Il lessico (ben poco) famigliare delle emozioni

Qualche giorno fa, scherzando con un amico, affermavo che sono un po’ ingegnere dentro, e quasi per niente fuori. Una definizione che cercava di racchiudere la mia parte iper-razionale e quella un po’ ingenua, quella che struttura tabelle excel e quella che prepara lo zaino, quella che vive nella mente e quella che è sempre curiosa di capire qualcosa in più delle proprie emozioni.

Racconto spesso che, quando ho iniziato a prestare più attenzione a quello che provavo, la prima sorpresa è stata rendermi conto di quanto forti potessero essere le sensazioni fisiche che si accompagnavano alle differenti emozioni. Non che prima non ci fossero, ma non ci avevo mai badato più di tanto. Le avevo zittite, o con la grazia che mi è propria ero andata avanti come un caterpillar facendo finta che non esistessero.

La seconda sorpresa era che, pur con tutta la mia passione per le parole, le emozioni proprio non le sapevo dire.

Da quel giorno ho iniziato a osservare con maggiore attenzione. Non solo nei viaggi o nelle occasioni di confronto in contesto internazionale – certo, ogni cultura è portatrice del proprio modello di espressione delle emozioni, che vengono nominate, descritte o trasmette con mezzi verbali e non verbali. Quello che ha iniziato ad affascinarmi sempre più è soprattutto la diversità di espressione nelle interazioni all’interno di un contesto omogeneo. Di un’azienda, di una famiglia, di una coppia.

Non possiamo fare a meno di comunicare, ma a quanto pare comunicare è la cosa più difficile del mondo.

Ogni nostra interazione con il mondo esterno è espressione di due sfere, quella razionale e quella emozionale, quella logica e quella affettiva. E ciascuno ha il proprio equilibrio tra i due emisferi – chi parte dal ragionamento e dalla valutazione delle situazioni sulla base di fatti e dati, chi invece ascolta prima di tutto la pancia e se ne lascia indirizzare, o a volte travolgere.

Per molti anni il mio emisfero sinistro l’ha fatta da padrone. Struttura, chiarezza, elementi concreti mi sembravano sostanzialmente sufficienti a decidere che direzione prendere, tanto più quando si parlava di lavoro. Avevo sottovalutato che, come ho letto da qualche parte, “L’homo sapiens è allo stesso tempo homo sentiens, anzi

“ci consideriamo esseri razionali che sentono, mentre siamo esseri senzienti che pensano”.

Con tutto quello che avevo studiato e approfondito, avevo certo imparato molto, ma dal punto di vista delle emozioni restavo sostanzialmente analfabeta.

Quel nodo alla bocca dello stomaco? Quella stretta alla gola che allo stesso tempo ti toglie il respiro e ti fa venir voglia di gridare? Quel malessere che ti attorciglia dentro e ti fa venir voglia di scappare? Se queste sensazioni provavano a farsi spazio, io cercavo di scacciarle.

Se non riuscivo a zittirle, non sapevo neppure come interpretarle.

Figuriamoci condividerle. Perché nessuno ce le insegna, le emozioni.

Come descritto nell’introduzione al libro “The School of Life – An Emotional Education” curato da Alain de Botton, il nostro sistema educativo parte dal presupposto che

“la comprensione emozionale sia non necessaria o essenzialmente impossibile da insegnare, ponendosi al di fuori della logica e del metodo (…) – una scelta che si potrebbe paragonare a suggerire che ogni generazione si dovrebbe occupare di riscoprire in modo autonomo tutte le leggi della fisica”.

Con Inside Out abbiamo conosciuto tutti le cosiddette emozioni primarie, ma forse partire dall’assunto che ogni essere umano provi identiche sensazioni per motivi evoluzionistici – rabbia e paura, tristezza e gioia, sorpresa e disgusto – rischia di frenare la possibilità di condividere, invece che facilitarla. Perché se sono universali, allora non significa anche che le proviamo e le raccontiamo tutti allo stesso modo?

Le emozioni sono come sfumature di colore. 

Variano di durata e intensità, di complessità e profondità. Sono un prodotto culturale, familiare, personale. Nascono da quello che succede attorno a noi, ma questo è solo l’innesco.  Il resto è determinato dalla nostra reazione limbica e fisiologica, ma ancor più da come lo verbalizziamo. Prima di tutto a noi stessi, per darcene una spiegazione, per comprenderci, prima ancora di qualsiasi tentativo di condividere. 

Tornare a scuola a quarant’anni è faticoso, ma è anche molto interessante.

Da un punto di vista linguistico, il lessico delle emozioni può scegliere di nominarle, descriverle, esprimerle. Attraverso le parole, le emozioni possiamo insegnarle o apprenderle, provocarle o smorzarle, valutarle o codificarle. Ma non riesco a togliermi dalla testa che l’espressione linguistica resti pur sempre una loro limitazione. Il tentativo di costruire un ponte verso gli altri, trovandoci però a perderne una parte nel processo.

Ho scoperto che l’espressione delle emozioni passa per molti piani differenti, e sto lentamente imparando a trovare le mie chiavi di lettura.

Riordinando la libreria e trovandomi a sfogliare le pagine di libri che sembrano apparire proprio nel momento in cui ne avevo bisogno. Quelle storie in cui sembra di entrare nella vita dei protagonisti, ma allo stesso tempo nella tua.

E con le persone che ho accanto, continuare passo dopo passo a costruire un lessico condiviso, senza accontentarmi della prima parola che mi viene in mente quando cerco di esprimere quello che sento, senza pesare le loro esclusivamente secondo il mio punto di vista. Mettendo in discussione le parole che ascolto, chiedendo il permesso di entrare nei loro percorsi, cercando i riflessi cangianti di uno sguardo, fermandomi a osservarle e sentire per tutto il tempo necessario.

Mescolando in giorni sospesi il vivere e il ricordare, profumi e sapori, qualcosa o qualcuno, la sensazione che quello che stiamo provando non finirà mai, e insieme si dissolverà in un istante.

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