Modelli e possibilità

La mia reazione di fronte all’imprevisto, che è spesso quella di buttarmi e poi vedere come va, non è coraggio. Se dovessi spiegarla, direi piuttosto che è un po’ caso, un po’ istinto.

Quell’istinto che quando mi sento costretta mi fa divincolare, perché dentro a confini troppo stretti non ci so stare, e allora lì il ragionamento c’entra poco, non mi chiedo se avrebbe più senso fermarmi un istante e scegliere la strategia migliore, non mi preoccupo se muovendomi rischio di farmi male.

Perché la verità è che quando è il momento di cambiare, soprattutto se siamo costretti a cambiare, spesso lasciamo che sia la fretta a decidere.

Dimenticando che nel cambiamento non dobbiamo per forza essere soli, ma possiamo scegliere chi avere accanto.

Negli ultimi quattro anni ho cambiato casa, lavoro, parecchie abitudini, quasi tutte le persone che frequento. E sono di quelli che pensano che la fase di esplorazione è contemporaneamente esaltante e terrificante, tanto da assorbire completamente: vogliamo cambiare ma ancora non abbiamo ben chiaro in quale direzione, a volte perché la lista di curiosità o di opzioni da esplorare sembra fin troppo lunga, a volte perché non ci siamo mai fermati davvero a riflettere su cosa ci piace.

Iniziamo a immaginare i nostri sé possibili, oscillando tra il passato e il futuro, muovendoci attraverso sogni che non abbiamo mai provato a realizzare, mettendoci in discussione per distinguere tra quello che non ci appartiene più e quello che non eravamo ancora pronti a pensare.

Subito dopo, però, ecco il senso di vertigine.

Anche se il cambiamento è qualcosa che abbiamo scelto, quando iniziamo ad agire per realizzare ciò che fino a quel momento abbiamo solo immaginato, dobbiamo accettare di immergerci nell’incertezza.

La fantasia ha il vantaggio di essere sotto il nostro controllo, cosa che non si può invece dire della realtà.

Difficilmente riusciremo a seguire, in modo sequenziale, una scaletta di passi definiti a priori; dovremo rimanere aperti all’evoluzione della nostra stessa idea di cambiamento, accelerare o rallentare, cambiare rotta o fermarci per un po’.

Allo stesso tempo dobbiamo accettare che i sé possibili non sono tutti così attraenti: i sogni che abbiamo portato con noi per tanto tempo magari hanno smesso di interessarci, e ce li portiamo dietro solo per abitudine; l’immagine che abbiamo raccontato a tutti magari non ci corrisponde più, o non ci ha mai corrisposto del tutto; i nostri sé possibili possono anche essere ciò che temiamo, l’immobilismo in cui temiamo di incastrarci, le conseguenze di resistere al cambiamento, le cose che cambiano attorno a noi e a cui ci dobbiamo adattare.

Nella transizione assume una rilevanza del tutto nuova chi teniamo vicino.

Quasi sempre, infatti, questa fase richiede più tempo di quanto immaginiamo. Un po’ perché siamo sempre meno allenati alla pazienza, all’attesa. E quindi il tempo ci appare più dilatato del suo effettivo scorrere costante. Un po’ perché inconsciamente una parte di noi prosegue quasi per inerzia nella direzione che conosce meglio, tende a tornare alle vecchie abitudini, sottraendo energia e slancio al cambiamento stesso.

Non è come un nuovo taglio di capelli, o comprare un vestito visto in vetrina. È un processo in cui giorno dopo giorno togliamo un dettaglio, facciamo posto a un nuovo gesto, impariamo come ci sentiamo in una circostanza inconsueta.

Avere accanto chi ci conosce da tempo non è sempre la soluzione migliore.

Perché certo, famiglia e amici e colleghi tengono a noi, e ci conoscono da una vita. Ma, appunto, conoscono quell’unico possibile sé che abbiamo scelto di mostrare fino a quel momento. Che, se va bene, è una versione ridotta e parziale di quello che siamo. Altre volte è stato distorto, adattato, costretto in una rappresentazione, un personaggio, una maschera.

Lo fanno per noi, o per lo meno per quei sé possibili che fino a oggi hanno conosciuto. E che vogliono salvaguardare da quello che, di solito, percepiscono come un colpo di testa, un momento di debolezza, il segno di una crisi di mezza età.

È una doppia fatica, in un momento in cui vorremmo sentirci le spalle coperte e poter contare sui volti che conosciamo, sui ricordi condivisi.

I legami ci sostengono, ma a volte ci trattengono.

Lo penso in questi giorni, in cui la retorica del “Nel momento del bisogno puoi vedere cosa conta davvero per te e per chi ti circonda” si dimostra non essere poi così tanto retorica. Le pulizie di primavera dovremmo farle anche quando andiamo a cercare la nostra squadra di appoggio.

Ora che le domande e le incertezze sono di tutti, e nemmeno noi sappiamo esattamente cosa stiamo provando, proviamo a scegliere chi questo percorso lo affronta con convinzioni affini, per condividere gli stessi dubbi e scoprire che non siamo così inadeguati, che non siamo così soli. Cercando di affiancarci a chi è più avanti nel percorso alla ricerca di un nuovo equilibrio, per ricevere la fiducia di potercela fare, per avere qualche consiglio anche se poi sappiamo che gli unici che possono prendere decisioni restiamo sempre noi.

E se un ideale sembra così distante da crearci più ansia da prestazione che ispirazione, possiamo seguire il suggerimento di Laverne Cox, attrice protagonista di Orange Is the New Black e prima donna transgender a essere nominata per un Emmy Award, ad apparire sulla copertina di Cosmopolitan, ad avere la propria effige in cera da Madame Tussauds.

Una che di essere definita un role model avrebbe tutto il diritto, ma che invece preferisce parlare di “possibility model.

“In parte perché il termine “role model” comporta un sacco di pressione, e io mi sento piena di difetti, profondamente imperfetta. Ma continuo a pensare che mostrare agli altri cosa è possibile realizzare sia importante. Cercando di essere me stessa nel modo più autentico possibile so che farò degli errori e potrei deludere qualcuno. E questo mi spaventa. […] Ma il mio lavoro è questo, essere autenticamente me stessa, come artista, come essere umano”

Perché questi siamo. Esseri umani imperfetti e mutevoli, alla ricerca dei nostri sé possibili.

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