Se il 2020 è(ra) il futuro, il 2030 cosa sarà?

Mi stavo a malapena riprendendo dallo shock di veder festeggiare il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e, subito dopo, da quello di rendermi conto che il mio precedente viaggio in Australia era “diventato maggiorenne”, che mi sono imbattuta in un post dal titolo “It’s 2020 and you’re in the future.

Senza alcuna pietà, l’autore mi ricordava che l’uscita di film come Jurassic Park Forrest Gump è più vicina all’allunaggio che al presente, che chi ha almeno 35 anni è più vicino al 1940 che a oggi, che chi nascerà quest’anno ha buone probabilità di arrivare a vedere il prossimo, di secolo.

Solo un attimo fa questo 2020 ci sembrava un futuro così lontano, ma cosa è rimasto di quello che ce ne immaginavamo?

L’impressione generale, guardando un paio di liste, non è particolarmente confortante. 

Gli obiettivi di sviluppo 2020 che l’Unione Europea si era data dieci anni fa sono stati raggiunti a metà (se vogliamo essere generosi) . È andata bene nel favorire una maggiore consapevolezza nella produzione e nell’uso di energia, ma siamo ancora zoppicanti sul raggiungimento del target di occupazione e tragicamente lontani sulla riduzione del numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale, che si attesta a poco più del 20% del risultato auspicato.

E nell’evoluzione sempre più rapida del mondo del lavoro, la visione 2020 delle caratteristiche da sviluppare secondo il World Economic Forum appare a molti già datata.

Capacità di risolvere problemi complessi, creatività, flessibilità cognitiva. Una lista non del tutto efficace per supportare chi è già all’interno del mercato del lavoro, ancor più inadeguata se si tratta indirizzare chi sta appena iniziando o deve ancora scegliere il proprio percorso di studi.

Per chi non ha un’idea precisa di dove vuole andare, non manca forse qualcosa?

È il quinto anno che, come coach, lavoro con le persone per accompagnarle a individuare e realizzare scelte professionali più autentiche, in cui cercare il significato delle proprie parole belle, in cui trovare nuova soddisfazione. E la cosa di cui sono sempre più convinta è che, in un mondo ideale, dovremmo poter acquisire questi strumenti il prima possibile, come una materia scolastica obbligatoria, importante quanto (o più) della matematica o della letteratura italiana.

Invece il sistema educativo sembra pensare che non sia necessario imparare tematiche complesse quali la gestione delle emozioni, o come individuare i criteri secondo cui misurare le nostre scelte di vita.

Prendo allora spunto dall’elenco alternativo di skills da sviluppare proposto da Stowe Boyd nel suo Work Futures, che definendo i nostri anni una postnormal era” suggerisce di coltivare una insaziabile curiosità, che ci permetta di essere flessibili, adattabili e pronti a rispondere al flusso costante dei cambiamento intorno a noi.


Nel lavoro come nella vita, infatti, la chiave di volta risulta spesso il momento in cui realizziamo che le cose non sono lineari, e quindi adattarsi e rielaborare è quello che può fare la differenza tra resistere ciecamente e riuscire a vedere strade alternative più efficaci, più divertenti, più creative.

Perciò, ecco. Io quest’anno voglio sviluppare le mie capacità da postnormal era.

  • Coltivare l’incertezza costruttiva,

imparando a rallentare quando devo prendere una decisione o esprimere un parere, per avere il tempo di riconoscere che nella mia valutazione ci possono essere elementi mancanti, di decidere se è utile o possibile saperne di più, di identificare pregiudizi che magari nemmeno sapevo di avere.

  • Diventare un deep generalist,

andando alla ricerca di strutture che rendono più leggibile e fruibile la complessità, mostrando connessioni e interazioni che influenzano i singoli elementi attraverso nessi causali, o di semplice vicinanza. Continuare a imparare ad imparare, trasformando la competenza a T (una visione del contesto generale completata dalla specializzazione su un singolo tema) in una sorta di competenza millepiedi, in cui le aree di approfondimento sono tante quante le curiosità che mi catturano.

  • Proiettarmi sull’impatto che desidero avere,

imparando dal passato ma senza lasciarmene definire, o limitare. Perché se non ho mai capito (né accettato) la frase “abbiamo sempre fatto così”, è vero che oggi la velocità del cambiamento e la sua imprevedibilità rispetto ai parametri che abbiamo a disposizione non hanno precedenti. E quindi posso provare, ma non pretendere di avere la certezza di riuscire.

Soprattutto, voglio dare un senso alle cose.

Farmi sempre la domanda in più, cercare una comprensione reale. Entrare nelle parole, ascoltare con attenzione la voce di chi parla.

E la mia, quella dentro, quella vera.

For last year’s words belong to last year’s language.

And next year’s words await another voice.

 — TS Eliot, Little Gidding

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