Teoria e pratica dell’accettare

Pensavo di essere più preparata. Ad accettare l’ennesimo spostamento di data, l’ennesimo messaggio che non dice niente.

Nelle ultime settimane ho imparato a osservare la mia oscillazione emotiva, a essere gentile con me stessa ricordandomi che nessuno poteva essere preparato a questi eventi che continuano ad apparire inimmaginabili, o per lo meno non del tutto comprensibili.

Ma dal punto di vista pratico pensavo di avere qualche strumento in più.

Ho imparato a reinventarmi per prove ed errori, ricordando quello che ho e quello che so, accettando quello che manca, andando prima un po’ a tentoni, scoprendo poi metodi e modelli che aiutano a mettere ordine in quel garbuglio poco districabile che ci sembra la nostra vita

Che poi anche questa è una cosa che mi fa parecchio ridere. Capaci di definire con esattezza parametri e riferimenti quando dobbiamo stabilire budget e raggiungere obiettivi nel nostro lavoro. E poi ci dimentichiamo (o non abbiamo il coraggio) di farlo quando si tratta della nostra vita. Come se fosse un progetto secondario, uno a cui potremo sempre pensare tra un po’, come se non ci fosse fretta, come se potessimo aspettare il momento giusto.

Ci ho provato, a mettere a fuoco la differenza tra i giorni che scorrono sul calendario e le ore infinite e sfuggenti che stiamo vivendo. A cercare modi più oggettivi che mi aiutassero a uscire dalla falsa dicotomia tra quello che siamo e quello che facciamo, quello che pensiamo e quello che proviamo. 

Ho provato a lavorare sulla mia prospettiva, sulla comprensione di dove ci troviamo, sull’incertezza di non riuscire a fissare parametri per il futuro, ma nemmeno per il presente.

In ogni caso, mi mancava qualcosa. 

Accettazione, questa sconosciuta

Per molto tempo ho considerato l’accettazione come una sconfitta, l’ammissione della mia inadeguatezza. Poi ho scoperto il design thinking, che mi ha insegnato a vedere l’accettare come elemento necessario del processo creativo, come la cornice che definisce i confini entro cui muoversi, diventando stimolo indispensabile per innescare la trasformazione di noi stessi e del (nostro) mondo.

Ma solo adesso che l’illusione del controllo è andata definitivamente a farsi benedire, mi rendo conto che non avevo ancora imparato ad accettare.

Perché non tutte le accettazioni sono create uguali, per così dire.

  • Possiamo accettare dicendo a noi stessi che tanto è inutile, che non ci possiamo fare niente. Sentirci impotenti, vittime, comparse in quelle che, seppur ribaltata, è pur sempre la nostra vita.
  • Possiamo mantenere un sottile senso di superiorità verso chi accetta, sentendoci più forti, illudendoci che se resisteremo abbastanza avremo ragione noi. Continuare a spingere, facendo finta di non sapere che prima o poi ci dovremo fermare, e nel frattempo ci saremo solo mossi a vuoto.

Esistono due tipi di problemi: quelli reali, su cui si può agire, e quelli che sembrano problemi ma sono invece circostanze fuori dalla nostra portata

Accettare significa imparare a distinguere tra i due, e concentrarci sui primi, che i secondi ci possono solo regalare fatica e frustrazione.

Pensiamo che accettare sia un’azione passiva, invece è l’opposto. 

Significa infatti osservare la situazione in maniera oggettiva e indirizzare le nostre energie verso azioni applicabili, invece che sprecarle a sbattere la testa contro ostacoli inamovibili.

Nominare per dominare

Manteniamo quella sorta di superstizione per cui di certe cose non si parla, come se fossimo convinti in questo modo di difenderci, come se la realtà non esistesse finché non la nomini.

Anche in questo caso, è proprio il contrario.

Le cose che non diciamo esistono eccome, ma ci priviamo della possibilità di riconoscerle, di collegare tra loro e alle altre.

E, se parliamo di emozioni, e di emozioni mescolate e (s)combinate e travolgenti come di queste settimane, saperle vedere è un passo essenziale per decodificarle. Chiusa in casa pensavo avrei sofferto la mancanza di movimento, io che corro quasi ogni mattina. Con molti progetti lavorativi sospesi pensavo mi sarei sentita un po’ persa, un pezzo della mia identità messo in stand by. Invece a farsi sentire sono altre sensazioni.

La tristezza della distanza. La paura dell’impotenza. La rabbia di avere la sensazione di aver fatto la mia parte e che qualcun altro invece non abbia mantenuto la propria promessa.

Poi ho letto un articolo che mi ha dato la risposta al pezzo che mancava.

Quello che sento è il dolore della perdita. Quella che manca è l’elaborazione del lutto.

Dei progetti che avevamo per quest’anno, e che oggi ci sembrano negati. Del mondo che non tornerà quello che era prima, delle certezze su cui credevamo di basarci, delle illusioni che ci hanno tradito. Dell’immagine che avevamo di noi stessi, e che in queste settimane è stata messa in discussione tanto da apparirci ormai sbiadita e quasi irriconoscibile.

Non siamo abituati a questo senso di sofferenza comune che è un misto di ansia, di fragilità, di paura di riconoscerci, alla fine, completamente soli.

La chiave per affrontare questo smarrimento è proprio accettare con gentilezza. (Ri)scoprire la compassione di noi stessi, e degli altri. La sospensione dal giudizio, dalle aspettative.

La ricerca di un senso.

Come scriveva a fine gennaio Alessandro D’Avenia sul Corriere della SeraL’essenza della vita (chi sono, da dove vengo, dove vado?) è avvolta in un mistero, che noi possiamo avvicinare solo con il suo linguaggio: metafore, simboli, miti.

Avere il coraggio di stare nel momento e andare fino in fondo, per tornare a raccontarci la storia di quello che siamo, di quello che saremo. Meno passaggi logici, più ascolto per comprendere cosa conta davvero.

Passare attraverso, che è il solo modo per superare, perché di scorciatoie nel nostro personale labirinto non ce ne sono mai.

La chiave per uscire dal labirinto è resistere alla paura dell’ignoto e alla seduzione dell’abbandono. Solo così, avanzando sulla lunga spirale fatta di vita, morte e rinascita, (ri)troveremo Itaca. E, quando metteremo piede a terra, proprio lì scopriremo che Itaca eravamo noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.