Feedback e altri oggetti non identificati

Quella sera, stranamente, non avevo ancora spento il telefono. Con la tecnologia ho un duplice rapporto: da un lato la curiosità di capire come funzionano le cose, che mi ha portato spesso trovata a fare da ponte tra chi parla un linguaggio tecnico e chi invece ha un approccio puramente umanistico. Dall’altro credo che ogni strumento sia un’opportunità a disposizione, non un dovere da cui dipendere, per cui tengo ben stretti i miei momenti di detox digitale, sparendo dalla reperibilità costante senza sentirmi minimamente in colpa.

Ma quella sera, appunto, il telefono era ancora acceso. Ho ricevuto un messaggio di lavoro, l’ho letto e mi ha seccato. Per il come, per il cosa, per il quando.

Stavo per rispondere, poi mi sono fermata.

E ho scelto di mettere in pratica un po’ di cose che ho imparato sul feedback. 

La comunicazione in ambito professionale negli ultimi anni si è evoluta a una velocità di cui a volte non ci rendiamo conto. Le strutture aziendali sono profondamente cambiate, con un concetto completamente nuovo dei rapporti gerarchici, che si riflette negli organigrammi così come nella disposizione degli uffici.

E ancor più in quelle direttrici di una rete non formalizzata, ma non per questo meno reale, definita sociogramma, ovvero la rappresentazione del gruppo secondo le caratteristiche dei singoli e le dinamiche che ne derivano.

Chi è punto di riferimento per ricevere informazioni, confrontarsi o risolvere un problema, chi sta ai margini e chi è coinvolto in ogni scambio, chi fornisce supporto e chi rischia di essere un collo di bottiglia senza cui non si va avanti.

Una questione di correlazioni, ma non solo.

Oggi gli strumenti a disposizione permettono, in linea teorica, la semplificazione e velocizzazione di ogni scambio comunicativo. Solo che molto spesso non lo facciamo in modo efficace. Quando vogliamo trasmettere un messaggio, e ancora meno quando sarebbe importante dare un feedback.

Dare (e ricevere) feedback non è semplice, perché vuol dire entrare nello spazio grigio che si crea tra quello che c’è nella nostra testa e quello che c’è nella testa del nostro interlocutore.

Tra il suo punto di vista e il nostro, perché di punti di vista non ne esiste uno unico e corretto ma solo quello determinato dalla nostra posizione in quello specifico momento.

In tanti anni a contatto con le persone, in tanti viaggi attraverso culture differenti, almeno una cosa l’ho capita.

Ognuno ha la propria percezione del mondo, e per lui quella percezione è la verità.

Non importa che ciò che noi volevamo esprimere fosse tutt’altro, che la nostra intenzione fosse differente. L’unico modo per rendere meno grigio quello spazio è quello di esporci per primi, di iniziare il dialogo, di raccontarci e farci raccontare.

Ma cosa serve perché il feedback diventi uno scambio efficace?

  • Osserva

Si dice sempre che il feedback si deve basare su fatti, non giudizi. Ecco allora che il primo passo è quello di fermarsi e osservare ciò che sta succedendo, cercando di averne una visione il più possibile oggettiva. Tanto più che, quando siamo dentro a una situazione, è necessario lasciar decantare un po’ l’aspetto emotivo, la risposta di pancia. 

Quando ho letto quel messaggio ho sentito la reazione fisica che mi ha provocato, e proprio per questo ho capito che non potevo replicare immediatamente.

  • Rifletti

Il secondo passo è proprio quello di mettersi in discussione, essere curiosi rispetto a ciò che è successo e a come lo abbiamo percepito. Si parla di punto di vista perché la direzione del nostro sguardo fa la differenza. E allora è necessario provare a spostarci dall’altra parte, e scoprire cosa si vede da lì. Interrogarsi su quante volte uniamo eventi separati in un rapporto causa/effetto, come se fossero l’uno la conseguenza dell’altro mentre questa correlazione è solo illusoria.

Quel messaggio esisteva in un contesto, fatto di cose che erano successe prima e di altre che stavano per succedere, in un momento di tensione che poteva aver permeato anche una situazione che non vi era direttamente collegata.

  • Spiega

Non è facile, dare feedback. Sarà che “Ti devo parlare” sembra sempre preannunciare una conversazione sgradevole. Non voglio sostenere sia semplice, o che io mi trovi a mio agio. Ma, egoisticamente, quando faccio fatica al pensiero di dare un feedback penso a qual è l’alternativa. Troppe volte mi sono tirata indietro trincerandomi dietro un “ci arriverà da solo”, per poi restare nella frustrazione di non sentirmi capita. 

Quella sera ho aspettato, perché mi ero resa conto che parte della mia reazione era dovuta al mezzo che era stato scelto per comunicare: un messaggio al telefono è rapido e di facile utilizzo ma non permette l’interazione e, quindi, la possibilità di costruire insieme.

Ne volevo parlare a voce, e l’ho fatto alla prima occasione. Con onestà, forse a tratti quasi con crudezza. Sapevo chi avevo di fronte, sapevo che ne valeva la pena. 

Sapevo che raccontare fino in fondo come mi ero sentita era un atto di profonda vulnerabilità, e per questo di fiducia nei suoi confronti.

  • Ascolta

Il feedback è fatto a due vie, e ha senso solo se ci spostiamo vicino all’altro per vedere la sua prospettiva, farci raccontare la sua verità.

Io avevo detto la mia, descrivendo la mia percezione e il mio bisogno, spiegando cosa poteva succedere se, invece di parlare, mi fossi tenuta dentro tutto. A questo punto dovevo frenare la tentazione di credere agli scenari che mi ero immaginata, di ancorarmi alla mia interpretazione delle motivazioni sottese al suo comportamento. 

Dovevo fermarmi e ascoltare la sua storia.

Con altrettanta fiducia e apertura di quanto avevo chiesto per la mia. Superando lo stupore e la resistenza reciproche che ci avrebbero fatto rintanare nei “non ho detto così”, “non intendevo quello”.

Con quel messaggio ho perso qualche ora di sonno e guadagnato qualche ora di pensieri. 

Ma ho sperimentato cosa significa mettere in pratica il coraggio della propria vulnerabilità per costruire fiducia.

Provate, ne vale la pena.

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