Ripristino connessione di rete

Io sono quella che si annoia.

Quella che quando le cose vanno in automatico, allora è il momento di provare qualcosa di diverso. Quella che alza la mano quando c’è da seguire un nuovo progetto, ma quando serve la costanza di monitorare il processo lascia volentieri il posto a un altro. Quella che a un certo punto ha deciso di cambiare lavoro perché stava troppo bene, mentre un posto dove “c’è da fare tutto” sembrava la prospettiva più attraente che potesse esistere.

Ricordo ancora un giorno di qualche anno fa, ferma in coda nel traffico – avevo corso qualche maratona, scoperto da poco il trail running, pensavo che il triathlon fosse un po’ troppo ma, magari, il duathlon di corsa e bicicletta… E, a un tratto, mi sono fermata a riflettere su questo mio bisogno di provare, cercare, sperimentare.

Non sarebbe più sensato focalizzare le energie in una sola direzione, scegliere cosa voglio in modo sequenziale, e cercare di farlo davvero bene?

Non lo so.

O meglio, immagino che abbia senso, ma forse non è la soluzione adatta a me.

Da qualche anno si parla di multipotenziali, persone che non hanno un’unica e ben distinta vocazione ma, al contrario, molteplici interessi e curiosità intellettuali che, spesso, vedono in qualche modo frustrate dalle pressioni e dalle aspettative esterne che ci vorrebbero tutti etichettati in modo chiaro e distinguibile.

Non so se mi piace questa definizione un po’ scivolosa, perché mi pare manchi un passaggio nel raccontare cos’è il talento, ovvero svincolarci dal risultato, dal riconoscimento esterno, dalla valorizzazione (o monetizzazione) di ciò che creiamo, per concentrarci sul bisogno profondo di esprimere una parte di noi.

Senza perderci nella terminologia, resto un’irrequieta.

Corro, cammino, studio, progetto, propongo. Incapace di fermarmi, anche quando di energia non ce n’è più, convinta che l’energia si possa sempre trovare. Da qualche parte, in qualche modo.

La verità è che non mi fermo perché ho paura.

Paura che gli altri mi lascino indietro e si dimentichino di me, paura di non essere più capace di ripartire, paura del tempo che scivola senza che possiamo fare niente per fermarlo.

Paura di perdere, o di perdermi.

Finché a inizio dicembre ho avuto uno strappo muscolare, e per un mese mi sono dovuta fermare per forza.

È stato un mese interessante, di osservazione e scoperta di me stessa.

La prima sorpresa è che non sono (quasi per niente) rimasta delusa dal dover rinunciare alla maratona che avrei dovuto correre solo qualche giorno dopo. Le cose capitano, e poco alla volta sto imparando a rivolgere la mia energia avanti, verso quello che posso scegliere, invece che indietro cercando di trascinare quello che non posso recriminare.

La seconda è che mi sono iscritta a un centro yoga. Il responso sul mio infortunio era chiaro: come tutti il mio corpo non è perfettamente in equilibrio, e i lunghi chilometri di allenamento hanno fatto da cassa di risonanza all’automatismo con cui provavo a compensare le mie asimmetrie.

Perché non provare la disciplina che, per eccellenza, si propone di allineare il corpo, e anche la mente?

Naturalmente, ero un po’ prevenuta.

A me piace fare fatica, e un’ora trascorsa su un tappetino a tenere delle posizioni statiche, non mi sembrava un grande allenamento.

Temevo di annoiarmi, ma avevo fatto un po’ di confusione tra le parole.

Mi ero fermata alla superficie, invece che cercare di comprenderle nel profondo. Mi ero limitata a quello che appariva, e da lì mi ero costruita la mia convinzione. Dandola per scontata, senza nemmeno accorgermi che esistesse e che fosse un sostrato del mio pensiero, del mio agire. Senza possibilità, quindi, nemmeno di metterla alla prova per verificare se fosse vera, o ancora valida.

Avevo confuso noia con calma.

Associando alla seconda il fastidio istintivo della prima. Confondendo la calma con l’immobilismo, con l’accidia. Sfuggendo quindi la mia paura di fermarmi e restare impantanata nel disinteresse, nell’incapacità di ritrovare una motivazione. Un senso.

Per poi accorgermi che, invece, in questo modo mi allontanavo proprio da quello che stavo cercando.

Il centro, la composizione degli opposti, l’equilibrio. 

Perché l’equilibrio è sempre movimento. Gli impercettibili aggiustamenti che il nostro corpo compie in automatico per mantenerci eretti, più visibili quando proviamo a trasformare un movimento in un atto consapevole.

Una presenza el mio corpo del tutto differente da quella rapida della corsa. Un canale di comunicazione che mette in discussione la comprensione stessa delle parole, che devono essere decodificate fino a prendere la forma delle asana, mettendo in evidenza i punti che non sapevo nemmeno di avere in tensione costante, gli squilibri a cui senza nemmeno saperlo mi ero rassegnata.

Quella quiete che non è stasi, ma energia. Che non è solitudine, ma connessione.

Con se stessi, e con gli altri. Perché crea uno spazio protetto per pensare senza dover subito reagire.

Fermarsi per sentire, per ascoltare.

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