dura e pura, evitavo il più possibile qualsiasi attività che esulasse dagli impegni formali, e guai se qualcuno provava a contattarmi quando ero assente, a meno che fosse perché l’ufficio stava andando a fuoco. Andavo al lavoro per lavorare ed ero convinta che tenere una rigida separazione fosse la soluzione non solo migliore, ma quasi naturale, per non lasciarsi fagocitare eccessivamente dagli impegni professionali.

Poi non è che le cose siano andate proprio così. Per fortuna.

Ho trascorso sei anni a viaggiare su e già per l’Italia, e alla fine i miei colleghi sono diventati una rete importante non solo nel lavoro, ma nel quotidiano. Perché è bello avere la sensazione di arrivare in un luogo conosciuto, anche se in realtà ci arrivi per la prima volta. Perché sapevo che in ogni posto qualcuno mi avrebbe dato volentieri un consiglio su dove andare a cena, e anche su dove correre al mattino seguente. Perché quando ogni giorno ti svegli in una città diversa, alla fine realizzi che non è che abbia poi così tanto senso mettere una barriera insormontabile tra il lavoro e la vita

Perché vorrebbe dire che dal lunedì al venerdì non vivi, e a me vivere due giorni a settimana mica basta.

In queste giornate che vedono molti di noi lavorare seduti al tavolo della cucina, con il punto di domanda sul possibile ritorno in ufficio e la certezza che le lezioni non riprenderanno fino al prossimo anno scolastico, il tema dell’interconnessione tra vita personale e vita lavorativa assume un rilievo e una prospettiva ancor più urgente.

Insomma, sembra più che mai di poter affermare che il work life balance non esiste.

Perché siamo sempre connessi

Quando ho iniziato a lavorare, scollegarsi era tutto sommato semplice. Non tutti avevano il cellulare, e il cellulare aziendale era previsto solo per ruoli ben precisi. Quindi, il numero di telefono era il mio, e mia era la scelta di come e quanto mi si potesse contattare. 

Oggi sarebbe impossibile. Telefoni accesi 24 ore su 24, l’abitudine al riscontro immediato – tanto che sembra normale rispondere per dire che non possiamo rispondere – la cosiddetta sindrome FOMO, la paura di perderci qualcosa, che ci fa rimpiangere dove non siamo, quando non siamo. Invece di goderci pienamente il presente, e quello che ci sta succedendo.

Anche pensare di poter segmentare nettamente i canali comunicativi a seconda del contesto è ormai improponibile. Parliamo al telefono (sempre meno, in realtà), scambiamo infiniti messaggi whatsapp, non abbiamo nemmeno più bisogno di scambiarci i numeri che tanto possiamo dialogare anche tra semi sconosciuti attraverso le opportunità dei social. Adesso poi che le piattaforme di video chiamata ci sono venute in soccorso per provare a compensare le interazioni sociali negate da settimane, sembra che la barriera tra virtuale e reale abbia ricevuto l’ultima spallata.

Io quando viaggio del cellulare faccio (quasi) a meno: di solito non compro una sim locale, affidandomi alle sole connessioni wifi (che tanto ormai ho trovato anche in villaggi insospettabili). E l’abitudine a prendermi del tempo “off” me lo sono portato anche in queste giornate in cui mettere dei paletti per me è indispensabile per non cadere in uno spossante eccesso comunicativo.

Sperimento, perché mi sono resa conto quanto sia stressante sentirmi costretta a essere reperibile, in una sorta di confusione tra le possibilità offerte dallo strumento e l’essere dipendenti dallo strumento stesso.

Perché potremmo lavorare in modo più intelligente

La sociologa Phyllis Moen, della University of Minnesota, ha studiato per tutta la vita le difficoltà di conciliare un lavoro full time con la gestione della famiglia, per lei complicata ulteriormente dall’essere rimasta vedova con due figli ancora piccoli. Se poi consideriamo che gli Stati Uniti hanno regolamentato il congedo di maternità solo negli anni 90, e anche in questo caso solo con il diritto a 12 settimane non pagate, e solo per le aziende con almeno 50 dipendenti, possiamo immaginare la rilevanza del tema del work life balance in una società in cui il concetto di successo sembra essere piuttosto monocromatico.

Con uno studio longitudinale che ha coinvolto quasi mille lavoratori del settore IT, la Moen ha applicato un approccio scientifico allo sviluppo organizzativo, per capire gli impatti sul benessere individuale quando si lascia ai dipendenti un maggior controllo sulla gestione della propria agenda e quando i responsabili mostrano un interesse anche per la vita personale dei propri collaboratori.

Poter lavorare dovunque volessero e in qualunque momento, purché i progetti venissero completati secondo le tempistiche concordate e gli obiettivi fossero raggiunti.  Senza vincoli, senza che le scelte individuali fossero viste come eccezioni o concessioni per problemi personali, senza che scegliere di lavorare al mattino presto o la notte perché ci è maggiormente congeniale fosse la normalità, e non un’anomalia tollerata.

Passare – realmente, finalmente – dal misurare la presenza a misurare la prestazione.

Nell’esperimento gli effetti erano evidenti: meno stress anche in condizioni di incertezza, meno conflitti in ambito familiare, una drastica diminuzione del rischio di burnout e anche delle dimissioni volontarie.

Ragionare su come lavorare meglio, invece che di più – non staremmo tutti meglio?

Perché vogliamo tutto

Il dibattito sul perché le donne “non possono ancora avere tutto” è in corso almeno da un decennio, da un articolo della politologa Anne-Marie Slaughter del 2012 che condivideva il suo momento di “frattura interiore” nel trovarsi di fronte a una decisione che le imponeva di scegliere tra fare la pendolare tra due stati, chiedere alla famiglia di lasciare tutto per seguirla, o rinunciare all’opportunità che aveva davanti. 

Come Moen osservava proprio nel suo studio sulla flessibilità in azienda, in realtà il tema è più ampio, e non riguarda solo le donne.

“Se continuiamo a parlare di “equilibrio”, diamo per scontato che lavoro e vita siano ai due estremi opposti rispetto a un fulcro centrale, e quindi necessariamente se uno sale l’altro diminuisce. Resta sempre un gioco a somma zero”

Una sorta di chimerico stato di grazia in cui tutto è perfettamente allineato.

Anche ammesso che lo si possa raggiungere, quanto potrebbe durare?

Così la Moen propone di ristrutturare il linguaggio che usiamo e, conseguentemente, il modo in cui pensiamo a questo tema. Così come nell’esperimento sulla flessibilità si è allontanata con decisione dall’approccio che definisce “Mamma, posso?” in cui la scelta continua a essere vincolata all’approvazione del manager, così propone di iniziare a parlare di “work-life fit’’, attraverso una ridefinizione di cosa significa per noi – individualmente, personalmente – avere tutto, di come vogliamo disporre le differenti parti della nostra vita nel quadro completo.

L’alternativa, inevitabilmente, è pensare che se è impossibile avere tutto, dobbiamo abbassare i nostri standard.

Accontentarsi – di un lavoro, di una relazione, di qualcosa che ci sembra “tutto sommato abbastanza”

Ma anche nei giorni in cui la fatica è così intensa che ci sembra di non avere scelta, accettare ci rende passivi solo se glielo lasciamo fare.

Possiamo avere tutto.

Tutto quello che è essenziale per noi, e che probabilmente adesso ci sembra un po’ più chiaro di prima.

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