Il primo passo non si scorda mai

Ogni lungo viaggio inizia con il primo passo.

Pare lo abbia detto un paio di migliaia di anni fa il filosofo cinese Laozi,  che nel saggio Tao Te Ching raccolse i punti fondamentali della sua dottrina, il taoismo. D’altra parte, Tao in cinese significa proprio via, cammino,  indicando cioè quel percorso di naturale equilibrio che, se seguito, ci porterebbe a sentirci e agire in piena armonia.

Che sia un piccolo cambiamento o quella che ci appare un’impresa, tutto parte da quel momento che prende il pensiero e lo trasforma in un primo passo.

Ma allora perché tante volte lo rimandiamo, questo primo passo?

La questione ha ben poco a che fare con ostacoli reali, e molto con quello che ci dice il nostro cervello – che ci conosce fin troppo bene, e spesso è più furbo di noi quando si tratta di ottenere ciò che vuole.

Non che sia cattivo, al massimo un po’ capriccioso. Ha il suo modo di funzionare, le sue esigenze. Cerca costantemente di ottimizzare, perché per sua natura consuma un sacco di energia, e l’energia è preziosa.

Il cervello cerca di proteggerci da quello che lo spaventa, anche quando significa accontentarci, limitare le nostre possibilità, restare in quello che conosciamo anche se non ci piace del tutto

E costruire percorsi automatici ci aiuta a fare meno fatica.

La scienza ci spiega quindi che la procrastinazione, ovvero l’arte di rimandare indefinitamente, ha radici nella nostra fisiologia.

Proprio per questo, è interessante provare a ribaltare la prospettiva, e chiederci

Come possiamo usare le stesse neuroscienze per sconfiggere (o per lo meno zittire ogni tanto) la tendenza a posticipare il primo passo?

Cominciamo con una distinzione: tra le cose che rimandiamo perché ci richiederanno una dose extra di energia fisica, emotiva o mentale, e quelle che invece mettiamo in pausa perché ci mettono paura.

Nel primo caso, si tratta di gestire le nostre priorità.  

Iniziare bene, secondo il poeta David Whyte che nel bellissimo volumetto Consolations esplora (come da sottotitolo) “la consolazione, il nutrimento e il significato sottostante delle parole quotidiane

“…comporta un ripulire da ciò che è irrilevante e complicato per trovare gli splendidi lineamenti, spesso nascosti, di ciò che è essenziale e necessario”

Quindi uscire dalla trappola dell’accumulo di cose da fare e chiarire in modo onesto quali sono quelle che davvero contano per noi, metterle in fila, scegliere come distribuire tempo ed energia.

E, nel frattempo, imparare a dire qualche no.

Nel secondo caso, invece, rimandare è una scusa per evitare qualcos’altro. La paura di non essere abbastanza bravi, del giudizio del mondo, di deludere gli altri (e noi stessi).

La buona notizia è che temporeggiare è un’abitudine, e come ogni abitudine può essere sostituita da un nuovo comportamento da scegliere e allenare finché diventa a sua volta naturale. 

Il primo passo è smettere di sentirci in colpa perché rimandiamo qualcosa.

Non siamo pigri, disinteressati o incapaci. Il giudizio di noi stessi ha il doppio effetto di paralizzarci e di consumare un sacco di energia inutile. Tanto più che, per reazione, spesso ci buttiamo in altre attività che ci facciano sentire meno in difetto (“Sono così impegnata!”) senza in realtà portarci da nessuna parte.

Non vogliamo evitare un’azione, ma l’ansia e la pressione che gli associamo.

Un altro di quei meccanismi che funzionavano perfettamente qualche migliaio di anni fa, quando fuggire di fronte a una situazione stressante poteva significare sopravvivere, un po’ meno oggi quando quello che ci fa paura è più spesso nella nostra testa che nella realtà.

Da questa consapevolezza, possiamo iniziare a osservare non tanto il compito che stiamo rimandando, ma la preoccupazione che gli sta dietro.

Cosa ci frena? Cosa non vogliamo affrontare? Lo scenario apocalittico che stiamo immaginando è plausibile, vale la pena avere così paura? 

Nel suo TED del 2011 “Come smettere di rovinarti con le tue mani”, la scrittrice Mel Robbins descrive quella che chiama la regola dei 5 secondi

“Nel momento in cui hai l’istinto di agire per raggiungere un obiettivo, ecco che entro 5-4-3-2-1 devi mettere in movimento il tuo corpo, o il tuo cervello riuscirà a fermarti.”

Fare il primo passo, appunto.

Le decisioni d’impulso, infatti, si basano sulla parte più primordiale del nostro cervello, quella che segue la sensazione senza lasciarsi trattenere da tutti i ragionamenti che ci possiamo costruire sopra. Ragionamenti che a volte sono utilissimi e necessari, senza dubbio. Ma che a volte sono solo una scusa per non rischiare.

Una regola tanto semplice e comprensibile, quando non facile da mettere in pratica quando ci troviamo di fronte davanti alla paura. Quando stiamo già pensando a tutti i passi che seguiranno.

Per quelli, però, non è ancora tempo.

Oggi iniziamo con il primo passo.

Dei successivi ne parliamo la prossima volta.

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